La
Storia come maestra di vita
La
Giornata
della Memoria e l’Olocausto. Efferato ma non unico
genocidio.
Il “silenzio” con cui Pio XII salvò migliaia di ebrei
Il
27 gennaio 1945 è una data importante, di quelle che la Storia iscrive
nel suo libro e tramanda ai posteri. Perché sappiano, perché ricordino,
soprattutto perché facciano tesoro degli insegnamenti che ne derivano.
In quel giorno, mentre a New York si lavorava per creare le strutture
delle Nazioni Unite, un drappello di militari sovietici a cavallo entrò
nel lager di Auschwitz e ne rivelò al mondo l’esistenza.
Benché abituati alle tragedie della guerra, quei soldati
restarono, a quanto racconta Primo Levi che in quel campo rischiò di
lasciarci la pelle, muti per “confuso ritegno”. La scena, agghiacciante,
parlava di morte e distruzione: c’erano cadaveri, forni crematori
abbattuti, documenti bruciati, pigne di capelli (i condannati alle
camere a gas venivano prima rasati), di scarpe, di valigie. E tra le
macerie circa 9.000 superstiti di nazionalità diverse, come scheletri,
impauriti, distrutti nel corpo e nello spirito.
Rappresentavano la prova dell’efferatezza dello sterminio
compiuto dai nazisti in nome della “razza ariana” e del conflitto che
aveva sconvolto per cinque anni l’Est e l’Ovest, il Nord ed il Sud di un
globo che ne usciva distrutto, sconvolto ed insanguinato. Dimostravano
quanto fosse necessario dar vita ad un organismo mondiale, l’Onu,
preposto alla difesa della vita umana. Tuttavia non riuscirono, per
oltre un decennio, a far cogliere il fatto più rilevante: nei lager era
stato consumato un genocidio.
Già. Perché il fatto che i deportati fossero quasi al 90%
ebrei passò sotto silenzio: può sembrare strano, ma di Olocausto,
all’epoca, non si parlò affatto. E gli stessi sopravissuti, in Europa,
negli Usa, perfino in Israele, tacquero e si mimetizzarono. Forse per
dimenticare gli orrori che avevano patito o forse per non essere presi
per visionari. Cosa spinse Natalia Ginzburg, alla fine della guerra, a
dare parere negativo alla pubblicazione del libro di memorie di Primo
Levi “Se questo è un uomo”? E’ solo un caso se fino a pochi anni fa di
Giorgio Perlasca (il salvatore degli ebrei di Budapest) o della Risiera
di San Sabba non ne conoscevamo neppure noi Italiani l’esistenza? E come
mai il primo, approfondito studio sulla Shoah, di Raul Hilberg, vide la
luce solo negli anni 60?
Noi oggi sappiamo. In teoria si sapeva anche allora, se,
nel 1942, la principale organizzazione sindacale israeliana poteva già
denunciare il vile “assassinio di un milione di ebrei”. Se mons. Angelo
Roncalli, il futuro Papa Buono, si sentiva già in obbligo di salvare
quelli residenti ad Istanbul. Se, come attesta lo storico ebreo
Emilio Pinchas Lapide, la Santa Sede si mobilitò subito per sottrarre a
morte certa centinaia di migliaia di semiti.
Per questo scandalizza vedere, 60 anni dopo, la sala
dell’Onu semideserta, mentre Kofi Annan ricorda la Shoah. E stupisce
sentire il suo segretario generale affermare che “perché il male trionfi
basta che i buoni non muovano un dito”, sapendo che, nel non
lontanissimo 1994, proprio lui, Kofi Annan, non mosse dito quando in
Ruanda se ne compiva un altro, di genocidio, 800.000 tutsi uccisi in tre
mesi. Né lo muove di fronte al massacro in atto nel Darfur. Senza
contare che, a stare ad alcuni sondaggi anche recenti, l’antisemitismo è
ancora diffuso.
Si dice che dobbiamo sapere per non dimenticare. Ma
scordiamo gli orrori dei gulag sovietici che sopravvissero al nazismo e
perdiamo il ricordo degli ebrei russi, condannati da Stalin alla morte
in Siberia e salvati, nel 1953, non dalla condanna del mondo civile
bensì dalla fine del dittatore sovietico. Si organizzano gite
scolastiche ad Auschwitz ma si omette di rilevare che, a salvare
740.000, forse 850.000 ebrei, compresa buona parte dei residenti nel
ghetto romano, fu proprio la Chiesa cattolica, allora guidata da quel
Pio XII di cui ancora oggi s’infanga il nome.
Fa impressione sentire il rabbino capo di Roma, Di Segni,
confrontare la “condanna” dell’Olocausto di Papa Wojtyla al “silenzio”
correo di Papa Pacelli. Come se, per limitare lo sterminio, fosse stata
più utile una pubblica disapprovazione, che avrebbe esposto anche i
cattolici tedeschi all’ira di Hitler, che non il silenzioso aprire le
porte di conventi, parrocchie, monasteri e ospitali case di cattolici. E
provoca sdegno leggere, il 28 dicembre scorso, sul maggior quotidiano
italiano, il Corriere della Sera, l’accusa di antisemitismo rivolta a
Pio XII sulla base di un documento poi risultato incompleto.
Trovato in Francia, il testo è stato pubblicato a firma
di Alberto Melloni (direttore della Biblioteca “Dossetti” della
Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna). In esso
si legge che il Pontefice avrebbe approvato, a guerra finita, il parere
del Sant’Uffizio (retto all’epoca da mons. Montini, futuro Paolo VI!) di
“non restituire i piccoli ebrei salvati dall’Olocausto, se nel frattempo
battezzati”. E di avere inviato disposizioni in tal senso a mons.
Roncalli, nunzio apostolico a Parigi, il quale stranamente non ebbe
nulla da obiettare.
La “disumanità” apparente di tale decisione era però
annullata da un inciso che lo storico Melloni omette: "Altra cosa
sarebbe se i bambini venissero richiesti dai parenti". La Santa Sede non
intendeva sottrarre i piccini ai loro familiari, piuttosto alle
“istituzioni ebraiche” che nel 1946 lavoravano in tutta Europa per
trasferirli in Palestina in vista della fondazione del nuovo Stato
d'Israele. E’ vero che il testo integrale è stato poi pubblicato su
il Giornale da Matteo Luigi Napolitano ed Andrea Tornielli. Ma resta
il fatto che si è tentato, ancora una volta e con una mezza verità,
d’infangare il nome di Pio XII. E questo a chi giova?
29.1.2005
Egidio Todeschini