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La moltiplicazione dei pani e dei pesci
Approvata la riforma federale ed istituzionale dell’Italia.
Che da tempo la politica italiana annaspi nella palude di noiose risse è sotto gli occhi di tutti. Non c’è fatto, proposta, affermazione, commento o disegno di legge che sia divulgato ed analizzato senza fronzoli interpretativi, spesso fasulli; senza ricerche forzose di subdoli scopi; senza condanne aprioristiche; senza catastrofismi, più o meno velati. Non è sfuggita alla sterile regola del tiro a segno la riforma costituzionale conosciuta con il nome “devoluzione”, fortissimamente voluta, per la parte più propriamente federalistica, dalla Lega. Si è letto e sentito di tutto, su di essa, soprattutto che è “anticostituzionale” e che non è frutto di un accordo “bipartisan”. Critiche ingiustificate: che revisione sarebbe se non modificasse il dettato della Costituzione? E i Padri costituenti non hanno forse previsto il referendum confermativo, senza vincolo di quorum, in caso di mancato consenso di due terzi dei parlamentari? Si è detto anche che “spaccherà il Paese” e che rappresenta il primo passo verso il regime. Assurdo: Germania, Austria e Svizzera sono federali ma non è venuto meno nei loro popoli il senso di appartenenza ad un unico Stato. In Inghilterra, e in altri Paesi europei, il capo del Governo ha più poteri del nostro, ma ciò non ha comportato una violazione dei principi fondamentali della democrazia. Senza contare che, nella precedente Legislatura, hanno rinnovato, con quattro voti di scarto e senza l’accordo dell’opposizione, il Titolo V della Suprema Legge, creando così la Repubblica federale, senza però chiarire bene i poteri dei singoli organi. La fantasia non è mancata per criticare la riforma appena approvata. Ha fatto difetto, invece, una seria informazione sugli aspetti più notevoli: cosa, come e quando cambia. Conviene invece, visto che ci sarà un referendum confermativo, incominciare a parlarne, partendo dalla domanda: era necessario cambiare la Costituzione? Certo che sì: se ne discute da decenni e all’uopo sono state istituite diverse Commissioni camerali. Occorreva eliminare il “cameralismo perfetto” che impone una doppia votazione, alla Camera e al Senato, di ogni disegno legislativo. Dare più poteri al Capo del Governo, finora succube delle volontà e dei ricatti degli alleati. Avere più stabilità governativa, oggi sempre a rischio per il vizio – tutto italico e costituzionalmente lecito – dei “voltagabbana”. E ridurre il numero di Parlamentari, che mette l’Italia in testa alla classifica europea nel rapporto popolazione/rappresentanti politici. Ma anche integrare e correggere il federalismo già istituito, causa di troppi contrasti con lo Stato centrale. Il nuovo testo appena approvato risponde a queste esigenze. Le due Camere avranno competenze diverse, come avviene nei Paesi federali: i deputati si occuperanno delle leggi e della politica proprie dello Stato, i senatori di leggi regionali. Con conseguente riduzione dei tempi e dei costi. Anche perché si diminuisce, dal 2011, il numero dei Parlamentari: dagli attuali 630 della Camera a 500, più i 18 eletti all’estero e quelli nominati a vita dal Capo dello Stato; e dai 315 del Senato a 252. Un “taglio” che si ripercuote su potere personale e portafogli. Ma non si può dire. Si sventola allora lo spauracchio del regime indotto dai nuovi poteri riconosciuti al Premier. Che sarà scelto direttamente dagli elettori, non avrà bisogno della “fiducia” all’atto dell’insediamento e potrà nominare o revocare i ministri. E potrà essere sfiduciato solo mediante “mozione costruttiva”, come in Germania, cioè con l’indicazione del nuovo Premier, ma potrà, per rendere innocui i voltagabbana, sciogliere le Camere. Fin qui il “nuovo” sempre auspicato ma mai realizzato sul quale si potrà dare un giudizio definitivo solo quando dopo il 2011 si sarà potuto verificare la validità della riforma, compresa la “devoluzione” che dà alle Regioni la competenza in materia di sanità, organizzazione scolastica e polizia amministrativa. Rispetto alla riforma precedente, riduce i motivi di conflitto con lo Stato grazie alla clausola dell’interesse nazionale: il Governo può infatti bloccare una legge regionale, se ritenuta contraria al bene della Nazione. O sottoporla al giudizio del Parlamento in seduta comune. Falsa, quindi, la minaccia di “spaccatura dell’Italia” ipotizzata dall’opposizione che avrebbe avuto altri motivi per protestare, se non avesse avuto la coda di paglia. In effetti, il federalismo può piacere o meno, e ciò fa parte delle opinioni personali. Ma è utile solo a patto che esso comporti una riduzione dei funzionari pubblici che invece si moltiplicano; e che preveda quel “federalismo fiscale” (che esiste in Svizzera ma non ancora istituito in Italia) che metterebbe un freno ai tanti sprechi finora effettuati dalle Amministrazioni locali. Guarda caso, quasi tutte rette dal centrosinistra. Sprechi notevoli: vanno dall’aumento gratuito del numero di consiglieri regionali alla lievitazione degli stipendi; dalla nomina di “consulenti”, spesso “fantasiosi” ma superbamente pagati, all’invenzione di manifestazioni, sovvenzioni e pseudo ambascerie stravaganti. L’autonomia lo consente, lo Stato finanzia. Salvo reagire ai tagli imposti dalla Finanziaria con la minaccia, confortata dalla sentenza della Consulta (“il Governo può chiedere di risparmiare, ma non indicare dove”), di ridurre i servizi. Il federalismo senza fiscalità diretta costa moltissimo e c’è da augurarsi che vi si ponga rimedio quanto prima. Il vero pericolo della nuova riforma sta nella moltiplicazione legale - basta una leggina ad hoc – dei pani e dei pesci che alimentano il nepotismo, il clientelismo e lo spreco assoluto. Però né l’opposizione né gli opinionisti che la sostengono lo hanno rilevato! Per incoerenza o per interesse? Egidio Todeschini 18.11. |