Si riaccende la polemica sull’immigrazione

La morte degli Eritrei che cercavano di venire in Italia. Indubbia l’omissione di soccorso ma non da parte italiana.  Spetta all’UE fare di più

 

Tra i tanti motivi che infiammano la vita politica nazionale e che a volte incrinanano anche i rapporti tra Stato e Chiesa, recentemente si è inserito di nuovo quello sull’immigrazione. Da maggio, dopo la visita di Gheddafi, sembrava, se non risolto, quanto meno ridotto il problema degli sbarchi sulle nostre coste, con conseguente affollamento dei Centri d’Identificazione Temporanea (CIT) ed aumento di clandestini, poi dalla necessità spinti alla delinquenza o al lavoro in nero. Avevano contribuito a calmare le acque, nonostante le inevitabili critiche a riguardo, da una parte il trattato firmato con la Libia che s’impegnava a controllare i porti dai quali partivano i gommoni, dall’altra la legge sulla sicurezza (luglio 2009) che, come in quasi tutta l’UE, definisce reato l’immigrazione clandestina ed allunga a 6 mesi la permanenza nei CIT.

In effetti, non si era più avuto notizia di nuovi arrivi. Si era saputo, invece, del migliaio di persone riportate a Tripoli, compresi i 75 somali pochi giorni fa rinviati in Libia dalle motovedette italiane; tanto che, anche a Lampedusa, porto prevalente di arrivo delle imbarcazioni, sembrava ritornata la calma. Poi, il 21 agosto, veniamo a conoscenza della drammatica vicenda del gommone alla deriva recuperato dalla nostra Guardia Costiera; dei soli 5 superstiti e della settantina di Eritrei, che avevano lasciato il loro Paese per sfuggire alla fame e, soprattutto, alla dittatura, morti in mare; della loro partenza, il 28 luglio, dalla Libia; della motovedetta maltese che aveva fornito loro il carburante per proseguire verso Lampedusa, rifiutandosi però di soccorrerli; dell’indifferenza di altre imbarcazioni (secondo i sopravvissuti una decina) che li avrebbero avvistati senza fermarsi, ad eccezione di un peschereccio; dei cinque cadaveri recuperati in acque maltesi.

Quanto basta per riaccendere le polemiche, con critiche dell’opposizione al Governo, accusato di aver provocato la tragedia; per alimentare nuovi contrasti tra la Santa Sede e la Lega che, in effetti, ha parlato a sproposito (Bossi e Calderoli: “Se li prenda il Vaticano, gli immigrati”) ma poi concorda con la Chiesa su altri temi etici, quali testamento biologico o matrimonio dei gay; per fare equiparare all’Olocausto la moria dei profughi (Avvenire, giornale della CEI); per spingere coloro che accusano d’intollerabile “ingerenza nella politica laica del Paese” il Papa e i Vescovi quando condannano la pillola abortiva, il divorzio o altre violazioni della morale cattolica, questa volta ad appoggiare, per opportunismo, l’invito ecclesiastico alla solidarietà; per far firmare, ad illustri cittadini (tra gli altri, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame), un invito all’UE perché condanni “il governo terrorista di Silvio Berlusconi” che ha ripristinato “le leggi razziali, anche se è stato sostituito il soggetto passivo della discriminazione, non più gli ebrei bensì la popolazione degli immigrati irregolari. Neanche il fascismo si era spinto fino a questo punto!”.

Un botta e risposta tra chi, dalla maggioranza, sottolinea che “contrastare la clandestinità significa combattere ogni forma di sfruttamento” e quanti, dall’opposizione, affermano che “il governo Berlusconi, agitando il pretesto della sicurezza, ha imposto al Parlamento, di cui ha il pieno controllo, l’adozione di norme discriminatorie nei confronti degli immigrati, quali in Europa non si vedevano dai tempi delle leggi razziali”. Fingendo di non sapere che quelle “norme discriminatorie”, esistono anche altrove, a volte perfino più pesanti di quelle adottate in Italia; e che, se l’Italia rispedisce in Libia, la Spagna blocca l’immigrazione sparando.  

Certo, ha ragione il Pontefice quando invita ad “urgenti strategie coordinate tra Unione Europea e Stati africani”, onde impedire dolorose tragedie - più di 500 morti nei primi 8 mesi dell’anno, e, tra i diretti verso l’Italia, 4638 dal 1988 ad oggi - alle quali, giustamente dice, “non possiamo rassegnarci”. Ed ha ragione il procuratore siciliano che sta svolgendo indagini in merito, quando ricorda che “il codice di navigazione internazionale obbliga a prestare soccorso in mare a chiunque si trovi in difficoltà, a prescindere dalla nazionalità”, ma puntualizza che “visto che l'episodio é avvenuto in acque di competenza maltese, teoricamente dovrebbe essere la magistratura di quel Paese a procedere”. Così come è sacrosantamente vero quello che scrive l’Avvenire in proposito, e cioè che l'Occidente ha “gli occhi chiusi” di fronte agli immigrati alla deriva nel Mar Mediterraneo, e che “nessuna politica di controllo dell’immigrazione consente a una comunità internazionale di lasciare una barca carica di naufraghi al suo destino”.

Preferisco non giudicare le varie posizioni in merito, per rispetto della libertà di opinione dei miei lettori, benché ritenga che su tali drammi non si dovrebbero mai fare speculazioni a scopo di politica interna. Tuttavia è un fatto che a salvare i 5 Eritrei superstiti è stata l’Italia che, quest’anno, ha già recuperato 1.200 persone in pericolo di naufragio. E che, come giustamente afferma il Ministro degli Esteri, Frattini, spetta all’UE fare di più, senza lasciare che a sbrigarsela siano, sempre e solo, i Paesi mediterranei.

Per ora Bruxelles fa sapere che la suddivisione dei profughi sarà su base volontaria, ed è decisione discutibile. Ma specifica anche che si riferisce esclusivamente ai rifugiati, cioè a chi fugge da guerre o da carestie, “ai quali è giusto dare una mano”, non a chi espatria per cercar lavoro. In effetti l’Europa non può accogliere i milioni di Africani o Orientali che scappano dalle loro terre. Ma può, anzi deve, aiutare quei Paesi ad uscire dalla loro miseria e dalle tante dittature.

Egidio Todeschini

 

 

 

7.9.2009