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Panorama italiano di mezza estate Il governo sopravvive tra scontri e ricatti. Ma rende l’Italia più lontana dai Paesi europei. Anche l’ultimo contrasto sulle pensioni lo dimostra A maggio il Governo ha festeggiato – si fa per dire - il primo anno di vita ma non gode di ottima salute a causa della varietà ideologica di chi lo sostiene. Eppure Prodi, per risanare, disse, “un Paese bloccato, che ha perduto gli orientamenti etici, le linee di azione e non solo nell'economia”, nel 2006 assunse il “compito di una svolta e anche di un’esemplarità rispetto al Paese”. Per assolverlo (principalmente per accontentare la dozzina di partiti della sua coalizione!), ritenne opportuno nominare 2 vicepresidenti del Consiglio (D’Alema e Rutelli), 4 sottosegretari di Stato, 27 ministri coadiuvati da 10 vice ministri e da 64 sottosegretari, battendo così il record nazionale di poltrone e sgabelli ministeriali. Non gli sembrarono troppi, però, se poté affermare che si trattava di “un numero di persone che qualcuno potrebbe definire anche eccessivo ma, se si considera la mole di lavoro da fare, è da considerare scarsissimo”. In effetti, si misero tutti alacremente al lavoro per modificare o abrogare leggi e riforme fatte dal Governo precedente. Soprattutto per esprimersi a ruota libera: un giorno sì e l’altro pure, si sono infatti dati da fare per apparire alla televisione o rilasciare interviste alla stampa, contestandosi a vicenda in infiniti duelli verbali. Mastella dà via libera al condono? Il collega Di Pietro protesta in piazza e vota contro. C’è da confermare il finanziamento della missione in Afghanistan? La sinistra radicale si ribella e Prodi deve mettere la fiducia. E’ tempo di finanziaria? I ministri litigano, minacciano e ricattano. La Camera deve approvare la mozione sulle coppie di fatto? L'Udeur si esprime contro. A Roma si manifesta a favore dei “Dico”? Mastella e Fioroni aderiscono al Family Day. Prodi riceve Bush? Giordano, Diliberto e Pecoraio Scanio contestano in piazza il presidente americano. Il Ministro dell’Economia, Padoa-Schioppa, vuole limare tasse e spese pubbliche? Riceve una lettera minatoria da quattro suoi colleghi “rossi”. I dissidi all’interno della maggioranza hanno spaziato su tutto, dalla riforma del sistema elettorale alla distribuzione dei fondi del cosiddetto “tesoretto” (incremento delle entrate); dalla legge sul conflitto d’interesse al via libera alla Tav o all’ampliamento della base americana a Vicenza; dalle previste nuove norme sull’immigrazione alla modifica del sistema giudiziario. Contrasti persistiti anche quando, per rimediare alla sconfitta in Senato sulla politica estera, Prodi stilò in fretta il famoso “dodecalogo” e chiese (e non ottenne) che il governo comunicasse con una sola voce e sancì la difesa della stabilità come prima missione del centrosinistra. Salvo, per ottenerla, limitare la legislazione (solo 10 leggi approvate in un anno!) ed abusare del voto di fiducia (7 volte in 12 mesi). O tacere davanti ai licenziamenti di personaggi invisi a qualcuno dei suoi collaboratori: il Capo della Polizia, De Gennaro; quello del Sisme, Pollari; il Generale della Guardia di Finanza, Speciale. Lo stesso silenzio, suo e di Amato, registrato dopo le recenti - l’ultima è del 23 giugno a Padova - manifestazioni delle Brigate Rosse, durante le quali non solo si è dato del “terrorista” allo Stato e si è chiesta la liberazione dell’assassina Nadia Desdemona Lioce e di altri compagni di lotta eversiva; ma si è perfino profanata la memoria di Marco Biagi e Massimo D’Antona, ed infangato il nome di Aldo Moro. Tace o cede, Prodi, e gli scontri continuano. L’ultimo si è acceso sulle pensioni. Il nodo da sciogliere è, per l’estrema sinistra, l’annullamento dello “scalone” previsto dalla legge Maroni che aumenta, a partire da gennaio 2008, l'età pensionabile da 57 anni a 60, sempre con 35 anni di contributi. L’auspicava l’UE che non ha poteri per imporla ma ha indicato tra gli obiettivi del 2010 l’estensione della vita lavorativa; la sollecitava l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico); era necessaria per contenere le spese statali e garantire in futuro il trattamento di quiescenza. Legge che, comunque, stabiliva un’età inferiore a quella prevista negli Stati europei ove, mediamente e salvo diversa scelta dell’interessato, uomini e donne smettono di lavorare a 65 anni; nei quali occorrono di norma 40 anni di contributi; dove, con poche eccezioni, non esiste la "pensione di anzianità" ma solo quella di vecchiaia; nei quali, per scoraggiare i pre-pensionamenti, è più spesso previsto un disincentivo, che alleggerisce l'onere statale, al posto dell’incentivo che pesa sul bilancio pubblico. E dove sono anche minori le sperequazioni tra chi gode di un trattamento da nababbo e chi deve sopravvivere con una pensione assolutamente inadeguata. Alla sinistra massimalista e ai sindacati, che vogliono mantenere lo statu quo, ciò non importa. Ed ingaggiano lotte, scioperi, polemiche ed i soliti “tavoli” intorno ai quali la discussione prosegue fino alle ore piccole della notte, ma sempre aspra. C’è da decidere se, per “dare risposte ai pensionati di oggi e di domani”, come richiesto dal sottosegretario Letta, accettare la proposta di Padoa-Schioppa di trasformare lo scalone in “scalino”, elevare cioè a 58 anni, nel 2008, l’età della pensione, e prolungarla nel tempo fino a 62; intanto aumentare di 40/50 euro mensili - benvenuti, ma irrisori – l’assegno dei pensionati che campano con meno di 500 euro al mese. All’apparenza idea non malvagia, che soddisfa Prodi anche se ancora lontana dallo standard europeo. Forse pure economicamente sostenibile, pur comportando maggiori oneri a carico dello Stato. Ed infatti le controparti sembrano accettarla. Sembra, appunto, ma solo per 24 ore: poi l’accordo svanisce di nuovo e si riparte con il braccio di ferro tra Governo, sinistra radicale e sindacati. Come andrà a finire? Probabilmente con l’ennesimo “mi arrendo” del premier e del ministro dell’Economia, pur di non soccombere. Ciò mette in rilievo anche l’incoerenza dei due euroentusiasti, Prodi e Padoa-Schioppa, e di una coalizione sempre sollecita a professarsi “profondamente europeista” e a stigmatizzare chi non accetta le decisioni dell’Unione Europea. Salvo poi rendere atipica l’Italia su tutto: dall’incidenza del fisco al ripudio del nucleare, dall’età pensionabile al sistema giudiziario, dal numero di partiti al sopravvivere di tre fazioni comuniste, dai pregiudizi classisti all’inadeguatezza delle infrastrutture, dall’incuria che genera la monnezza della Campania alla carenza di ricerca scientifica. Ammettiamolo con franchezza: il Governo sopravvive ma c’è veramente poco di cui andare fieri. Egidio Todeschini
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