Orgoglio ateo e indifferenza dei credenti
Dopo la rimozione del crocifisso e l’abolizione del presepio si cambia nome al Natale e partono gli autobus con la pubblicità sull’ateismo

 

Arrivano quasi contemporaneamente due notizie sconfortanti: in Inghilterra, il Consiglio comunale londinese decide di cambiare nome al Natale, riducendolo a “Festività della luce invernale”, in sintonia con la festa pagana del solstizio, a testimonianza dell’avvenuta tabula rasa di 2000 anni di storia; in Italia, l’Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar) - di cui è presidente onorario Odifreddi, il matematico di Cuneo convinto che “solo un cretino può essere cristiano” - annuncia che, a partire dal 4 febbraio, su qualche autobus di Genova apparirà il loro spot pubblicitario che esalta l’ateismo, come già avvenuto a Londra, a Barcellona ed a Washington (ma bocciato in Australia grazie alle proteste che ne sono derivate). C’è da restare allibiti: per l’assurdità delle due iniziative e per il rifiuto dell’identità culturale, propria dei Paesi occidentali, che le suggerisce.

Rinnegare Dio e la nascita di Nostro Signore significa dimenticare che - sono parole di un laico e non mie - “ogni civiltà di ogni tempo e di ogni luogo ha sempre sentito il bisogno di interrogarsi su Qualcosa che la trascende”. Significa sottolineare l’irresponsabilità con cui il mondo contemporaneo, che si ritiene razionale, sottovaluta l’apporto del Cristianesimo alla conquista di libertà, dignità della persona, rispetto degli altri, solidarietà; significa ricalcare le orme dei Soviet, le cui macerie dimostrano quanto fosse fallace la convinzione che la religione “è oppio dei popoli”. Significa sconfessare quanti hanno contribuito, con la penna, lo scalpello o il pennello, a nobilitare la tradizione cristiana e ad influire sulla formazione della società europea ed americana, tra i quali - e ne cito solo qualcuno - Dante, Michelangelo, Leonardo da Vinci, Mozart, Bach, El Greco, Giotto e quel Pascal che diceva “che le ragioni degli atei mi convincono dell’esistenza di Dio più delle ragioni dei credenti”.  

Come ha rilevato Monsignor Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, tutto ciò è frutto di un errato concetto di secolarizzazione che porta non “a negare Dio, ma ad ignorarLo”. Un’indifferenza che induce spesso ad accettare tutto, anche le decisioni più ignobili, in nome della “ragione”. Ma non c’è nessuna ragionevolezza, piuttosto servilismo psicologico, nel ribattezzare la festività del Natale, nell’abolire i crocifissi e i presepi o nel fare pubblicità all’ateismo. Non è razionale pensare di poter consolidare il dialogo con gli esponenti di altre religioni se, per farlo, si azzera, più o meno consapevolmente, la nostra identità, negando ciò che fa parte della Storia dell’Occidente, anzi che ha maggiormente contribuito alla sua evoluzione, in particolare il rispetto degli altri. Senza questo si arriva, per pura sudditanza psicologica all’islamismo, perfino a manifestare - come è successo pochi giorni fa nell’Olanda di Theo van Gogh - sciorinando uno slogan da assassini: “Hamas, Hamas, tutti gli Ebrei in camera a gas”.

Un’attitudine irrazionale ma anche da incolti. E’ mancanza d’istruzione quella specie di suicidio mentale che spinge a sottovalutare le nostre radici, peggio, a considerare la nostra fede in Cristo come un reato di cui dobbiamo farci perdonare. E’ l’ignoranza di chi non sa che i Musulmani - i quali in Inghilterra hanno protestato contro la decisione londinese e, l’anno scorso, nella Svizzera tedesca hanno finanziato l’allestimento di un presepe - onorano il “profeta” Gesù, anche se non Gli riconoscono la natura divina. Come si può pensare di essere rispettati se, per primi, rinunciamo alla stima di noi stessi e della nostra cultura?

Ancor più incoerenti gli atei che, negando Dio, credono di potersi godere la vita a loro piacimento. E che decidono di aderire all’iniziativa della British Humanist Association e di pagarsi sugli autobus genovesi lo spot pubblicitario: “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”. Si sono chiesti, i responsabili della Uaar, cosa sarebbe successo, in Inghilterra, in Spagna, nell’America del Nord e in Italia, se i Musulmani avessero inteso che anche Allah non esiste? E’ probabile, invece, che quegli increduli volessero riferirsi solo al Dio cristiano, rivelandosi così atei a metà o peggio, atei esclusivamente per ideologia politica e/o per relativismo di convenienza, senza rendersi conto che, come sottolinea su il Giornale Michele Brambilla, la “pubblicità dei militanti ateisti di mezzo mondo ci fa capire…che credere è scomodo perché pone Qualcuno e una Legge Morale sopra di noi”. Alla quale tutti, anche gli islamici, devono ubbidire.    

Per fortuna, il loro progetto è andato in fumo perché, a seguito delle rimostranze degli autisti, la concessionaria degli spazi pubblicitari della società di trasporti genovesi, la Igp Decaux, ha deciso di non accettare l’incarico. A dispetto della posizione ambigua presa dal sindaco di Genova, Marta Vincenzi, che aveva minimizzato l’iniziativa affermando che “in fondo, se uno slogan infastidisce, si può sempre salire sul bus successivo, a patto che arrivi”. Non era casuale la scelta di Genova, sede del cardinale Angelo Bagnasco, “reo”, a detta di Raffaele Carcano, presidente nazionale della Uaar, “di ostacolare il Gay Pride del 13 giugno (giorno della festività del Corpus Domini. NdR) e abituato a frequenti uscite in materia di scienza, diritti e riproduzione”. Una specie di sfida, provvidenzialmente fallita, per “riconquistare all'incredulità un po' di quella par condicio che i mass media stentano a riconoscerle”. Ma resta l’irrazionalità suicida del mondo occidentale, pronto a chiudere con il Cristianesimo. Per indifferenza e per relativismo culturale.   

    Egidio Todeschini

 

3.1.2009