|
Papa fino all’ultimo respiro La scomparsa di Giovanni Paolo II e le sue ultime parole. Ha segnato i nostri anni. Una lezione anche dal suo letto di sofferenza
Non è facile, a poche ore dalla sua dipartita, dedicare queste righe al Santo Padre che ci ha appena lasciati. Perché devo frenare l’inevitabile commozione filiale che inumidisce gli occhi e rende difficili le parole. La morte esige il silenzio e la preghiera, spinge al ricordo interiorizzato, a volte alla solitudine. Nella quale armonizzare i sentimenti contrastanti che la perdita di una persona cara, amata e rispettata, produce in ogni ognuno che confidi in Dio: da una parte il dolore del distacco, la sensazione improvvisa del vuoto che incombe; dall’altra la consolazione che viene dal credere profondamente nella “comunione dei Santi” e nella vita eterna. A rendermi ancora più penoso lo scrivere è la sensazione netta che, di parole, prima, durante e dopo l’agonia del Papa, se ne sono dette tante, forse troppe, a volte inopportune. Si è indugiato sul variare, nelle ore, del suo stato di salute, sul via vai di amici, prelati, suore ed eminenze al suo capezzale, sulla cronistoria delle infermità patite nel corso degli anni e sull’indomito coraggio con cui le ha affrontate, sopportate e rese pubbliche; sono state ricordate le migliaia di chilometri percorsi in viaggi nazionali, europei ed intercontinentali, l’impronta che ha lasciato nella storia degli ultimi decenni, le adunate con i giovani, gli episodi della sua infanzia, il suo essere al contempo uno sportivo, amante del nuoto e della montagna, e un cattolico dall’inossidabile fede e fiducia nel Signore. Un riepilogo indubbiamente utile ed interessante, anche commovente, ma che forse non ha dato sufficientemente peso al valore, al significato profondo delle parole del Pontefice, quelle sussurrate, negli ultimi due giorni della sua esistenza, con un esiguo filo di voce o lette sulle sue labbra da chi gli stava vicino. Parole che sintetizzano, meglio di qualunque “coccodrillo” (si chiama così, nel linguaggio giornalistico, il pezzo scritto per onorare un defunto importante) o di qualsiasi commento, l’insegnamento che Carol Wojtyla ha voluto trasmettere a tutti noi. Ripetutamente durante il suo pontificato ci ha detto: “Non abbiate paura”. Lui non ne ha avuta, neppure davanti alla morte, anzi è stato fino alla fine “sereno” al punto da consolare le suore che lo assistevano: “Sono lieto, siatelo anche voi”. Una serenità, una letizia che, in lui spontanee e sentite, hanno il valore di un monito alla società moderna, tanto terrorizzata dalla malattia, dalla fragilità fisica e dalla sofferenza, da non sapersi più abbandonare alla volontà del Signore; tanto gaudente da dimenticare che la vita vera è quella eterna, quella che conclude il nostro esilio nella “lacrimarum valle”. Per questo sorprende solo gli sprovveduti la sua decisione di non voler tornare in ospedale, dove comunque sapeva che non avrebbero potuto guarirlo. Affidandosi a Dio, sottolineava, ancora una volta, la netta distinzione che la Chiesa fa tra l’eutanasia che condanna e l’innaturale accanimento terapeutico. Il suo gregge preferito era quello dei giovani. Li ha conquistati con la simpatia, con la battuta di spirito, con la spontaneità della sua partecipazione ai canti, perfino alle danze, ma anche con l’insistente invito “all’amore”, da dare ed accettare incondizionatamente, perché solo l’amore ci rende simili al Fratello Gesù, che per noi si è umiliato sulla Croce. Un invito rivolto con passione ma anche con risolutezza, senza cedimenti al lassismo moderno, anzi contrastandolo con i valori del cristianesimo. Ma non basta “invitare”, occorre soprattutto dare un esempio concreto. E quale migliore dimostrazione d’amore di quella di un padre che soffre fisicamente, che fa fatica a parlare, che è indebolito dagli anni, dai postumi delle pallottole e dalla malattia e tuttavia non rinuncia ad andare tra i suoi figli e con i suoi figli; di un padre che rifiuta di dimettersi dal suo ruolo, anche se gli costa dolore e sacrificio, anche se tanti lo sollecitano impudentemente in tal senso, perché solo così può continuare a trasmettere loro quel messaggio di fede e di speranza che ha riempito la sua vita e al quale ha dedicato tutta la sua esistenza. Ha avuto ragione se, a pregare, a piangere e a chiamarlo affettuosamente per nome, ci sono soprattutto giovani, in Piazza San Pietro. Ai quali rivolge l’ultimo, amoroso addio pieno di gratitudine: “Vi ho chiamati. Siete venuti e vi ringrazio”. Ha concluso la sua vita terrena con un “Amen”. Un “Così sia” che forse era la conclusione di una preghiera o più probabilmente l’umile, consapevole, fiduciosa risposta alla chiamata finale della Vergine Maria della quale era particolarmente devoto. Così Papa Giovanni Paolo II, che durante tutto il suo pontificato ha saputo coniugare tradizione e modernità, è entrato nella vita eterna. Dalla quale, ne sono certo, continuerà ad amarci e proteggerci.
2 |