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“Non
è tempo di vergognarsi del Vangelo”
L’invito
del Papa a tutti i cittadini e credenti: Alzati o Elvezia! Nel Pese di
Zwingli e Calvino i cattolici sono ormai in maggioranza
Se
avevamo bisogno di una prova per convincerci di quanto un Paese reale può
essere distante da quello istituzionale o mediatico, l’abbiamo avuta
dal recente viaggio in terra elvetica del Santo Padre. In effetti,
raramente si è registrato un così evidente contrasto tra
la freddezza con cui il Pontefice è stato accolto dalla Svizzera
ufficiale e il calore dell’abbraccio che i cattolici gli hanno
dedicato. Né vale, per giustificare tale antitesi, pensare a Zwingli e
Calvino e al protestantesimo predominante nella Confederazione: se sono
attendibili i dati forniti da alcuni quotidiani, qui ormai viaggia sulla
“Barca di San Pietro” il 42% - 44% della popolazione, contro un 33%
(o 37%) di cristiani riformati.
Demoralizzante, il 5 scorso, assistere in Tv all’arrivo del
Papa all’aeroporto di Payerne e poi a Berna: in pochi ad accoglierlo
con il Presidente della Svizzera, Joseph Deiss, che comunque non poteva
esimersi; strade semideserte e totale mancanza di manifesti di benvenuto
nella capitale. Spiccano, invece, i segni di ostilità: su una
finestra, lo striscione con l’annuncio cafone “il Papa arriva e noi
ce ne andiamo”; tanti volantini con il premuroso - si fa per dire -
invito “difenditi da solo perché il Papa non ti difende”, degli
affiliati di “Alleanza anti-papa contro il fondamentalismo religioso”,
tanto ciechi da non vedere che il fondamentalismo è altrove, non
a Roma. E troppo sciocchi per capire che il Capo della Chiesa istituita
da Gesù non può seguire il vento licenzioso della moderna
morale sessuale.
Aberrante è pure appurare che a Berna “un parroco ha
deciso polemicamente di portare i ragazzi della sua parrocchia in gita
per evitare di incrociarsi con il Pontefice”. Ma di cosa è
fatta la sua fede? Io ricordo ancora l’emozione provata nel 1984,
quando ebbi la fortuna di seguire, come giornalista, tutta la visita di
Giovanni Paolo II in Svizzera (12-17 giugno). Furono giorni
indimenticabili e commoventi. Forse il prete in questione fa ancora
parte di quella schiera di cattolici (cattolici?) che, all’epoca della
prima venuta di Papa Wojtila in Svizzera, erano convinti che le sue
trasferte internazionali fossero dettate da “culto della personalità”,
come dire dallo stesso protagonismo che pervade il mondo moderno.
E se oggi tale credenza si è attenuata, sembrano restare
nella Confederazione alcune devianze mentali che i giornali locali si
sono premurati di divulgare: molti cattolici sarebbero favorevoli alle
dimissioni del Pontefice, propensi al matrimonio dei preti e non
avrebbero nulla da obiettare al sacerdozio delle donne. Sondaggi forse
veritieri ma certamente incompleti.
La visita alla comunità elvetica (la prima dopo 9 mesi di
obbligata astensione dai viaggi, la centotreesima del suo pontificato)
non è facile e Giovanni Paolo II ne è al corrente: sa di
andare in un Paese ove, almeno a certi livelli culturali e gerarchici,
la spinta centrifuga è forte, l’antipapismo diffuso e, negli
stessi ambienti cattolici, è ampia la richiesta di maggiore
autonomia dal Vaticano. Tra l’altro, ha già incassato il
rifiuto a partecipare alla Messa domenicale, da parte della Federazione
delle Chiese Evangeliche che si giustifica con la pretesa che “Roma
finirebbe con il rallentare l’avvicinamento tra cattolici e
protestanti”.
Ci vuole ben altro, però, per fermare il Karol
Wojtila che fisicamente soffre ma non rinuncia a trasmettere e
valorizzare
la Parola
di Dio. E che reagisce alle manifeste o tacite ostilità
impostando il discorso sui giovani e sul futuro, identificando
nell’indifferenza, nell’edonismo e “nei miraggi della società
dei consumi” i nemici da sconfiggere; invitando anche
la Chiesa
alla pace che si ottiene con la fedeltà al Vangelo e
l’ubbidienza all’insegnamento del Magistero; ricordando che solo la
luce di Cristo può riscattare dalle tenebre delle tante violenze,
degli infiniti crimini, delle continue guerre, delle multiformi
ingiustizie. Ma anche ribadendo ai giovani – e non esclusivamente a
loro – che solo con “la sequela del Signore” si può dare un
senso alla vita e, soprattutto, sollecitandoli a non “aver paura di
proclamare il Vangelo”. Mai raccomandazione è stata più
opportuna nel mondo occidentale che si definisce cristiano ma che spesso
si comporta da pagano e, per di più, tende a mimetizzarsi nel
pluriculturalismo e nel relativismo.
Eppure la vista del Papa è stata ben recepita, a giudicare
dall’affettuosa attenzione con la quale i 12.000 giovani, svizzeri e
non, lo hanno attentamente ascoltato e calorosamente applaudito,
dimostrando che il vuoto esistenziale che a volte li corrompe ha solo
bisogno della Verità di Gesù. E fa piacere accorgersi che
le sue parole hanno positivamente colpito anche gli adulti, se, con una
partecipazione senza precedenti in terra elvetica, 70.000 fedeli, venuti
da ogni Cantone e dall’estero, hanno partecipato festosamente alla
Messa domenicale, quasi per fargli dimenticare la freddezza
dell’accoglienza. Quasi a dimostrazione che “il disagio verso questo
papa” è uno stato d’animo che certi teologi e assistenti
pastorali, riveriti dai media, si ostinano a ostentare ma che invece
farebbero bene a non proiettare sui fedeli.
Ultima precisazione: tutti hanno notato, sia all’incontro dei
giovani che alla Messa di domenica, molte bandiere e presenze straniere.
Ebbene sì, i cattolici stranieri in Svizzera sono molti. E
la Svizzera
è stata da loro ringiovanita e, a mio parere anche, anche
la Chiesa
molto arricchita.
Egidio Todeschini
10.6.2004
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