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Libertà di religione e libertà di costumi Con la riforma Boato-Spini si rischia di legalizzare la poligamia. Alcuni musulmani la reclamano. La nostra decadenza morale li aiuta
Si parla molto di riforme, oggi. Poi magari non si fanno o le si affrontano in maniera superficiale. “Riformare” non significa cedere, rinnegare o inventare scappatoie che ledono diritti e secolari conquiste culturali. Vuol dire, invece, rispondere a nuove esigenze ed adattare le norme vigenti all’evoluzione dei tempi, senza tradire o sconvolgere tradizioni ed identità nazionali. La proposta del verde Boato e del ds Spini, diretta a riformare la legge sulla libertà religiosa, rischia appunto di apparire come cedimento ad un’usanza che contrasta con i nostri valori. Che la norma vada aggiornata è indubbio: si riferisce al Concordato con il Vaticano del 1929, quando l’Italia era in gran maggioranza cattolica e praticante. Non solo: mutilata dalle successive sentenze della Corte Costituzionale, oggi è inadeguata all’attuale realtà del nostro Paese ove ormai convivono etnie e religioni diverse. Di tale necessità era convinto il Governo Berlusconi che, infatti, presentò un disegno di legge ad hoc, finito poi nel nulla. E ne è cosciente l’attuale maggioranza in nome della quale la Commissione parlamentare Affari costituzionali ha stilato un testo molto simile a quello proposto nella Legislatura precedente. Lo scopo del testo sarebbe quello di riconoscere a tutti la libertà di religione e relativi usi e riti, ma anche di equiparare le diverse confessioni religiose che, a differenza della Cattolica, Ebraica e Valdese, non godono di un concordato che riconosca, per esempio, valenza civile al matrimonio ecclesiastico. Valenza che si esplica con la lettura pubblica ed obbligatoria, fatta dal ministro del culto, delle disposizioni del Codice in materia di famiglia e di diritti e doveri dei coniugi (artt. 143, 144 e 147). Disposizioni basilari nel matrimonio occidentale, dove è paritaria la posizione tra l’uomo e la donna. Secondo gli attuali proponenti, l’equiparazione si ottiene (e qui sta la novità del testo attuale rispetto ai precedenti) mediante l’abolizione di tale obbligo e l’anticipazione della lettura dei suddetti articoli al momento delle pubblicazioni affisse, su richiesta degli interessati, nel Comune di residenza. Soluzione di per sé non negativa ma che comporta il rischio di essere percepita come una tacita rinunzia dello Stato italiano a salvaguardare il concetto di “famiglia” vigente nel nostro Paese (e non solo), fondato sulla monogamia, l’eterosessualità e la parità di diritti degli sposi. Forse Boato e Spini non hanno pensato che sarebbe estremamente facile aggirare la legge (basta non presentarsi in Comune per il secondo o terzo matrimonio!), senza contare che la prevista facilitazione dei ricongiungimenti familiari aggrava la situazione. Vogliamo credere che siano in buona fede e non intendano subdolamente venire incontro alle richieste di alcuni esponenti del mondo musulmano, che pretendono che “la legge italiana accetti la poligamia, così risolve tanti problemi di milioni di persone” (parole di Mohamed Ghrewati, eminenza dell'Ucoii, espresse nel serale Tg1 di domenica 21 gennaio); di quanti la poligamia già la applicano più o meno palesemente, senza che la Magistratura possa intervenire; di chi non ha remore a ripudiare la moglie, magari dicendoglielo con un sms, come ha fatto R. Hamza Piccardo, segretario dell’Ucoii (Unione Comunità e Organizzazioni islamiche in Italia). Preoccupa però il fatto che i politici dell’attuale maggioranza non abbiano creduto di stigmatizzare quanto detto pubblicamente da Ghrewati. E che a schierarsi contro siano stati, come rileva Magdi Allam su il Corriere, soprattutto i musulmani moderati, “subito insorti contro le farneticazioni di Ghrewati e contro l'intento dell'Ucoii di legalizzare la poligamia. Ed è significativo che i primi a protestare siano state le donne, a cominciare da Souad Sbai, vicepresidente della Comunità Marocchina in Italia, fino a coinvolgere la maggioranza dei membri della Consulta per l’Islam italiano”. Un silenzio pesante, non interrotto neppure dopo che il vice direttore, musulmano, del maggior quotidiano nazionale ne ha smascherata la finalità. E’ sempre Allam a scrivere: “Il servizio di Barbara Carfagna, nel Tg di massimo ascolto della Rai, ha il merito di aver chiarito a milioni d’Italiani la strategia degli estremisti islamici. Hanno iniziato con il celebrare i matrimoni islamici in seno alle moschee, attribuendogli una connotazione religiosa…, laddove negli stessi Paesi musulmani è un semplice contratto privato che si contrae … laicamente nell'abitazione degli sposi. Hanno proseguito con l'invocare «la facoltà di celebrare e sciogliere matrimoni religiosi senza alcun effetto o rilevanza civile secondo la legge e la tradizione islamica» (art. 12 della bozza d'intesa dell'Ucoii con lo Stato Italiano), cioè la possibilità di essere poligami senza esigere il riconoscimento giuridico. Ora hanno compiuto un ulteriore passo in avanti chiedendo pubblicamente la legalizzazione della poligamia”. Intendiamoci, non è problema di facile soluzione. Forse, non sarebbe sufficiente neanche allargare agli imam l’obbligo di leggere e far sottoscrivere gli articoli del nostro Codice, se poi questi omettono di trasmettere allo Stato Civile la notifica dell’avvenuto matrimonio. E probabilmente servirebbe poco adottare il sistema svizzero che prevede l’obbligatorietà del matrimonio civile: il musulmano che vuole prendere la seconda o terza moglie si sposa solo in moschea o fa un semplice contratto privato nel proprio Paese di origine. Ma c’è una frase del suddetto Ghrewati che dovrebbe far riflettere. Egli ha detto: «Noi musulmani proponiamo la poligamia come rimedio al fallimento della società italiana. Qui parlate apertamente di matrimoni tra gay e rifiutate anche solo l'idea della poligamia. Però tollerate amanti e doppie famiglie. Basta che tutto si viva in clandestinità». Che è un sottolineare la decadenza di un sistema sociale che trasforma in diritto tutto ciò che piace, anche se immorale, sfrontato o disonorevole. Che all’arcaico schiavismo islamico della donna oppone un’eccessiva libertà di costumi, ignorando la più sana “via di mezzo”. E che, per un errato senso di multiculturalismo, rinuncia a difendere i propri valori. Decadenza che non aiuta certo a salvare la nostra cultura dal pericolo dell’islamizzazione dell’Occidente. Egidio Todeschini 26 |