Le parole di speranza di Benedetto XVIIl viaggio rischioso ma utile del Papa in Medio Oriente. Condanna l’antisemitismo e il terrorismo ed invita alla pacePrima che il Papa partisse per la sua visita in Giordania, Israele e Palestina, i Fratelli musulmani avevano fatto circolare manifesti inquietanti con i quali lo si invitava a rinunciare al viaggio; alcuni Ebrei non erano da meno e, via radio, lo insultavano definendolo “l’ex giovane nazista”. Dichiarazioni ostili, minacce ed offese che hanno preoccupato il Vaticano, e non solo, per il conseguente problema di sicurezza e fatto auspicare un rinvio, la data prescelta essendo a ridosso della guerra di Gaza e delle polemiche sul caso del negazionista vescovo lefebvriano Williamson. Si temeva infatti che, a dispetto della valenza religiosa del pellegrinaggio di Benedetto XVI nella terra di Gesù, i suoi 28 discorsi avrebbero potuto avere ricadute politiche gravi. Il viaggio, tuttavia, secondo l’ebrea Fiamma Nirenstein, vicepresidente del centrodestra della Commissione Affari Esteri, rappresentava “una grande occasione, proprio perché il momento è pessimo”, soprattutto se il Pontefice si attiene “ai temi della verità e della libertà religiosa”. Per la deputata e articolista de il Giornale, la verità consiste nel rilevare “i danni inflitti ai Palestinesi dalle loro leadership…e l’enorme miglioramento che la cessazione della violenza può portare nelle loro vite”; e nello smascherare il nuovo antisemitismo che dipinge Israele come Stato razzista, violento, assassino, come dire nazista, anche se è l’unico Paese del Medio Oriente in cui, in nome della libertà religiosa, in 60 anni i Cristiani sono aumentati da 34.000 a 150.000. Un antisemitismo che fa del terrorismo islamico un legittimo modo di reagire alle prepotenze israeliane; che gli Enti internazionali spesso avvallano, basti pensare al recente summit Onu a Ginevra; che ha spinto, in alcuni Stati europei ed anche in Italia, a manifestazioni durante le quali intellettuali e movimenti pacifisti hanno gridato “Hamas, hamas, ebrei al gas”. Che ci sia del vero, nella denuncia della Nirenstein, lo dimostra il fatto che il Pontefice, appena arrivato a Tel Aviv, ha sentito il bisogno di dire che “l'antisemitismo continua a sollevare la sua ripugnante testa in molte parti del mondo e ciò è inaccettabile”; di aggiungere che serve “ogni sforzo per combatterlo dovunque si trovi e per promuovere il rispetto e la stima verso gli appartenenti a ogni popolo, razza, lingua”; di ricordare che gli Israeliani “lottano per giungere a una soluzione duratura dei conflitti che hanno causato tante sofferenze”; di affermare che “la religione viene sfigurata quando viene costretta a servire l’ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l’abuso”. Evidente il richiamo al fondamentalismo islamico e alle ostili prese di posizioni dell’iraniano Ahmadinejad; ma anche alla Shoah, in merito alla quale auspica che “l'umanità non abbia mai più ad essere testimone di un crimine di simile enormità”: il che suona pure come condanna del negazionismo dell'Olocausto. Donde l’auspicio di un rapido esito dei negoziati di pace, e la supplica a “quanti sono investiti di responsabilità” di cercare una soluzione giusta che dia pace e stabilità allo Stato di Israele e alle popolazioni palestinesi. Parla anche a favore della libertà religiosa, Benedetto XVI, definendola “diritto umano fondamentale”. Per difendere il quale occorre “il coraggio di impegnarsi nel dialogo…e nella solidarietà con…lo sfollato e le vittime di profonde tragedie umane; il coraggio di costruire nuovi ponti per rendere possibile un fecondo incontro di persone di diverse religioni e culture e così arricchire il tessuto della società... e contrastare modi di pensare che giustificano lo stroncare vite innocenti”. Le dice ai Cristiani queste parole, il Santo Padre, ma è invito rivolto anche agli Ebrei e ai Musulmani. Animato dal coraggio della fede, ai primi ricorda “l'inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebreo” ed esprime il desiderio che siano superati gli ostacoli che si frappongono ad una riconciliazione; ai secondi, con i quali non può esserci dialogo religioso, le due fedi essendo inconciliabili, suggerisce di evitare ogni forma di intolleranza, di rinunciare all’odio, di rispettare la dignità delle donne, di “superare conflitti e incomprensioni” e di opporsi ad ogni manifestazione di violenza, anche contro lo stesso mondo islamico. Agli Israeliani riconosce il diritto all’esistenza del loro Stato; ai Palestinesi quello ad “una sovrana patria nella terra dei vostri antenati, sicura e in pace con i suoi vicini, entro confini internazionalmente riconosciuti”. Agli Ebrei contesta che “in un mondo in cui le frontiere vengono sempre più aperte, al commercio, ai viaggi, alla mobilità della gente, agli scambi culturali, è tragico vedere che vengono tuttora eretti dei muri”; ai fondamentalisti ricorda che “c’è voluto molto tempo per passare dagli idoli a un solo, invisibile Dio, pochissimo, per far diventare Dio il capo del terrorismo. Tutti i terroristi parlano in nome di Dio. Abbiamo due dei: uno per la morte, l’altro per la pace. Oggi il problema non è distinguere fra Stato e Chiesa o fra ebrei, cristiani, musulmani. Serve una netta separazione fra violenza e fede”. Ai fondamentalisti sono piaciuti poco questi concetti, come ad alcuni Ebrei non è andato a genio che non si sia scusato, da Tedesco e da Cristiano, per l’Olocausto. Ma sono frasi che possono - cito da un articolo di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera dell’11 maggio - “aiutare l'azione degli uomini, musulmani, ebrei o cristiani, alla ricerca di una pacifica convivenza proprio perché ricordano a tutti quanta mistificazione ci sia nell'uso a scopi politici della religione e nella violenza che quell'uso porta sempre con sé”. Speranza che facciamo nostra. Egidio Todeschini 12.5..2009 |