L’UE sentita come inaffidabile

Europa in crisi per il no dell’Irlanda. Alla scarsa informazione si unisce la paura dei troppi limiti alle sovranità nazionali

  

Il “no” dell’Irlanda al Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007, non è arrivato come un fulmine a ciel sereno: i sondaggi lo davano per certo e le urne lo hanno solo confermato. Non è il primo smacco dell’Unione Europea: nel 2005 i cittadini francesi ed olandesi avevano bocciato la Costituzione stilata sotto la presidenza di Giscard d’Estaing. Per evitare un altro insuccesso, questa volta non sono stati indetti referendum, tranne, appunto, per obbligo costituzionale, in Irlanda. Solamente il 56% degli aventi diritto ha partecipato al voto, ma quel 53,4% che si è espresso negativamente è bastato per rimettere tutto in discussione. Mancando l'unanimità, infatti, il Trattato non può entrare in vigore, nonostante 18 Paesi dell'Unione l'abbiano già approvato e gli altri, Italia compresa, si apprestassero a farlo.  

Dagli Irlandesi ci si aspettava un “sì” di gratitudine, per i vantaggi economici ottenuti grazie all’UE. Ha prevalso, invece, un sentimento di paura e di salvaguardia dell’identità nazionale dallo strapotere di Bruxelles e Strasburgo. Sentimento sempre più diffuso tra le popolazioni che ne sentono come astruso ed inaffidabile il lavoro. Infatti il Presidente francese ha commentato dicendo: “Molti Europei non capiscono il modo in cui costruiamo l’Europa in questo momento”. E, pur premettendo che considera “importante che il processo di ratifica del Trattato di Lisbona giunga al suo termine”, ha riconosciuto la necessità di rendere più chiara, ai cittadini, la politica dell’Unione.

Che, in effetti, appare divisa, contraddittoria e poco democratica; un moloc distante, burocratico e spendaccione; un’Istituzione pressoché sconosciuta che spreca milioni di fogli e di parole per disquisire sulla circonferenza delle mele, le misure dei preservativi, la lunghezza delle banane; che, in nome del libero mercato, pretende d’imporre le quote latte o la quantità di agrumi da produrre; che s’intromette nelle decisioni dei singoli Stati; e s’impone dall’alto con testi spesso incomprensibili. Non a caso, Franz-Joseph Strauss, uno dei padri fondatori dell’Unione, rilevò che: “I 10 Comandamenti contengono 279 parole; la Dichiarazione d’Indipendenza americana 300; le disposizioni della Comunità Europea sull’importazione di caramelle esattamente 25.911”!

Da molti è percepita come entità priva d’identità politica e di capacità operativa (basti pensare che ha affidato al Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura il compito di reagire alle minacce dell’Iran!); soprattutto è vissuta come nemica delle identità nazionali, delle diverse lingue, religioni, letterature ed arti. Dice niente, in proposito, che tre referendum abbiano bocciato tale modello di Europa? Non significa nulla il “grazie, Irlanda” con cui l’ex Capo di Stato italiano, Cossiga, ha commentato il risultato irlandese, preso atto che "il Trattato Ue è morto”, ed auspicato la creazione di “una Europa di popoli, nella quale siano i popoli a comandare e non i burocrati"?

In effetti il testo di Lisbona modificava solo in parte la precedente Costituzione firmata il 29 ottobre 2004 dai Capi di Stato o di Governo degli allora Paesi membri. Certo, ne salvava le innovazioni sostanziali rispetto al precedente Trattato di Nizza, tra le quali l’istituzione di un presidente del Consiglio europeo in carica per due anni e mezzo, la nomina di un Alto rappresentante per la politica estera e l'estensione del voto a maggioranza (55% degli Stati in rappresentanza del 65% dei cittadini). Ma aumentava i poteri della Commissione, (non eletta direttamente dal popolo), a scapito della autonomia decisionale dei singoli Paesi membri. Ma uno Stato che non può più controllare l’economia, la difesa, il sistema giudiziario e la politica interna, perde automaticamente la propria sovranità. Alla quale gli Irlandesi non hanno voluto rinunciare.

Ora le diplomazie europee sono al lavoro per tentare di trovare una soluzione che accontenti tutti. Il che non sarà facile, anche perché il “no” al Trattato di Lisbona comporta un ritorno in vigore di quello di Nizza, del 12.12.2000, che impone l’unanimità. Che già manca sulle quattro ipotesi di via d’uscita: se il premier d’Irlanda, Brian Cowen, è restìo a ricorrere ad un nuovo referendum, il presidente ceco, Vaclav Klaus, sostiene l’impossibilità di ratificare comunque il testo bocciato a Dublino. E se in tanti sono contrari alla stesura di un’ennesima Costituzione, gli Stati più piccoli dell’Unione si oppongono all’idea della “Ue a due velocità”, sostenuta da Sarkozy, in cui un nucleo di Paesi fanno da guida agli altri, decidendo, per esempio, in materia di politica estera, d’immigrazione e sulle fonti energetiche.

L’Europa Unita, per i suoi ideatori, voleva essere la realizzazione di un sogno, quello di cancellare secoli e secoli di guerre in nome della fede, della patria, ma anche delle ideologie. Il sogno di arrivare finalmente ad una pace duratura, dando vita ad una Confederazione in cui ogni Stato, pur sottostando ad alcune regole comuni, manteneva l'identità territoriale e linguistica, il patrimonio storico, artistico, intellettuale, religioso, culturale. Ha finito invece con l’essere un carrozzone burocratico e dispendioso di cui, a stare ai giudizi espressi in merito, anche gli Italiani, una volta europeisti convinti, incominciano ora a diffidare.

Egidio Todeschini

20.6.2008