La missione educativa di Stato e Chiesa

Nei discorsi del Presidente della Repubblica in Vaticano e a Napoli il tentativo di contribuire a creare una solida identità nazionale

 

Potrà piacere o non piacere, il nuovo inquilino del Quirinale. Giorgio Napolitano ha un percorso politico, nelle file del PCI prima e dei DS poi, ben preciso e tale da non essere condiviso da tutti. Per di più, è stato eletto alla suprema carica dello Stato con i soli voti del centrosinistra che, inutile negarlo, ha fatto man bassa di tutte le cariche istituzionali, con ciò indisponendo l’opposizione e gli elettori della Casa delle Libertà.

 Dobbiamo però riconoscergli un merito: è il primo Presidente della Repubblica che abbia riconosciuto alla Chiesa cattolica, e non esclusivamente allo Stato, la “missione educativa” che serve a “rinsaldare l’unità della Nazione” e a creare il senso d’identità nazionale; il solo che, pur sottolineando l’autonomia dello Stato ed il principio laico riconosciutogli dalla Costituzione, ravvisi la necessità di “un richiamo a quel fondamento etico della politica” che si colloca “tra gli autentici valori della cultura del nostro tempo”; il solo che trovi la forza, direi il coraggio, d’invocare la “speciale sensibilità e sollecitudine” del Pontefice al fine di sanare il “tessuto della coesione sociale”, di ristabilire “il senso delle Istituzioni e della legalità”, di alimentare “il costume civico e l’ordine morale”.

C’è, nel discorso rivolto dal Capo dello Stato a Benedetto XVI, il tentativo di mettere fine, una volta per tutte, al secolare dualismo tra guelfi e ghibellini o, per dirla in termini moderni, tra clericalismo e laicismo; c’è la convinzione che, per dare sostanza al carente senso civico nazionale, l’aiuto delle Istituzioni ecclesiali e il loro continuo richiamo ai valori universali siano fondamentali; c’è la presa di coscienza di un fenomeno storico, l’antitesi tra Chiesa e Stato, che va finalmente superato, per risolvere, in maniera non partigiana, i gravi problemi della Penisola, riguardanti le famiglie, “la tutela della vita, la libertà d’educazione”.

Non è un caso se, sia pure con parole diverse, ripete lo stesso concetto nella Napoli sconvolta dalla camorra e dalla criminalità. Si rivolge al Card. Sepe con parole, che, forse, solo un non credente poteva esprimere senza correre il rischio di rimanere sepolto dalle accuse di clericalismo; ma che, tuttavia, non gli hanno risparmiato quel fragoroso velo di silenzio con il quale, nella partenopea chiesa Santa Maria della Sanità, i politici di sinistra hanno accolto il suo appello ad “una soluzione ponderata e condivisa dei problemi della libertà di ricerca e…dei più complessi temi biologici” (evidente il riferimento all’aborto, all’eutanasia, alle manipolazioni genetiche e alle altre pretese conquiste scientifiche) e l’invito a che Stato e Chiesa seguano “gli stessi valori di moralità e di eticità”. 

 Merita l’applauso, il Presidente, perché, mettendo il dito nella piaga dell’esasperata secolarizzazione che tende a considerare la fede cattolica come un fatto esclusivamente privato e privo di rilevanza pubblica, ha posto l’accento sulla situazione di un’Italia sempre divisa e litigiosa, di un Paese nel quale i giovani rischiano o di perdersi sulla strada della delinquenza e del teppismo, o di sentirsi obbligati ad espatriare; di uno Stato che ancora risente della tradizione culturale che ci portiamo dietro da secoli e che ha fin qui impedito agli Italiani di sentirsi cittadini, ma solo individui portati ad ubbidire all’interesse personale e familiare o, peggio, alle leggi non scritte delle corporazioni e dei clan.

Giorgio Napolitano ritiene necessaria una riforma intellettuale e morale della Penisola, ancora incline al familismo, al particolarismo, alla corruzione e all’acquisto di consensi, dove invece manca o scarseggia il senso di appartenenza alla Nazione. Caratteristiche, queste, tutte nostre che già Dante e, dopo di lui, Petrarca, Machiavelli, Alfieri, Foscolo, Leopardi, Manzoni e tanti altri intellettuali, compreso Pasolini, avevano ampiamente ed egregiamente descritte e stigmatizzate.

Il Presidente della Repubblica, però, v’inserisce una novità concettuale che lo distingue nettamente dai grandi personaggi della nostra letteratura. I quali vedevano nella Chiesa, nella sua continua tendenza a mescolare politica e morale, nel suo potere temporale per salvaguardare il quale non esitava neppure ad invocare l’aiuto degli stranieri, la maggiore responsabile della carenza di un’unica autorità statale, carenza dalla quale derivano buona parte dei vizi del popolo italico. Da qui quel sentimento di anticlericalismo che tuttora sopravvive. 

Ma se Dante e gli altri non avevano torto, in quanto ai loro tempi la situazione era così come la dipingevano, ha ragione oggi Giorgio Napolitano quando ribadisce la propria convinzione che solo con una “battaglia” combattuta congiuntamente da Chiesa e Stato tali peculiarità dell’Italiano medio possano essere corrette, anzi, addirittura sbaragliate.

Non stupisce che il Quirinale abbia dovuto, subito dopo, emettere un comunicato con il quale si precisa che “la ricerca di soluzioni ponderate e condivise… può avvenire nella sede propria del Parlamento”. Piuttosto ciò rende evidente che l’appello del Capo dello Stato, più che al Papa o al Card. Sepe che di tale necessità già sono convinti, era rivolto ai parlamentari, per sollecitare in loro un avvicinamento al “fondamento etico della politica, che fa tutt’uno con il patrimonio della civiltà occidentale”. 

Non c’è, per ora, da farsi troppe illusioni, in merito: la parte più radicale della sinistra continua a ritenere ingerenze inaccettabili i richiami della Chiesa su alcune questioni etiche definite “irrinunciabili”. E sono ancora all’ordine del giorno quegli scontri, anche violenti, tra maggioranza ed opposizione, che certo non aiutano a creare un sentimento d’identità nazionale. Possiamo credere o meno alla buona fede dell’ex comunista che oggi parla da Capo dello Stato. Resta il fatto che almeno egli ha avuto il coraggio di seminare: sta ai politici e a noi cittadini saper raccogliere il frutto e farne tesoro.           

Egidio Todeschini

 

 

1.12.2006