“Ovunque purché non a casa
mia”
Il
blocco dei servizi pubblici diventa un’abitudine. Il “no” a tutti
i progetti di ammodernamento. La tragica situazione in Campania
Si suole dire che è bene ciò che finisce bene. E la
“spaccatura” in due dell’Italia, dovuta alla contestazione degli
abitanti di Montecorvino Pugliano, contrari alla riapertura della
discarica di Parapoti, si è conclusa nei migliori dei modi, senza
feriti né tafferugli o danni alle cose. Grazie, dicono,
all’oculatezza del Ministro Pisanu, al non intervento delle Forze
dell’Ordine, alla ragionevolezza dei dimostranti che, dopo quattro
giorni, hanno finalmente liberato i binari, consentendo il passaggio dei
treni e, quindi, la “riunificazione” della Penisola. Ma è
solo apparenza.
Se le cose stessero veramente così, non varrebbe neppure
la pena di riprendere l’argomento. Invece occorre parlarne, per
stigmatizzare un metodo di protesta di cui fanno le spese i cittadini,
che procura un danno economico notevole allo Stato e ai privati, e che
tradisce la totale mancanza di rispetto delle norme vigenti. In effetti,
la questione non si è affatto risolta bene. Tutt’altro.
Di fronte all’ennesimo blocco dei servizi pubblici, attuato in
barba alla legge ed in forza dello slogan “Ovunque ma non a casa mia”,
dobbiamo preoccuparci. Anche se i manifestanti hanno ragione. Perché
constatiamo che prende sempre più piede l’ andazzo per cui
basta il numero per violare la legalità. Con i risultati deleteri
che ne conseguono: la perdita d’immagine internazionale dell’Italia,
la forzata “marcia indietro” delle Autorità, siano esse
statali o locali, e l’inevitabile ritardo nella realizzazione di
manufatti, inceneritori o centrali elettriche, elettrodotti piuttosto
che “rigassificatori“ (impianti per la lavorazione dei gas), che
consentirebbero di ridurre il rischio inquinamento, modernizzando il
Paese.
Per spiegare la “pattumiera del diritto” allestita e permessa
in Campania, qualcuno è ricorso perfino al Cavour, ricordandone
la frase pronunciata sul letto di morte: “l’Italia del Settentrione
è fatta. Lombardi, piemontesi, toscani e romagnoli sono diventati
tutti Italiani. Ma vi sono ancora i napoletani”. Li scusava (“Non
è colpa loro, povera gente. Sono stati così mal governati!”)
ma ne rilevava la notevole corruzione. Tuttavia è riferimento che
vale solo marginalmente, anche se, dal 1994, i governi della Regione -
attualmente Bassolino che era anche presidente del Commissariato
emergenza rifiuti dal quale si è dimesso per rassegnata impotenza
- e le Giunte dei Comuni interessati sono affidati a campani. E campano
è pure il prefetto Catenacci che, facendo riaprire la discarica
(e non aveva alternative: i rifiuti, o lì o nelle vie delle città!),
ha scatenato il putiferio.
No, il carattere dei campani non c’entra; ormai è sempre
così: ovunque nasce un progetto, scatta il “no” dei locali,
con quel che segue: occupazione del suolo pubblico, blocchi delle vie di
comunicazione, mamme scatenate, ignari bambini portati in piazza,
sterili polemiche e - spesso - parroci e sindaci trasformati in
guerriglieri. Poi l’immancabile insabbiamento o il rinvio a data da
stabilirsi del “colpevole” piano di lavoro. E’ successo a Scanzano
(Basilicata) per il deposito di scorie nucleari, a Rapolla, sempre in
Basilicata, per l’elettrodotto, per il terminal di Monfalcone (GO),
per la centrale elettrica di Castro (Puglia), per gli inceneritori di
Cerro Maggiore (Lombardia) e Malagrotta (Lazio). Potrei continuare.
A Montecorvino si è svolto tutto, ancora una volta,
secondo copione: una, sia pur legittima, protesta che si trasforma in
rivolta, un codice penale messo sotto i piedi, una “resa”
incondizionata da parte delle Autorità e un rinvio alle calende
greche. Di nuovo ci sono solo gli avvisi di garanzia inviati ad
un’ottantina di nominativi, tra i quali sette pregiudicati. Ma
l’Italia può andare avanti così? Possibile che l’unica
regola mai violata, non sancita ma sempre applicata, sia quella del
“fatelo dove volete ma lontano da qui”?
Certo, in Campania la situazione ormai è tragica ed anche
molto “partenopea”. In una Regione che cumula 7.250 tonnellate di
immondizia al giorno, si registra una quasi totale carenza di raccolta
differenziata (solo il 12%!), dalla quale dipende il riciclaggio e lo
smaltimento “pulito” dei rifiuti. Il che equivale a dire che i
cittadini che protestano sono i primi a venir meno ai loro doveri.
Mettiamo in conto l’inerzia delle Amministrazioni che nulla hanno
previsto per spingerli a maggior senso civico. Aggiungiamoci anche la
camorra che del problema ha fatto un business miliardario. E qui
finiscono gli effetti del localismo e delle sue devianze.
Ma rientra nell’usanza ormai consolidata se, nonostante i fondi
stanziati dallo Stato (8 milioni di euro solo al Governatore Bassolino,
800 milioni in 10 anni!), non sia stato realizzato neppure uno dei tre
termovalorizzatori (consentono la trasformazione in energia dei rifiuti)
previsti, solo perché gli abitanti dei territori ove dovrebbero sorgere
si rifiutano. Quella prassi che ormai permette impunemente di bloccare
servizi, strade, autostrade, aeroporti e quant’altro, per ottenere un
aumento di stipendio, per protestare contro la politica del Governo o
semplicemente per opporsi a cantieri. Anche se creano lavoro, se
migliorano le condizioni generali della vita ed ammodernano il Paese.
Forse è il caso di cambiare finalmente registro. E, visto
che questa volta
la Procura
si è mossa, rimane solo da augurarci che vada fino in fondo ed in
fretta. Non solo e non tanto per punire i responsabili e quei criminali
che sui problemi locali e nazionali lucrano, quanto per evitare che,
illegalità dopo illegalità, l’Italia scivoli
inesorabilmente nell’anarchia.
2.7.2004
Egidio Todeschini
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