L’interminabile scontro sulle pensioni

La riforma bloccata da proclami di sciopero e minacce politiche. L’Unione Europea chiede, gli Stati rispondono, l’Italia nicchia. Necessario un po’ di buon senso.

  Le previsioni parlano, in Italia, di “autunno caldo”, servendosi della consolidata formula che rende bene l’idea del conflitto sociale e politico che ne è alla base. Sono già tutti sul piede di guerra, nel nostro Paese: i sindacati che minacciano lo sciopero generale, l’opposizione che di riforma delle pensioni non vuol sentire parlare, perfino i singoli partiti della maggioranza nei quali sembra prevalere più il calcolo della visibilità elettorale, in previsione delle europee del 2004, che non la valutazione del vantaggio che ne deriverebbe all’Erario, qualora si mettesse mano in maniera strutturale al riordino del sistema previdenziale.
  Niente di nuovo, del resto. Di stagioni calde dedicate all'annosa questione ne abbiamo vissute già diverse e tutte con lo stesso risultato: scarse e poco sostanziali le modifiche, tra l'altro diluite in un lasso di tempo eccessivamente lungo. La novità è che quest'anno siamo in buona compagnia: hanno avuto la loro primavera infuocata il Presidente Chirac ed il suo Primo Ministro, Raffarin, che però l'hanno spuntata. C'è clima politico rovente anche in Germania, ove Schröder tenta di rimettere in sesto il bilancio deficitario razionalizzando al massimo la quiescenza. Perfino la Svizzera, che pure ha un sistema pensionistico articolato su tre "pilastri", ha vissuto la sua giornata bernese di protesta, ed è tutto dire. Lo stesso vale per molti altri Paesi europei, con l'unica eccezione, forse, dell'Inghilterra ove, a suo tempo, si abbatté sul problema l'inflessibile pugno di ferro nel guanto di velluto della signora Thatcher.
  Eppure trattasi di Stati nei quali l’età pensionabile arriva ben dopo che non in Italia; nei quali, come nella Confederazione, la stessa popolazione, mediante referendum, ha riconosciuto l'opportunità di elevare quella delle donne; nei quali, tranne poche eccezioni ed in casi ben individuati, non esiste la cosiddetta "pensione di anzianità" ma solo quella di vecchiaia. Ove si è a suo tempo preferito ipotizzare, per scoraggiare i pensionamenti anticipati, un disincentivo, che alleggerisce l'onere statale, invece dell’incentivo che pesa sul bilancio pubblico. Nelle quali l'elenco dei lavori "usuranti" è ben più ridotto di quello, elefantiaco, elaborato nei decenni nella Penisola. E dove, magari, sono minori le sperequazioni tra chi gode di un privilegiato trattamento da nababbo e chi, pur avendo lavorato tutta la vita, deve sopravvivere con la modesta cifra che riceve dall'ente previdenziale.
  Ciò nonostante, i rispettivi governanti si sono convinti, spontaneamente o sollecitati dall'Unione Europea, della necessità di modificare i criteri pensionistici, per ridurre la cifra che, ogni anno, è sborsata a tale titolo. Esigenza improrogabile perché si è allungata l'età media della vita, che ha fatto registrare un notevole incremento demografico; perché si è ridotto il tasso di natalità; perché di conseguenza il rapporto giovani/anziani va sempre più spostandosi a favore di questi ultimi. Fenomeni ai quali l'Italia non si sottrae affatto e che anzi registra con indici a volte superiori. Ma dei quali, nelle alte sfere sindacali e politiche non si vuol tener conto, a dispetto delle continue sollecitazioni che, in tal senso, ci sono pervenute dalla stessa UE e da altri organismi internazionali.
  A dispetto, soprattutto, di quelle ristrettezze finanziarie che poi pesano su altri settori, la ricerca scientifica e tecnologica, per esempio, indispensabile se non vogliamo perdere la battaglia della concorrenza internazionale; o la scuola che ha bisogno di nuovi e più consistenti mezzi economici; o le infrastrutture, sempre più carenti ed insufficienti ai ritmi attuali; o l'Ordine pubblico per il quale mancano personale e strutture idonee; o le emergenze per catastrofi naturali, che in parte potrebbero essere contenute qualora si potesse con maggior agio (ed anche con maggiore buona volontà) affrontare le spese di risanamento territoriale ed idrogeologico; o la stessa solidarietà per i Paesi poveri o martoriati da guerre e tirannie, che non possiamo limitarci ad esprimere a parole o puntando solo sul volontariato.
  Intendiamoci, sappiamo benissimo che a non voler protrarre l’età della pensione contribuiscono problemi reali e giuste aspirazioni: ci sono i diritti acquisiti da non intaccare; le effettive difficoltà, una volta compiuti i cinquant’anni, a mantenere o trovare un posto di lavoro; c’è il rapido evolversi della tecnologia che rende penoso ai meno giovani l’adeguamento; magari la fatica di un quotidiano pendolarismo che appesantisce l’attività lavorativa. E c’è la legittima voglia di poter godere, negli ultimi anni di vita, di una serena oziosità senza l’assillo degli orari da rispettare e delle funzioni da svolgere. C’è anche, inutile negarlo, quella specie di malanimo, determinato dalla constatazione dei privilegi esistenti in alcuni settori pubblici, che incrina il rapporto di fiducia tra cittadini ed Istituzioni. Le quali senz’altro dovrebbero incominciare a dare il buon esempio.
  Resta il fatto che la spesa pensionistica consuma in Italia quasi il 60% del bilancio statale. Ed è contraddittorio chiedere al contempo di mantenerla intatta e di aumentare i finanziamenti in altri ambiti. Politici e sindacalisti battagliano per partigianeria di gruppo: non lasciamoci irretire dai loro ragionamenti. Piuttosto usiamo il buon senso ed incominciamo a far nostro il principio espresso da John Kennedy, nel corso della prima campagna elettorale che lo portò alla Casa Bianca: “Non pensate a quello che lo Stato può fare per voi, pensate piuttosto a ciò che voi potete fare per lo Stato”! Soprattutto perché lo Stato siamo noi!

Egidio Todeschini