Menzogne e violenza
non salvano il mondo
I
polemici strascichi dopo il G8: contraddizioni e
paradossi.
Le molotov non aiutano i poveri del Terzo Mondo
Il G8 è finito il 21
luglio e se ne parla ancora, ma non per approvare o
criticare le decisioni prese (c'è anzi da chiedersi se
qualcuno le ricordi ancora). A tener banco, prima,
durante e dopo il vertice di Genova, sono stati piuttosto
gli annunci delle violenze, le violenze stesse, le
polemiche successive, gli arresti e le scarcerazioni, i
presunti abusi e le connivenze, le indagini della
Magistratura e gli avvisi di garanzia, la morte di Carlo
Giuliani e la sua elevazione a martire, il protagonismo
di alcuni religiosi, le accuse alle Forze dell'Ordine, la
strumentalizzazione politica cui ha dato la stura. Si è
sentito e si è visto di tutto e di più, menzogne e
verità, così da disorientare l'opinione pubblica. Si è
detto e scritto tanto, in proposito, che sembrerebbe
superfluo ritornarci su, se non valesse la pena di
separare il loglio dal grano. O, almeno, tentarci.
Per avvicinarci alla realtà, occorre valutare
separatamente fatti e motivazioni di fondo, senza
insistere più di tanto sui risvolti connessi alla
politica nazionale, che pure hanno avuto gioco: certo,
gli eventi di Genova, le spinte ideologiche o utopistiche
che li hanno determinati, la presenza di noti personaggi
politici ed alcune reazioni, obiettivamente eccessive, di
qualche poliziotto hanno trovato in Italia terreno
particolarmente fertile per aspre battaglie parlamentari
e mediatiche. A monte c'erano i risultati elettorali del
13 maggio, i disagi e le ambiguità dell'opposizione e la
voglia del centrosinistra di cogliere l'occasione per
attaccare il neo Governo. Ma sono strumentalizzazioni
contingenti che rischiano di falsare il giudizio,
impostandolo più su simpatie di partito che non su
valutazioni oggettive basate su un rigoroso rispetto
della realtà.
La quale non è fatta né da proclami né da sondaggi, ma
entrambi possono contribuire a delinearla. E
significativo che una larga maggioranza degli Italiani
sia solidale con le Forze dell'Ordine, nonostante una
certa informazione che le ha descritte "cilene e
neofasciste" e che opti per un rinvio o, meglio
ancora, per un dirottamento altrove dei vertici, Nato
(Napoli) e Fao (Roma), previsti per settembre e novembre,
pure a costo della "perdita di prestigio
nazionale" paventata da qualcuno. Ed è
significativo che contesti i due prelati, don Gallo e
padre Valeriano della Sala, che platealmente parteggiano
per i no-global. E sono indicative di un certo clima
ideologico le minacce, di ieri, di "mettere a ferro
e a fuoco la città di Genova" (Casarini), e le
promesse odierne di fare altrettanto ai prossimi
appuntamenti internazionali. Il cittadino comune forse
non conosce la Costituzione, ma "sente" che, se
manifestare contro qualcosa o qualcuno è un diritto,
distruggere, incendiare, aggredire, nascondere il viso,
lanciare molotov e sampietrini significa compiere atti
penalmente rilevanti. Che non aiutano "i poveri del
Terzo Mondo", in nome dei quali si scatena la
guerriglia, ma non danneggiano neanche le multinazionali:
a pagare i 240 miliardi di danni del G8 (distrutti 7
banche e 2 uffici postali, 54 agenzie di credito ed
assicurative, 45 esercizi commerciali, 20 distributori di
benzina, 23 uffici pubblici, 90 automobili, pubbliche o
private, oltre le centinaia di feriti ed il morto) sarà
il Governo italiano, cioè i contribuenti, cioè i
lavoratori a reddito fisso ed imposte detratte in busta
paga. E vien da chiedersi se sia giusto permettere le
manifestazioni, in presenza di premesse minacciose; e se
i giudici che hanno rimesso in libertà i
"fracassatori" non avrebbero potuto almeno
obbligarli a pulire, se non a pagare.
Di tutto il gran parlare degli antiglobalizzatori, di
casa o stranieri, pacifici o violenti che siano, si trae
la sensazione che pontifichino per paradossi. Negano ai
"Grandi" del mondo una rappresentanza
democratica, pur essendo tutti liberamente eletti, ma
agiscono in nome di una rappresentanza che non hanno; si
credono "popolo", come dire cittadini di uno
Stato, partecipi di un'unica sorte e uniti da un unico
obiettivo, e sono invece un'accozzaglia minoritaria
originaria da tutto il mondo e "guerrigliera"
per scopi diversi; si muovono per i "poveri"
del Terzo Mondo, ma non condannano i tiranni che li
affamano; accusano il ricco Occidente capitalista di
inseguire il profitto ad ogni costo ma non biasimano i
satrapi che soffocano nella miseria la loro gente e ne
annullano la dignità. Contestano la mondializzazione
della cultura e dei gusti, ma si uniformano nelle tute e
negli slogan, o si americanizzano con jeans e coca cola;
colloquiano e si organizzano via Internet, ma combattono
il progresso; invocano la pace però riducono le città a
campi di battaglia; si proclamano difensori delle classi
meno abbienti ma se la prendono con i poliziotti che
spesso provengono da famiglie proletarie. E, per finire,
propugnano quelle identità nazionali che l'universalità
del cristianesimo, nel cui nome si agitano alcuni
cattolici, e l'internazionalismo del marxismo, per
nostalgia del quale si armano i nipotini di Stalin, hanno
sempre rinnegato.
Non sfuggono alla gente comune le contraddizioni dei
no-global, anche se nutre giuste diffidenze nei confronti
delle multinazionali, anche se rigetta la filosofia degli
americani, anche se è consapevole dei rischi della
globalizzazione; ed anche se non sa se credere a chi
sostiene (World Development Indicators) che, grazie
all'organizzazione mondiale del commercio, i "poveri
con meno di un dollaro al giorno" sono passati dal
24,1% del 1990 al 19,8% del 1998, o a chi (International
Forum on Globalisation) ribatte adducendo cifre in
aumento. Non sottovaluta i pericoli dell'inquinamento
ambientale. Né rimane insensibile alla notizia della
diffusione del flagello dell'Aids in Africa, dei milioni
di bambini che muoiono di fame, dei milioni di persone
che hanno a disposizione meno di un dollaro al giorno e
che non godono neppure dei più elementari diritti umani
e civili. Ma sa che non è fracassando negozi e città,
ferendo poliziotti o civili, distruggendo beni pubblici e
privati, preferendo al responso delle urne la violenza
della piazza, facendo calcoli di resa politica degli
incidenti e pigliandosela con i tutori dell'ordine, rei
di umana fragilità e dimpreparazione, non di
"sentimenti cileni", che si aiuta quella gente
a venir fuori dalla loro miseria morale ed economica. E
non è bestemmiando il Signore che "se esiste,
dovrebbe vergognarsi" (parole di don Gallo!) che si
affrontano e risolvono i mali del mondo.
La pretesa che tutti i ricchi siano cattivi e tutti i
poveri siano buoni è, appunto, una pretesa, non una
realtà. E le dittature del secolo scorso hanno
ampiamente dimostrato quanto essa possa essere fallace e
perfino criminale.
Egidio
Todeschini
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