Tra paura e buon senso

A rischio, per effetto anche del terrorismo, i risultati dei due referendum svizzeri sulla naturalizzazione agevolata e la cittadinanza per diritto di nascita


 Mentre impazza quella che qualcuno ha definito la Quarta Guerra mondiale, benché combattuta con metodi non propriamente militari, gli Stati Europei tentano disperatamente, non tanto e non solo di far fronte alla minaccia che incombe, quanto di trovare la strategia più opportuna per non soccombere davanti al fondamentalismo terrorista. Sulla individuazione della quale influiscono ideologie e convinzioni diverse, poiché ciascun Paese ed ogni cittadino ragiona e reagisce in funzione della propria cultura, del grado di democrazia di cui gode, dell’influenza delle tradizioni nazionali, politiche o religiose che siano. 
  La Svizzera non fa eccezione, anche se in apparenza sembra indugiare meno sulle infinite diatribe circa “l’arma” migliore per vincere la guerra (dialogo o conflitto, comprensione o intransigenza?) e sugli appellativi con i quali identificare i terroristi e le loro azioni (“resistenza” o barbarie, disperati o fanatici?). Ma è clima confuso e polemico che rende incerto l’esito dei due referendum sulla naturalizzazione degli stranieri, previsti per il 26 settembre prossimo, nonostante il parere favorevole del Consiglio Federale. 

  Il primo intende unificare le direttive cantonali per la concessione della cittadinanza agevolata agli immigrati di seconda generazione; con il secondo riconoscere alla terza generazione la nazionalità per diritto di nascita (ius soli). L’idea, in sé giusta ed opportuna, se appaga coloro che credono nel “dialogo”, nella maggiore efficacia della politica e della diplomazia, nonché nella forza omologante e risolutrice dell’integrazione, si scontra, invece, con la paura e l’intransigenza di chi nello straniero, specialmente se islamico, vede oggi il “diverso”, se non addirittura il nemico, da contrastare. 
  Eppure i due quesiti referendari in questione non sono frutto della contingenza. Il dibattito sull’argomento dura da anni: chi lo sostiene punta anche a contrastare il calo delle nascite nelle famiglie elvetiche; chi lo avversa teme la perdita dell’identità svizzera.  Tuttavia, 14 Cantoni su 26 lo hanno già concluso, adottando la prassi della cittadinanza agevolata per la seconda generazione, con conseguente semplificazione delle procedure necessarie e riduzione dei tempi e dei costi. Ciascun Cantone e ciascun Comune, però, alla propria maniera, con il risultato, tutt’altro che positivo, di far registrare, nella piccola Svizzera, qualcosa come 2815 modi diversi di ottenere il passaporto scudocrociato. 
  Decisamente troppi. Una diversità che assume i toni dell’ingiustizia, se non tutti gli immigrati, a parità di condizione, possono godere delle stesse facilitazioni. E se basta un trasferimento magari tra due Comuni limitrofi – si pensi che in Basilea-città l’agevolazione è già attuata, in Basilea-campagna no! – per azzerare il tutto ed obbligare a ricominciare daccapo. A volte, con una legislazione più complessa. 

  Il referendum vuole ovviare a questa disparità mediante il riconoscimento alla Confederazione della potestà di stabilire regole uguali per tutti, fatte salve alcune condizioni (età tra i 14 e i 24 anni; permesso di dimora o di domicilio; frequenza di almeno 5 anni della scuola d’obbligo; residenza minima di 2 anni nel Comune cui chiede di diventare Svizzero; conoscenza di una lingua nazionale; rispetto della legislazione elvetica; salvaguardia della sicurezza interna o esterna della Svizzera).
  Parimenti, da anni si discute sull’opportunità di facilitare l’integrazione degli immigrati, riconoscendo loro, non solo l’osservanza dei doveri, ma anche il godimento dei diritti dei cittadini, compreso quello di partecipare, votando, alla vita politica del Cantone di residenza e della Confederazione. E’ presumibile infatti che, essendo qui nati, cresciuti ed educati alla mentalità elvetica, ne abbiano assimilato usi e costumi, in particolare quella virtù del senso civico che caratterizza il Paese. Ed è verosimile che, non sentendosi più esclusi in quanto diversi, nutrano con maggior orgoglio un filiale sentimento patriottico. Trasmesso anche dai genitori ai quali non a caso è chiesto non solo la residenza “da almeno 5 anni prima della nascita del figlio” (e sembra un controsenso, trattandosi di terza generazione!), ma la frequenza di altrettanti anni di scuola d’obbligo. 
  Entrambi i casi, però, impongono una revisione costituzionale, avendo la Confederazione adottato da sempre, come la totalità dei Paesi europei, Francia esclusa, il principio dello “ius sanguinis”, per cui è svizzero solo chi ha almeno un genitore svizzero; e venendo meno, qualora a regolare ed unificare la cittadinanza agevolata fosse lo Stato centrale, il principio federale dell’autonomia cantonale. Perché siano approvati, quindi, i due referendum necessitano di una doppia maggioranza, dei cittadini e dei Cantoni.
  E qui tornano in ballo sia le ritrosie cantonali a rinunciare in toto o in parte alla propria sovranità, sia le paure e le opinioni della gente a seguito dell’incalzare del terrorismo e dell’assoluta imprevedibilità e mostruosità delle sue azioni. Le prime più facilmente accantonabili, le altre troppo dipendenti dalle quotidiane, orribili notizie di cronaca per essere tenute a bada e razionalizzate. Eppure basterebbe ricordare, per vincere le remore dettate dall’emotività del momento, che gli immigrati di seconda e terza generazione sono prevalentemente europei, espatriati per motivi di lavoro o per sfuggire al comunismo sovietico. Come dire, usare memoria e buon senso. C’è da augurarsi che prevalgano.  

Egidio Todeschini

10.12.2004