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Un sacrificio da non tradire Il dramma di Nassiriya e la partecipazione corale dell'Italia. Una bella lezione di amor di patria. Piaccia o no il terrorismo esiste e bisogna affrontarlo Ora che sono passati alcuni giorni dall'attentato
di Nassiriya e dalle cerimonie funebri con le quali le diciannove
vittime sono state accompagnate all'eterno riposo, è opportuna
una pausa di riflessione. Anche per trovare risposta agli interrogativi
che sono sorti nelle coscienze di tutti noi. Il tempo darà la risposta finale. Ma nulla fa pensare che la strage irachena cada oggi in quel cassetto dell'oblio nel quale abbiamo messo l'eccidio di Kindu, nel Congo. Ove, l'11 novembre 1961, furono torturati ed uccisi tredici avieri, "rei" di portare, per conto dell'Onu, viveri e medicinali alla locale popolazione che combatteva per l'indipendenza dal Belgio. Anche allora ci fu commozione e sgomento, ma il Tricolore non svettò esposto a tante finestre, Roma non si riempì di pellegrini e non si registrò nessuna "unità" nei partiti. Forse per il senso di colpa che ha accompagnato, e in parte accompagna ancora, la fine del colonialismo. Questa volta invece l'Italia tutta, con l'eccezione di poche frange, ha pianto e condiviso. E' significativo che i Caduti di Nassiriya abbiano richiamato alla mente l'eroismo di Salvo D'Acquisto e non la morte dei tredici soldati che ubbidivano ad un ordine militare. Qualcuno spiega la compatta partecipazione con la "novità" del fatto (è la prima volta, dalla fine della Guerra Mondiale, che registriamo un così alto numero di vittime in uniforme). Altri con la reazione all'illusione che la missione si sarebbe conclusa senza drammi, come in Libano, in Bosnia, in Afghanistan o nel Kosovo, ove le nostre divise parevano fungere da scudo protettivo. In realtà il sentimento che ha attraversato in questi giorni l'Italia sapeva soprattutto di orgoglio, di italianità, di gratitudine per il servizio umanitario che le Forze Armate svolgono in quella terra martoriata dalla dittatura. Alla domanda di una giornalista a uno dei Carabinieri feriti: “ Che cosa la spinge, avendo moglie e due figli, ad andare come volontario nelle missioni di pace?", egli ha risposto: "Insegno loro il senso del dovere, la solidarietà per chi soffre e l'amor di Patria". Gli Italiani quella risposta l'hanno fatta propria, rendendo il dovuto omaggio, raccogliendo in pochi giorni centinaia di migliaia di euro per aiutare le famiglie dei Caduti e dimostrandosi compatti nel chiedere il mantenimento della missione. Di questa volontà si sono resi testimoni i Carabinieri rimasti a Nassiriya ed i feriti che auspicano di ritornarvi al più presto; di essa si è fatto interprete (in contrasto con il vescovo di Caserta, Raffaele Nogaro) il cardinale Ruini durante l'omelia, affermando che di fronte "ai terroristi assassini l'Italia non arretrerà". E d'accordo si sono dichiarati maggioranza e buona parte dell'opposizione. E l'hanno espressa, anche a nome del popolo italiano, gli alunni di una scuola elementare che a loro hanno dedicato, con l'innocenza dell'età che trasforma quei Morti in Angeli, l'epitaffio: "Grazie. Ed ora proteggete i vostri colleghi rimasti in Iraq". Ma tale volontà, apparentemente così unanime, fa sorgere altri dubbi: chi ha ragione? Monsignor Nogaro, che avrebbe (il condizionale s'impone, stante la sua rettifica) invitato a non benedire quei Caduti "andati a fare la guerra", o la Chiesa che, per bocca del presidente della Cei, invita a "non odiare il nemico" ma anche a perseverare nel combatterlo? Chi dice il vero: i pacifisti che parlano di "guerra coloniale ed imperialista" o chi insiste sul dovere di difendere l'Occidente dal pericolo terroristico? La risposta, questa volta, la danno i fatti. Che il nuovo millennio sia iniziato all'insegna dello scontro bellico è innegabile. Ma altrettanto innegabile che, ad accendere la miccia, è stato e continua ad essere il fondamentalismo islamico. Che fa guerra all'Occidente ma anche al mondo arabo moderato. Una guerra non dichiarata ma condotta con la vigliaccheria di chi uccide, in nome di Allah, gli innocenti, i civili, i "moderati", musulmani, ebrei o cristiani che siano. Gestita ad armi impari, l'attacco a sorpresa dei kamikaze contro la visibilità delle divise o l'innocenza della vita quotidiana. Anomala quanto vogliamo, ma guerra. Basta riandare all'11 settembre del 2001 per rendersene conto; basta conservare la memoria dei tanti morti che, a New York, in Israele, a Riad, in Tunisia, a Bali, a Casablanca, a Nassiriya ed ora ad Istambul, pagano con la vita il "peccato" di voler sopravvivere e di preferire, alla guerra "santa", il rispetto reciproco, la democrazia e la libertà di religione. Non si tratta più di giudicare se sia stato giusto o sbagliato abbattere Saddam, che comunque era un carnefice; o se la politica di Bush e dei suoi alleati sia stata e sia adeguata alla situazione. C'è piuttosto necessità di prendere coscienza del rischio che incombe. Come hanno fatto i nostri soldati, ubbidendo ad un profondo senso del dovere. Con serietà, con orgoglio, con quell'umanità che fa accettare, non cercare, il pericolo; che fa sentire la lontananza dagli affetti familiari, compensandola però con la speranza di migliorarne l'esistenza; che fa sopportare le difficoltà quotidiane ma non uccide la voglia di vivere. Erano parte di noi, fratelli che ci hanno impartito una lezione di solidarietà, di servizio, di responsabilità che dobbiamo accogliere e condividere. Soprattutto non tradire, perché il loro sacrificio non risulti vano. Egidio Todeschini
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