L’economia italiana a rischio

I casi di Melfi e dell'Alitalia: giuste le rivendicazioni, sbagliati i modi. La politicizzazione dei sindacati non aiuta

   Prima Fiat, Cirio e Parmalat, ora Alitalia e di nuovo Fiat. E, tra queste, altre importanti imprese sulle quali pende l'incognita del fallimento, della vendita a stranieri, a volte della Magistratura. Aziende in crisi per motivi diversi ma con risultato identico: indebolimento del Pil, perdita di competitività, migliaia di posti di lavoro a rischio, rinuncia alla "italianità" di prodotti nazionali. Qualcosa non quadra o non ha quadrato: troppa ingerenza statale (ora proibita dal Trattato di Maastricht); politiche sindacali non sempre rispettose dell'interesse nazionale (dal quale dipende quello dei lavoratori!); mentalità impostata, da una parte, sull'assistenzialismo, dall'altra su accordi sottobanco tra politica ed imprese. Aggiungiamoci i fatti internazionali con conseguente congiuntura negativa e gli eccessivi carichi fiscali e previdenziali nostrani e ne ricaviamo un quadro fosco e di non facile restauro.
  Ad aggravare la situazione, le divisioni interne di maggioranza ed opposizione, acuite dalla prossimità delle europee, e l'ostilità nei confronti del Governo di alcuni sindacati eccessivamente politicizzati che agiscono più per motivi ideologici che per tutelare i propri iscritti e, in generale, i lavoratori. I quali dagli scioperi ad oltranza, dall'irrigidimento delle posizioni e dalla mancanza di accordi hanno solo da perderci. Ciò vale per l'Alitalia il cui personale è pagato meno dei colleghi stranieri ma gode di un maggior numero di giorni di ferie e di un ridotto orario di lavoro, va prima in pensione e con più facilità ottiene certificati (fasulli?) di malattia. E vale per Melfi il cui blocco ad oltranza da parte della Fiom mette a rischio la politica di risanamento della Fiat. Perdere la compagnia di bandiera e danneggiare l'unica ditta nazionale di auto non aiuta i dipendenti a mantenere il posto.
 
Entriamo nei dettagli, partendo dallo stabilimento di Melfi. Nell'ottobre 1994 il Presidente del Consiglio, Berlusconi, e l'avv. Gianni Agnelli lo inaugurano tra migliaia di lucani plaudenti e molti giornalisti indaffarati a prender nota della promessa del Cavaliere di "rilanciare il Sud per costruirvi uno sviluppo fuori dall'assistenzialismo". A renderla realistica c'è l'accordo impresa/Stato/sindacato siglato per dar vita ad una fabbrica "nuova" dalla quale ottenere un prodotto "competitivo per qualità e prezzo". A tal fine lo Stato assicura "incentivi e defiscalizzazioni", il "padrone" garantisce stabilità di lavoro, i sindacati accettano la flessibilità delle retribuzioni in funzione della produttività, salari inferiori a quelli del Nord, stante il diverso costo della vita, e un orario che permetta di far funzionare gli impianti 24 ore su 24, sei giorni alla settimana. I risultati sono immediati: 1.200 vetture al giorno, 10.000 occupati, un notevole contributo alle ditte del cosiddetto indotto, la riscossa economica di una zona particolarmente depressa.

  Dieci anni dopo la flessibilità e l'alta produttività perdurano e permettono, l'anno scorso, di tener fuori dai guai lo stabilimento lucano dalla crisi della Fiat, a far le spese della quale furono gli insediamenti di Termini Imerese, Mirafiori, Arese e Pomigliano. E quasi l'avevamo dimenticata la sede di Melfi, con la sua produzione mirabile e i suoi accordi atipici. Nel frattempo, però, è venuta meno sia la partecipazione dei dipendenti sia la capacità della direzione di conservare il favore dei sindacati. A peggiorare la situazione, il cambio di guardia governativa che rompe l'unità sindacale. Siamo allo scontro. I salariati rifiutano i pesanti orari lavorativi, in particolare notturni (due settimane consecutive al mese!); hanno nuove esigenze, magari moglie e figli da mantenere, non vogliono più essere pagati meno dei loro colleghi settentrionali. E aspirano al sabato libero. Dal loro punto di vista hanno ragione (ma la vita in Lucania costa meno che in Piemonte o Lombardia!) ed è giusto rivedere i termini di un patto che ha solo dieci anni ma che, per la rapidità dei cambiamenti sociali e culturali, è superato. L'irrazionale sta nel modo e nel momento scelto da alcuni dipendenti e dai sindacati, Fiom/Cgil in testa, per ottenere il giusto.

  Si è partiti subito con uno sciopero ad oltranza al quale, a stare a quanto rilevato, ha aderito solo una parte, pare minoritaria, dei lavoratori. Si è boicottato, in nome del diritto di sciopero, il diritto al lavoro di chi non intende parteciparvi. Si è reagito con la violenza alle Forze dell'Ordine inviate per garantire l'ingresso in fabbrica a chi voleva lavorare. Si è causato un fermo (previsto) degli stabilimenti del Nord che da quello di Melfi si approvvigionano. Si è inficiato, con 26.000 vetture in meno in dieci giorni, lo sforzo della Fiat di superare la crisi. Si sono indebolite le economie dell'indotto. E si sono ritardate le trattative tra sindacati ed azienda – mentre scrivo, devono ancora incominciare – per il rifiuto della Fiom di levare il blocco ai cancelli. Non è un caso se ad indignarsi e protestare siano gli stessi dipendenti Fiat e le altre sigle sindacali.  
  La situazione Alitalia è più complessa. La compagnia perde 1000 euro al minuto, il suo passivo è stratosferico ma lo Stato, per divieto europeo, non può ricapitalizzare. Del resto, la maggioranza è discorde sulla soluzione. Occorrerebbe rivedere i termini della gestione ma il nuovo progetto della dirigenza è rifiutato dai sindacati. Che non accettano né la riduzione del personale (poco più di 1000 unità) né la cessione a terzi dei servizi non legati all'attività primaria di volo. Ripartono gli scioperi a sorpresa. Un tira e molla che non promette nulla di buono e del quale sarà facile attribuire la colpa al Governo. Resta da chiedersi: ma a chi giova?
 

                                                                                         Egidio Todeschini
2.5.2004