Natale, insegniamo ai bambini a donare
 

L’inno alla Natività di Marcello D’Orta. La bella tradizione del

presepio. “L’inquinamento consumistico” stigmatizzato dal Papa
 

Qualche giorno fa, mi è capitato di leggere un articolo di Marcello d’Orta, maestro napoletano autore del libro “Io speriamo che me la cavo”. Ad attirarmi l’attenzione è stato il titolo nel quale spiccava la parola “Natale”. L’ho letto con piacere: scritto con la semplicità che viene dalla consuetudine professionale a parlar chiaro, denota la competenza di chi sa quel che dice, ma anche la fede profonda del cattolico osservante che non ha paura di confessarsi tale.

E’ un articolo al contempo polemico e dolce. All’inizio l’autore attacca con veemenza chi contesta il Presepio, i maestri e le maestre che, per un errato concetto di “rispetto” delle altrui religioni, l’anno scorso l’avevano abolito dalle scuole o sostituito il Bambinello con la colomba (della pace, dicevano!), oppure con un incomprensibile Cappuccetto Rosso (a Treviso!), e avevano fatto cantare, al posto del classico “Tu scendi dalle stelle”, qualche canzoncina di moda.

Poi si attarda in un elogio della rappresentazione della Stalla di Betlemme che sembra un inno alla Natività, al Re dei Cieli che si fa povero ed umile per noi. Un inno che suona come un “grazie” dettato dal cuore per il regalo più bello mai ricevuto, che si rinnova ogni anno, che va accolto con fede e del quale la “mangiatoia” diventa un simbolo. Ma anche un dovere di gratitudine. Al punto da indurlo, in un sogno nel quale si vede nelle vesti di novello dittatore, ad obbligare per legge, alle famiglie e alle scuole, la tradizione del Presepio.

Qui sbaglia, Marcello D’Orta: tale tradizione, per avere valore, per essere quel mezzo “semplice ma efficace di presentare la fede e trasmetterla ai propri figli”, come ha ricordato recentemente Benedetto XVI, deve essere sentita, non imposta. Deve essere compresa nel suo più profondo significato simbolico e commemorativo, non osservata per abitudine o, peggio, per decreto legislativo. Deve suggerirci sentimenti di fratellanza, soprattutto nei confronti dei più poveri, e riportarci alla sacralità della famiglia, in nome di quel Bimbo che nasce come noi, non essere vissuta come una regola cui obbedire.         

Probabilmente, a giudicare dal numero di bambini presenti in San Pietro, domenica 11 dicembre, per farsi benedire dal Pontefice la statuina del piccolo Gesù, c’è ancora, nelle case italiane, in Patria e all’estero, il Presepio. Piccolo o grande, magari comprato già confezionato ed arricchito dal carillon, e forse sopraffatto dal pino natalizio decorato e luccicante. Ma c’è da chiedersi se esso serve ancora per far capire ai giovanissimi lo spirito del Natale, di questa festa cristiana tra le più importanti della nostra religione. E c’è da domandarsi in quante famiglie la Natività di Nostro Signore è vissuta veramente con la consapevolezza che essa è testimonianza dell’amore di Dio per il genere umano. E, come ha detto Benedetto XVI, “dell’umiltà e della bontà misericordiosa di Cristo il quale, da ricco che era, si è fatto povero per noi”.  

Sta di fatto che “il Bambino avvolto in fasce in una mangiatoia”, come fu annunciato dagli Angeli ai pastori, ci porta un messaggio che rischiamo di travolgere con “l’inquinamento da consumismo” denunciato dal Papa. E da anni, ormai, che il Natale sembra più un business internazionale che non una ricorrenza religiosa e salvifica. Lo vediamo noi stessi, lo scopriamo negli addobbi delle vetrine e nelle offerte dei negozi, lo rileviamo alla televisione ove s’insiste sulla diminuzione o meno di vendite di questo o quell’oggetto “da regalo”, senza mai un accenno al significato del “dono” natalizio. E forse noi stessi lo degradiamo , il Natale, ad occasione per una gustosa scorpacciata con parenti ed amici o a vigilia di un soggiorno in montagna o di un viaggio alle Maldive piuttosto che alle Baleari.

Gesù non si è fatto Uomo per fare del turismo o per ricevere in regalo il telefonino portatile. E’ venuto per donare se stesso, condividere e salvare. Certo, la tradizione, nata nel 1400, prevede anche il rito dello scambio delle strenne sulla scia di quelle portate al Bambinello dai Re Magi, ma solo per ricordarci, anzi per farci assaporare in pieno il significato del dono impareggiabile fattoci da Dio in quel lontano Natale di duemila anni fa.

Festeggiamolo, il Natale. Imbandiamo pure la tavola e poniamoli, i regali, sotto il Presepio. Godiamoci anche le ferie, se ne abbiamo e se possiamo. Ma senza strafare, senza abbandonarci a quel consumismo che ne altera il significato ed il valore salvifico, senza scivolare nel disinteresse per gli altri, per chi soffre, per chi non ha di che sfamare i propri cari, per chi è solo o lontano, in qualche missione di pace o di volontariato umanitario. Senza sentirci offesi se, in chiesa o in parrocchia, qualcuno ci ricorda che Gesù è venuto per tutti, anche per chi non conosciamo, per chi vive nel Malawi o in Ruanda, nelle Filippine o in Papua Nuova Guinea, per chi non crede ancora in Lui o non Lo conosce affatto.

Festeggiamolo, il Natale. Solleviamo i calici per gli auguri, gustiamoci pure il panettone e scambiamoci i doni. Ma insegniamo anche ai bambini ad essere generosi, a non pretendere, a dare, non solo a ricevere, ad accogliere con gratitudine anche il regalo che non piace o non è alla moda. Soprattutto ricordiamo loro che, a dispetto delle apparenze di questo nostro mondo consumista, il Natale è festa sacra. La festa della Buona Novella: Dio è con noi.  

        Egidio Todeschini

 

17.12.2005