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Il no alle naturalizzazioni sancite dal popolo Gli Svizzeri rigettano il referendum dell’Udc. Di fatto prevedeva una modifica anticostituzionale e discriminatoria delle leggi in vigore
Fallimento totale. L’Unione Democratica di Centro (Udc) non ha convinto gli elettori elvetici che hanno respinto il referendum sulla cittadinanza. Vediamone il perché, iniziando con il chiarire quali sono le norme attualmente vigenti in materia e a cosa mirava il referendum. In Svizzera, la procedura per le naturalizzazioni è alquanto complessa e prevede tre stadi successivi. Gli stranieri per acquisire il passaporto del Paese devono soddisfare alle condizioni poste dal Cantone, dal Comune di residenza e dalla Confederazione, ciascuno dei quali, nell’ordine, concede la cittadinanza o la rifiuta. Non esiste un diritto alla naturalizzazione ma chi si è visto respingere la domanda può, dal 2003, far ricorso in tribunale per conoscerne i motivi; perfino al Federale, se presume esserci stata una qualunque forma di discriminazione. Proprio questa possibilità di ricorrere alla Giustizia ha spinto l’Udc a chiedere le firme per il referendum, partendo dal presupposto che il riconoscere o meno ad un forestiero la nazionalità elvetica sia atto squisitamente politico, quindi che l’ingerenza della Magistratura rappresenti, in tal caso, una violazione della separazione dei poteri dello Stato. E, siccome la cittadinanza comunale è la prima tappa per ottenere il passaporto, l’iniziativa tendeva a conferire ai Comuni il potere di decidere autonomamente, in quanto “una decisione democratica non necessita mai di una motivazione o giustificazione; solo così è garantito il principio della libertà di espressione”. In pratica, l’Udc ha reagito a due sentenze del Tribunale Federale, emanate nel 2003: una aveva annullate le decisioni prese da un Comune lucernese ove i cittadini avevano respinto numerose domande, accettando solo quelle presentate da candidati dei Paesi vicini; l’altra aveva bocciato l’iniziativa zurighese tendente a sottoporre le domande di naturalizzazione al voto popolare. Sentenze ineccepibili: la prima, in quanto i rifiuti avevano evidentemente natura discriminatoria; la seconda perché la Costituzione federale riconosce a chi si vede rifiutare la cittadinanza il diritto, che viene meno in presenza di una votazione popolare, di appurarne i motivi. Non so se il 63,75% degli elettori che ha respinto il referendum conosca la Legge Suprema dello Stato; o se si è limitato a seguire il consiglio, del resto ben motivato, dell’Assemblea federale che ha invitato a respingere l’iniziativa; oppure se ha semplicemente inteso rigettare l’incauta asserzione dei referendari secondo i quali “le persone contrarie all’iniziativa vogliono che le naturalizzazioni aumentino. L’Udc si oppone alle naturalizzazioni di massa”. Sta di fatto che non si è fatto incantare dalla formulazione della domanda referendaria che parlava di “naturalizzazioni democratiche”, quasi che far decidere al popolo, magari solo in base al cognome che tradisce il Paese d’origine, sia più democratico di un giudizio espresso in presenza, o meno, dei requisiti richiesti per ottenere la cittadinanza. Salvo violare la protezione dei dati personali e della sfera privata, come fa l’elettore a sapere se il richiedente risiede in Svizzera da almeno 12 anni? Se si è integrato nella comunità, se ha accettato le leggi del Paese e del Cantone, se ne conosce la lingua, gli usi ed i costumi? In teoria è presumibile che un europeo si possa sentire più facilmente “svizzero” di un musulmano, di un orientale o di un nomade: ma la capacità d’integrazione non sempre dipende dall’appartenenza a una religione o ad un’etnia particolare. E quale ragione politica può accettare che, solo in materia di cittadinanza, il Comune abbia la preminenza sul Cantone e sulla Confederazione? Una simile normativa sarebbe contraria alla concezione attuale dell’ordinamento giuridico svizzero. Sono procedure complesse e lunghe, quelle elvetiche, ma non insuperabili, se il numero annuo di naturalizzazioni risulta più elevato di quello degli altri Paesi europei: dal 1991, ogni anno acquisiscono il passaporto elvetico più di 50.000 forestieri, solo un quarto dei quali proveniente dagli Stati dell’Unione europea. Certo, se si compara il numero dei naturalizzati con la popolazione straniera residente, il tasso di naturalizzazione risulta, in Svizzera, più basso che altrove, ma ciò è dovuto al fatto che è richiesta una residenza più lunga che non negli Stati dell’UE, ove si va dai 3 anni del Belgio ai 10 della Spagna; e perché i requisiti richiesti sono più rigidi. L’Udc, con tale iniziativa, ha creduto di farsi interprete del sentimento di diffidenza, a volte di paura, che va sempre più estendendosi nella popolazione, anche a seguito dei tanti fatti di cronaca che, qui come all’estero, parlano di criminalità a firma di forestieri. Ma per contrastare l’attuale situazione di sfiducia, se sono negative le decisioni prese in Italia dal Governo Prodi (tra le altre, la riduzione a 5 anni di residenza per ottenere la cittadinanza), servono ancora meno le prese di posizione che rischiano di sembrare razziste e discriminatorie. E che contrastano con la realtà elvetica che vede, nel proprio territorio, più del 20% di stranieri residenti. Il che mette la Confederazione tra gli Stati più accoglienti del mondo. Egidio Todeschini
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