Politica e Giustizia: due Poteri in guerra

La condanna di Previti riaccende le polemiche. Scontro tra Istituzioni alla vigilia della Presidenza italiana dell’Unione Europea. Alcune domande utili per un giudizio spassionato 

  La sentenza contro Previti, il senatore di Forza Italia condannato a 11 anni di prigione, è di quelle che scatenano ampie polemiche e rigide prese di posizione. Alle quali si aggiunge il cumulo di notizie, illazioni, commenti, accuse e recriminazioni che hanno accompagnato il processo, spesso contraddittori e sempre difformi. Ne è derivata un’informazione difficile nel merito, se si è digiuni di diritto, e soprattutto parziale che non aiuta non dico a farsi un’opinione – le opinioni sono sempre svariate e personali - ma neppure ad avere un’idea precisa dei fatti, della veridicità degli stessi, delle conseguenze che ne derivano, delle disfunzioni messe in evidenza e dei rimedi auspicabili.
  I “fatti” sono complessi. Risalgono al 1990-91, si svolgono a Roma, vedono coinvolti personaggi “pubblici” per funzioni o per ruolo istituzionale. Il processo, chiamato Imi-Sir (perché nato dalla contesa tra una società, la Sir, e una banca, la Imi) verte su un capo d’imputazione grave: corruzione di giudici. Ed è collegato all’altro, cosiddetto “Lodo Mondadori”, nel quale è imputato lo stesso Presidente del Consiglio, perché “corrotti” e “corruttori” si identificano. I corruttori sarebbero (il condizionale s’impone, nonostante le condanne. Per Costituzione vige la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva di terzo grado, emanata dalla Cassazione) il legale Previti, insieme agli avvocati Pacifico ed Acampora, ed i loro “mandanti” (gli eredi Rovelli della Sir); corrotti, il Gip Squillante ed il giudice Metta. Le prove? Alcuni movimenti bancari da un conto all’altro dei suddetti, per cifre di notevole entità, dei quali movimenti, però, non è stata provata sempre la motivazione.
  Alla complessità dei fatti si aggiungono alcune “anomalie” processuali, di volta in volta attribuite, in funzione di chi le coglie, al “partito preso” delle cosiddette toghe rosse (testimoni “discutibili”, registrazioni incomplete e manipolate, “perdita” di alcuni verbali, sede incompetente - per legge, i magistrati di Roma dovrebbero essere processati a Perugia, non a Milano - ecc.) o ad interventi procedurali (ricusazione dei giudici, assenze di legali o degli imputati) e legislativi (rogatorie, falso in bilancio, legittimo sospetto) diretti a ritardare la sentenza. Troppe queste anomalie, perché la condanna, tra l’altro accolta con applausi e brindisi, non scatenasse critiche e polemiche. Ed è di nuovo guerra tra Politica e Giustizia.
  Il presidente del Consiglio parla di “terzo golpe” giudiziario, facendo riferimento agli anni di Tangentopoli, il Consiglio Superiore della Magistratura reagisce con altrettanta durezza incolpandolo di delegittimare l’Ordine, i politici si lasciano andare a giudizi pesanti e di segno opposto. Il Capo dello Stato cerca inutilmente di fare abbassare i toni. E’ scontro duro che non giova a nessuno, non ai cittadini che così perdono la fiducia nello Stato e nei suoi Organi; non al Premier che si attira critiche ed accuse; non alla stessa Magistratura sulla imparzialità della quale – o di una sua parte – si nutrono già notevoli dubbi; non ai politici sui quali, se della maggioranza, si allarga il sospetto di voler riformare la Giustizia per evitarne i colpi di maglio; se dell’opposizione, di opporvisi per trovare nella scorciatoia giudiziaria una soluzione ai suoi problemi interni. Tanto meno giova all’Italia, alla vigilia del suo turno di presidenza europea.
  Stando così le cose, è arduo arrivare ad un giudizio spassionato, non deformato dal credo politico, dalle simpatie personali, dalla stessa retorica della “Giustizia autonoma ed indipendente”. Possiamo però porci alcune domande e cercare risposte all’insegna del buon senso, non dei pregiudizi. Incominciando dalla principale: cos’è più grave, per la vita democratica di una Nazione, delegittimare i magistrati o sovvertire, con azioni giudiziarie, il responso delle urne? Cos’è più lesivo delle Istituzioni, dare del golpista ad un giudice o far passare per criminale un Presidente del Consiglio, si chiami esso Berlusconi o Andreotti?  Non c’è dubbio, sono entrambe attitudini inammissibili e dannose. Ma se una di esse corrispondesse al vero?
  Da qui il secondo quesito: è proprio infondata l’accusa di “persecuzione giudiziaria” e di golpismo che pesa, non sull’intera Magistratura, bensì su alcuni suoi esponenti? Non basiamoci solo sul numero di politici del vecchio pentapartito “spazzati via” da avvisi di garanzia e da processi mediatici poi risoltisi con assoluzioni, leggiamoci su Internet (civilnet) le “esternazioni” di questi signori. E cosa significa il triplice “resistere” di Borrelli o l’invito a “rivoltare l’Italia come un calzino” di Davigo?
  Ne deriva un altro interrogativo: hanno ragione i magistrati ad opporsi, invocando la costituzionale “autonomia ed indipendenza della Magistratura”, alla separazione delle carriere (che lo stesso giudice Falcone ha sempre auspicato), al blocco delle promozioni per sola anzianità di servizio, indipendentemente dal merito, al ripristino della responsabilità civile dei togati, alla ipotizzata (da Maccanico dell’Ulivo!) sospensione delle procedure giudiziarie nei confronti delle alte cariche dello Stato (presidenti del Consiglio, delle Camere, della Consulta), alla reintroduzione della cosiddetta immunità parlamentare?
  Forse, ma allora dovrebbero spiegarci perché in quasi tutti i Paesi d’Europa la separazione delle carriere esiste (tra l’altro in Francia i pm, cioè gli avvocati dell’accusa, dipendono del Ministero degli Interni), e tuttavia la Giustizia rimane autonoma ed indipendente; perché debba bastare, per far carriera, un concorso e non anche le reali capacità e l’impegno profuso. Perché tutti i cittadini, compresi i servitori dello Stato, devono pagare, se sbagliano, e i giudici no, anche se prendono cantonate solenni ed anche se un referendum popolare ne auspicava, dal 78, la responsabilità civile. E spieghino perché quasi tutti gli Stati europei, Portogallo escluso, hanno adottata, proprio per equilibrare i diversi Poteri, la regola della sospensione delle azioni giudiziarie – e con l’interruzione della prescrizione! - a carico delle alte personalità istituzionali, nonché l’immunità parlamentare, ed in Italia ciò equivarrebbe solo ad un interessata libertà di delinquere.
  No, non è facile farsi un giudizio spassionato ed oggettivo. Forse perché manchiamo ancora di quel senso civico che permette di anteporre l’interesse dello Stato ai privilegi delle parti. Che spesso diventano indiane caste degli intoccabili

 

Egidio Todeschini