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La barbarie della condanna a morte Tante polemiche per l’esecuzione di Saddam e molta ipocrisia nel condannarla. La pena capitale è contraria ad ogni principio morale
C’è una frase, nell’omelia pronunciata dal Papa in occasione dell’Epifania, che si adegua bene ai tanti commenti relativi alla impiccagione di Saddam Hussein. Benedetto XVI ha fatto riferimento ai mezzi di comunicazione che “moltiplicano le informazioni ma sembrano indebolire le nostre capacità di una sintesi critica”, intendendo con ciò dire che l’espansione dell’informazione rappresenta un’opportunità, ma può anche confondere le idee e spingere a valutare ogni evento più sotto l’effetto delle emozioni del momento che non con razionalità. Il Pontefice puntava il dito sul bombardamento di notizie spesso contraddittorie che disorientano e che “rendono arduo l’annuncio cristiano”. La sua denuncia, dettata da ragioni prevalentemente religiose, è valida anche se riferita ad un avvenimento politico, quale la morte inflitta al rais di Bagdad. Che ha suscitato, al contempo, orrore ed entusiasmo, critiche e consensi, biasimi ed applausi; che ha dato l’avvio a tutta una serie di commenti, spesso contraddittori. Tali, appunto, da confondere le idee. Si condanna, ma intanto s’indugia sulle trasmissioni televisive delle crude immagini dell’impiccagione e delle opposte reazioni, comprensibili ma non giustificabili, registrate in Irak ove, di fronte al patibolo, si sono scontrati i moltissimi che avevano sofferto per la feroce oppressione del tiranno, e i non pochi che ne avevano ricavato benefici e potere. Era davvero necessario filmare e trasmettere gli osanna e gli insulti? E perché non chiarire sufficientemente i motivi degli uni e degli altri? L’Occidente, specialmente l’Europa ove da decenni la pena capitale non c’è più, ha disapprovato e la stampa ne ha riportato i commenti. Giusto. Fiumi d’inchiostro e di parole per dissentire dall’esecuzione di una sentenza emanata dal tribunale di un Paese che prevede ancora la condanna a morte. E nessuno, o quasi, che abbia ricordato l’ignominia di Piazzale Loreto ove Mussolini, ucciso con l’innocente Claretta Petacci senza processo, fu oltraggiato da morto. O quel “Sangue dei vinti”, di cui ha scritto Pansa, della nostra guerra civile. Disapprovare la pena capitale e gli assassini politici non significa essere più buoni di altri, specialmente se il biasimo arriva a tempi alterni e solo per certi personaggi. Come si fa a protestare per l’impiccagione di un dittatore assassino e dimenticare i crimini perpetrati in nome di una ideologia, anzi criminalizzare chi osa ricordarli? E’ da ipocriti tacere quando la morte è inflitta ad innocenti cittadini, rei solo di credere in un’interpretazione sciita piuttosto che sunnita del Corano. O se, a rimetterci la pelle, sono i militari che tentano di portare democrazia e pace in quelle terre. O quando in Cina, a Cuba, nella Corea del Nord o altrove s’imprigionano, si torturano e si uccidono i cristiani o gli oppositori del regime. O quando s’invoca l’estinzione di tutti gli ebrei. La stampa, parlata e scritta, ha insistito tanto anche sul solito, ennesimo sciopero della fame e della sete messo in atto dal radicale Pannella per dimostrare tutta la sua, pur legittima, avversione alla pena capitale. Ma pochi ne hanno sottolineato l’incoerenza e la strumentalizzazione politica. Cosa sono, se non condanne a morte, l’aborto e l’eutanasia per le quali a suo tempo fece altri scioperi della fame? Infatti le approva, quando, a sentenziarle nei confronti di milioni di innocenti, sono le donne che agiscono – dice – “per difendere la propria libertà”; o quei malati che hanno il diritto – sostiene – “di tutelare la loro dignità”. Elogi anche per la decisione del Governo di presentare all’Onu una proposta di “moratoria della pena capitale”, approfittando del fatto che, dal 2007 e per due anni, l’Italia farà parte del Consiglio di Sicurezza. Se son rose, fioriranno. Ma chi ha rilevato che, dei 5 membri permanenti del Consiglio, quindi con diritto di veto, due (Cina e Stati Uniti) la prevedono nel proprio ordinamento giudiziario? E che una (la Cina) ne usa ed abusa, quasi sempre a danno di innocenti, per motivi ideologici e/o religiosi? E che l’iniziativa governativa ha quindi più valore politico che morale? Quello che andava detto, invece, è stato spesso omesso. Andava detto che, se la condanna a morte è – e lo è – una barbarie giuridica, suona ipocrita sfruttare la salma di un personaggio, famoso soprattutto per le sue malefatte, per chiedere una moratoria internazionale. E che è inaccettabile fare perno sulle emozioni del momento per convincere popoli e Governi sull’opportunità civile di eliminare simile pena. Certo, dalla morte inflitta a Saddam Hussein possono derivare risvolti politici notevoli, in particolare l’aggravarsi della guerra civile già in atto in quel Paese dilaniato dal terrorismo. Altrettanto vero, come sottolinea Arturo Gismondi su il Giornale del 7 gennaio, che nessuno, “nella situazione attuale dell’Irak e nella fragilità del governo legittimo” che lo caratterizza, avrebbe potuto assumersi il compito non facile di vigilare in un carcere speciale il reo condannato ad un ergastolo a vita, come avvenne per i tre scampati alla morte al processo di Norimberga. Resta il fatto che la questione della pena capitale ha valenza di principio morale e non può basarsi solo sulla vendetta, sull’emotività, neppure sull’opportunità politica del momento. Salvo poi far cadere il silenzio sul tema, appena esso esula dalla cronaca. Soprattutto se ci s’indigna per un caso, sia pure orribile e vergognoso, ma si resta ciechi e muti di fronte a reati peggiori, ai genocidi che insanguinano il mondo, al terrorismo islamico in atto in tanti Paesi, allo sterminio ideologico, passato e presente, di gente innocente. Magari anche approvando e giustificando. La condanna a morte è sempre una barbarie e resta tale anche se, ad emetterla, non è un tribunale ma un gruppo, più o meno vasto, di fanatici. Egidio Todeschini
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