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La strage di Kabul un serio invito a riflettere La pietà per i sei parà non spinga al disimpegno. La presenza occidentale in Afghanistan ha una finalità ben precisa ma spesso sottovalutata
Unanime la commozione durante i funerali di Stato dei soldati deceduti a seguito dell’attentato afghano: per una volta, maggioranza ed opposizione hanno espresso lo stesso sentimento di gratitudine e soprattutto, ad eccezione di Rifondazione Comunista e dell’Italia dei Valori, la medesima volontà di continuare nell’operazione di “pace”, per debellare il terrorismo e portare più democrazia in quel Paese da anni sconvolto dalla guerra civile e dal fanatismo islamico. Un’emozione ed una determinazione condivise che confortano, perché hanno sospeso - almeno per il momento - quel clima assai polemico che ha caratterizzato gli ultimi mesi dell’anno, a dispetto di quanti (compresi alcuni miei confratelli) hanno ceduto ad un pacifismo ideologico ed insultato i Caduti; o di quei presidi che si sono rifiutati di far fare il minuto di silenzio ai propri allievi, trasformando l’occasione di unità nazionale in divisione. Fa piacere rilevare che popolo ed Istituzioni abbiano, pressoché unanimemente, reagito al lutto senza cedere a pregiudizi. Una concordia che però non basta e, forse, verrà di nuovo meno, appena si tratterà di apportare le pur necessarie modifiche all’ingaggio dei militari. Correzioni che impongono anche un’interpretazione meno dogmatica, meno rigida dell’art. 11 della nostra Costituzione nel quale si legge che “l’Italia ripudia la guerra”. Quando fu scritto, nel 1947, la Penisola usciva sconfitta e distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale: inevitabile che scivolasse in un “pacifismo” con cui poi tutti i Governi hanno sempre dovuto venire a patti mandando quindi “truppe di pace” in zone di guerra. Scontata anche l’alta percentuale di Italiani che, sconvolti da quest’ultima tragedia, si dichiarano favorevoli al ritiro delle nostre truppe. Propensione presente, del resto, pure in Inghilterra, in Francia, in Germania e che, nel 2004, prevalse in Spagna. Ma non c’è alternativa: o far cadere tutto nel dimenticatoio, come già successo dopo i dolorosi fatti di Nassiriya, salvo rattristarci di nuovo al prossimo attentato drammatico; oppure, come suggerisce Sergio Romano sul Corriere della Sera, “spiegare perché siamo in Afghanistan e quali siano i rischi da correre. L’ambiguità, dopo i fatti di Kabul, offende il Paese e i suoi Morti”. Attitudine più ragionevole, soprattutto più doverosa nei confronti dei Caduti e delle loro famiglie, far capire agli Italiani perché sono state inviate in Afghanistan le nostre truppe e chiedersi se sia giusto esporle ai ripetuti attacchi proditorii del nemico, impedendo loro di comportarsi come veri combattenti. Per dirla con Angelo Panebianco, è “far torto all’intelligenza e al patriottismo dei costituenti sostenere che essa ci impedisce di partecipare, con gli alleati, ad azioni militari tese a contrastare (oggi in Afghanistan, domani forse in Somalia e in altri luoghi) la diffusione del terrorismo”. C’è inoltre da riflettere su come fronteggiare il conflitto e qual è la posta in gioco delle cosiddette “missioni di pace”. Un dovere, questo, che non spetta solo ai politici italiani, perché il problema è anche, anzi soprattutto, europeo. Dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, l’Europa comprese e sostenne la guerra in Afghanistan. Poi, un po’ per gli errori della Presidenza Bush, un po’ perché i Talebani sembrano più agguerriti e più feroci che mai, è andata diffondendosi la convinzione che fosse meglio lasciare agli Afghani il compito di risolvere la questione. Dimenticando o ignorando che la vittoria del fanatismo destabilizzerebbe anche il Pakistan e che il fondamentalismo islamico tornerebbe a mettersi all’opera nel nostro Occidente, con il rischio di rivivere drammi come quelli già visti negli Usa e a Londra. Per evitare questo siamo in Afghanistan. E’ errato credere che il terrorismo lì imperante dipenda esclusivamente dalle lotte interne fra le tante etnie di quel Paese. Che esistono, certo, ma alimentano anche la violenza ed i crimini internazionali. E’ straziante pensare ai tanti soldati occidentali uccisi o ai civili, tra i quali molte donne e bambini, che hanno perso la vita in Medio Oriente a causa di una guerra non dichiarata ma combattuta in nome del fondamentalismo, ma è pure doveroso ricordare i civili americani e inglesi morti negli attentati alle Torri Gemelle o alla metropolitana di Londra. Ritirarsi ora significherebbe convincere Bin Laden, o chi per lui, ad organizzare altri attentati in Occidente, Italia e Stato del Vaticano compresi. Anche perché può ancora contare su molti aspiranti suicidi. Occorre perciò decidere, insieme con gli alleati, quali siano i metodi migliori per fronteggiare il conflitto. Il generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe americane in Afghanistan, afferma, senza mezzi termini, che “senza l’invio di nuove truppe rischiamo di fallire”. E’ probabile: occorrono militari per garantire maggiore sicurezza alla popolazione locale; per bloccare le iniziative talebane; per incrementare l’addestramento, ancora insufficiente, dell’esercito locale. Serve anche una nuova attitudine, sul posto, affinché gli Afgani sentano la presenza degli Occidentali non come occupanti, bensì come aiuto concreto, come “contributo per edificare una solidarietà globale” (parole di Mons. Pelvi durante i funerali). E, per quanto riguarda l’Italia, addivenire ad un’interpretazione meno drastica di quell’articolo costituzionale che mette i nostri volontari nelle condizioni di usare le armi solo per difendersi, non per sconfiggere il nemico. Altrimenti il proclamarci orgogliosi di Antonio e Matteo, di Roberto e Massimiliano, di Davide e Giandomenico rischia di diventare una forma di larvata d’ipocrisia. Egidio Todeschini 24.9.2009 |