Il pasticciaccio che imbriglia l’UE

   Motivi politici, pregiudizi laicisti ed antipatie personali bloccano la Commissione europea. Troppi silenzi sulla Costituzione firmata a Roma  

Peggio di così non poteva andare. Comunque si cerchi di spiegare la prevista bocciatura dell’Europarlamento alla Commissione presieduta dal portoghese Barroso, l’impressione che se ne ricava è tutt’altro che positiva. Anche perché si riscontra ben poca democrazia ed ancor meno spirito unitario nelle opposte prese di posizione che l’hanno determinata, sia che esse nascano da pregiudiziali politiche, sia che prendano origine da un male interpretato senso di laicità dello Stato.  
  I primi sintomi di burrasca risalgono ai tempi della nomina di Barroso in sostituzione di Prodi di cui scadeva il mandato. All’epoca c’era stato il braccio di ferro tra i due “assi” che si fronteggiano nell’UE: da una parte, l’antiatlantico Parigi-Berlino (al quale ora si allinea la Madrid di Zapatero), finora dominante; dall’altra il neonato e filoamericano Londra-Roma-Varsavia-Lisbona. Il primo puntava su un candidato belga più propenso ad accettare la concezione di un’Europa federale nella quale i singoli Stati perdono alquanto della loro autonomia e sovranità; il secondo sul portoghese (Ppe), maggiormente incline ad una struttura più elastica. Aveva vinto quest’ultimo, con grande disappunto della Francia di Chirac.
  Le cose si erano aggravate quando Berlusconi designò Buttiglione al posto di Mario Monti, da due Legislature apprezzatissimo commissario dell’economia e finanza. Una decisione che era parsa – o si era voluto far sembrare – più una resa all’Udc di Follini, che non una scelta ponderata e congrua, quasi che il filosofo non ne avesse le capacità, nonostante la sua conoscenza di ben sei lingue e l’indiscutibile cultura. Un giudizio sul quale pesavano le precedenti “altalene” politiche, il manifesto cattolicesimo e il “difetto” di essere membro del Governo di centrodestra. 
  Si arriva così alla “bocciatura” che il neo candidato riceve dalla commissione europarlamentare. Alla quale non piacciono né il termine “peccato” riferito alla pederastia, né le opinioni sul ruolo della donna nella famiglia. Tanto meno la sua conclamata amicizia con il Pontefice. Agiscono con furbizia, a Strasburgo, i partiti ostili: danno una parvenza d'imparzialità di giudizio, bocciando altri tre candidati, ritenuti inaffidabili per conflitto d’interessi o per incompetenza. E danno corso alle voci sulla inammissibilità di affidare il settore Giustizia all’esponente di un Paese, l’Italia, che non ha ratificato il mandato di arresto europeo e vanta un sistema giudiziario che fa acqua da tutte le parti. 
  In tale clima polemico, a Barroso non resta che chiedere, a due giorni dalla firma a Roma della Costituzione europea, una proroga e, conseguentemente, la dilazione del mandato di Prodi. Ma è decisione che rinvia, non risolve. Che non annulla le accuse di laicismo e di scarso liberalismo rivolte agli oppositori di Buttiglione anche da commentatori dichiaratamente laici (tra gli altri, Paolo Mieli ed Ernesto Galli della Loggia). Che non spegne le polemiche, vieppiù alimentate dagli urrah di vittoria dell’Europarlamento, che ritiene di aver così rivalutato il proprio potere decisionale, e dall’entusiasmo dell’opposizione italiana che non si rende conto di avere contribuito a ledere, non tanto l’immagine di Berlusconi e del diretto interessato, quanto il prestigio dell’Italia.
  Rimangono anche tutte le incertezze su un’equa soluzione del problema, la comprensibile irritazione di Barroso e di Berlusconi e pure il paradosso di Prodi che firma a Roma il Trattato sulla Costituzione mentre un’ala della sua coalizione, la bertinottiana, manifesta per chiederne l’abolizione. Forse, l’unico aspetto positivo della faccenda è il riacceso interesse della gente comune per la sorte di quell’Unione Europea che tutti, più o meno, dicono di volere ma della quale o non ci si occupa più di tanto o si contestano sottovoce alcune decisioni. 
   Sta di fatto che, tra tanto discutere, spiccano alcuni (voluti?) silenzi su questioni che hanno invece un peso notevole: per esempio sul fatto che la firma a Roma del Trattato non significa affatto che la Costituzione Europea entra in vigore, ma solo che le Istituzioni dei 25 Paesi membri ne conoscono il contenuto. Occorrerà poi una “ratifica” o da parte dei Parlamenti nazionali (Italia e Germania, tra gli altri) o mediante referendum. Si sa che sono 11 gli Stati che hanno deciso di farvi ricorso, otto gli indecisi, ma non si sa cosa succede se l’approvazione, referendaria o parlamentare, verrà meno: si cambia il testo della Costituzione o chi la rifiuta è escluso dall’Unione? 
  C’è silenzio sulla firma apposta dai rappresentanti di Bulgaria e Romania, prossimi soci, ma anche della Turchia sulla cui annessione esistono ancora molte incertezze: che valore avrà tale sottoscrizione, solo di ammissione di conoscenza o piuttosto d’implicita dichiarazione d’inglobamento? Silenzio pure sul reale ruolo del futuro Ministro degli Affari esteri. In teoria ha il compito di elaborare ed attuare la politica estera comune dell’Unione; in pratica non è chiaro se risponderà al Consiglio europeo (quindi alle diverse tendenze dei singoli Stati), o alla Commissione (quindi all’organo comunitario per eccellenza). Silenzio anche sull’ambiguità delle norme relative alla politica economica dell’Unione, da una parte eccessivamente federaliste e centralistiche, dall’altra suscettibili di una lettura più liberale. Troppi i silenzi che alimentano il diffuso euroscetticismo anche tra coloro che riconoscono l’utilità dell’Unione. 
    La trasmissione “Porta a porta” del 28 ottobre ha dedicato alla firma della Costituzione europea il titolo: “La nuova Europa nasce a Roma”. E’ vero. Peccato però che nasca sotto cattivi auspici. 
   

2.11.2004                                                                                                                                            Egidio Todeschini