Al bambino si deve il massimo rispetto

Gli orchi del nostro mondo. Un fenomeno, dovuto a follia e a mentalità, che contrasta con la pretesa civiltà dell’Occidente  

 Leggi i giornali e ti spaventi. Ascolti il telegiornale ed inorridisci. Segui alcuni documentari e non sai se urlare di rabbia o di ribrezzo. Quando la stampa parla di bambini, ne vedi ed apprendi di tutti i colori. Sono i colori tenebrosi della violenza, degli abusi sessuali, dell’empietà, dell’orrore, della bestialità, dell’irresponsabilità e della barbarie. Sono storie di bimbi stuprati, picchiati, venduti, abbandonati, buttati nella spazzatura, sfruttati, martoriati.
  Troppo spesso la cronaca registra un fatto di sangue dal quale emerge il corpo inanime ed innocente di un bimbo, maschietto o femminuccia che sia. Nelle ultime settimane, non si è fatto in tempo a superare il raccapriccio alla notizia del padre che uccide i due figli per vendicarsi della moglie, ed ecco lo sgomento riprenderci per la miseranda fine di Maria, la piccina di neanche tre anni picchiata e violentata fino alla morte. Stiamo ancora recitando una preghiera e già si appura del bebè messo al mondo e gettato nudo sull’erba e sotto la pioggia, come un pacchetto vuoto di sigarette, come un oggetto qualunque di cui disfarsi in qualche modo. Ed anche la gioia per il ritrovamento del bambino di Crotone svanisce al pensiero che ad abbandonarlo nel bosco, per venderlo, sia stato presumibilmente il padre.
  E’ sconcertante. Si trova di tutto, nei media italiani e stranieri: puerpere che uccidono il neonato, pescecani che rapiscono ed ammazzano bimbi e giovincelli per venderne gli organi, pedofili che approfittano degli innocenti, genitori che picchiano brutalmente i propri figli, altri che li stuprano, li sopprimono o li scambiano con un televisore. Si trovano anche ragazzini ancora imberbi ma già pronti, per quattro soldi o per puro divertimento, ad intimorire, ricattare, picchiare, magari violentare ed uccidere i propri coetanei, da soli o in combutta con qualche adulto vile e sadico. E tutto ciò nel nostro mondo, non in quello orrido ed incomprensibile del terrorismo islamico o delle ancestrali tribù africane. Vivono e agiscono, questi infami, nel cosiddetto mondo che si definisce civile e nel quale è arrivata, o dovrebbe essere arrivata, la parola del Cristo che accoglie i pargoli perché “il Regno dei cieli appartiene a loro”.
  E’ un crescendo. O forse è solo un’impressione. Gli esperti dicono che l’infanticidio è sempre esistito e che oggi ne siamo solo più al corrente perché viviamo nell’era della comunicazione di massa. Altri, statistiche alla mano, affermano che il fenomeno, per quanto appariscente, è in diminuzione. Sarà, ma ci angoscia pensare che, attraverso i secoli, abbiamo saputo far tesoro del progresso delle scienze e della tecnica, delle idee e delle conquiste sociali ma non abbiamo ancora imparato a portare al fanciullo il rispetto, la venerazione e la protezione che gli sono dovuti.
  Saranno anche casi sporadici ma ci sono. E sono atti da barbari. C’è da chiedersi dove lo trovano, questi orchi, il coraggio di infierire contro l’innocenza di un neonato o di un bimbetto. C’è da chiedersi come sia possibile che non sentano il ribrezzo delle proprie azioni, che non sappiano cosa sia tenerezza, che non ascoltino la voce intima della coscienza. Cosa li spinge? Spesso li si giustifica con la patologia, con la follia momentanea, con la diffusa depressione, con il disprezzo della vita, propria ed altrui; si addebita la mancanza di freni inibitori ad un’esistenza difficile, all’abbandono a se stessi durante la giovane età, ai maltrattamenti subìti da piccoli.
  Gli psichiatri ed i sociologi avranno anche ragione. Ma io noto che sovente, per non dire spesso, l’infanticidio o la violenza sui minori avviene nella media borghesia, e sono compiuti, l’uno e l’altra, da imprenditori o professionisti, non da straccioni stremati dalla miseria. Registro spesso la consequenzialità temporanea tra il racconto giornalistico di un infausto fatto di cronaca a danno dei bambini, ed il ripetersi immediatamente successivo di azioni similari. Avverto la presenza costante della spasmodica voglia di guadagno o dell’insano desiderio di vendetta, dell’abominevole depravazione dei sensi o dell’incontenibile corsa al soddisfacimento immediato di un piacere, qualunque esso sia e costi quel che costi.
  Sarà anche un raptus a dar adito a tali nefandezze. Ma sono convinto che entrano in gioco fattori che con la follia hanno poco a che fare e che, piuttosto, dipendono dalla cultura dei tempi. C’è la mentalità odierna del guadagno facile; c’è la desuetudine alla rinuncia e al sacrificio; c’è la fragilità di carattere che la violenza televisiva alimenta; c’è la perdita del senso di famiglia, con tutto ciò, in doveri e responsabilità, che essa comporta; c’è il lassismo dei costumi individuali e familiari; c’è l’insano concetto di libertà totale, compresa quella di eliminare il neonato indesiderato; c’è la superficialità dei rapporti parentali, se esistono genitori che non si accorgono, neppure negli ultimi mesi, che la propria figlia è incinta.
  E c’è l’ipocrisia che ci fa condannare il lavoro o l’arruolamento alle armi o la fame dei bambini del Terzo Mondo ma non permette di cogliere la trave del nostro Occidente, forse civile e progredito ma anche tanto egoista e distratto da dimenticare che, come ha detto il Vescovo di Oria, Marcello Semeraro, ai funerali della piccola Maria: “I bambini sono un tesoro prezioso… da gelosamente custodire, attentamente tutelare, amorevolmente proteggere, energicamente difendere”.


24. aprile 2004

 Egidio Todeschini