Minaccia talebana e ipocrisia italiana

La liberazione di Mastrogiacomo e la cattura dei marinai inglesi. Il sì o il no alle trattative non possono dipendere da interessi di partito

 

 Sono arrivate quasi in contemporanea la liberazione del giornalista di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo, con tutto ciò che in critiche o apprezzamenti ne è derivato, e la cattura, nel Golfo Persico, di 15 marinai della Royal Navy britannica, accusati di navigare in acque iraniane, tradotti in Iran e processati per spionaggio. Il caso italiano, risolto con lo scambio del prigioniero contro 5 terroristi talebani, ha comportato all’Italia l’accusa di inaffidabilità da parte di alcuni Paesi coinvolti nel conflitto.

Il rilascio di Mastrogiacomo ha però suscitato anche nella Penisola molte polemiche, persino in seno alla maggioranza governativa: per come sono state condotte le trattative; per il “prezzo” pagato; per non avere ottenuto la liberazione dell’interprete; per l’arresto, da parte della polizia afgana, del collaboratore di Gino Strada, il medico pacifista al quale la Farnesina ha affidato i negoziati. Il sequestro degli inglesi, invece, si è risolto grazie ad un gesto del Presidente iraniano, che ha voluto dare - dice - una prova di “generosità” verso la Gran Bretagna. Un gesto abile, dall’indubbio sapore politico, che arriva dopo la posizione intransigente di Blair, restio a “chiedere ufficialmente scusa” ma pronto a “trovare una soluzione diplomatica”, che non metterà comunque a tacere le voci di chi insinua che il Premier inglese abbia finito con il sottostare al “ricatto” iraniano di scambiare i suoi 15 militari con i cinque uomini dei servizi segreti di Teheran, di recente arrestati in Irak. Come spesso succede in questi casi, difficilmente alla fine si saprà la verità. Del resto, anche da noi non sono mancate bugie, contraddizioni e silenzi nella ricostruzione della liberazione dell’editorialista di Repubblica, e nei successivi, contrastati rapporti fra D’Alema e la statunitense Condoleezza Rice. Si è arrivati perfino a ripescare il “caso Moro”, sulla soluzione radicale del quale Fassino oggi esprime un ripensamento (“Allora condivisi, oggi sono meno sicuro…Non credo affatto che se avessimo ottenuto la liberazione di Moro, la nostra lotta al terrorismo sarebbe diventata poi meno intransigente”).

 L’ex ambasciatore Sergio Romano contesta, ricordando che anche il terrorismo nazionale degli anni 70 fu una guerra, sia pure anomala come quella oggi in corso con i Talebani. E che “il primo obiettivo del nemico è quello di essere riconosciuto. Le Brigate rosse non volevano denaro (il pagamento di una somma le avrebbe declassate al rango di una organizzazione criminale). Volevano acquisire la legittimità del nemico combattente e fregiarsene agli occhi del Paese per la fase successiva della loro strategia rivoluzionaria”. Opinioni opposte e comunque legittime, come è legittimo, con il tempo, cambiare opinione.

Resta il fatto che né Fassino né Romano parlano delle 5 guardie di scorta di Moro, uccise al momento del rapimento, la morte delle quali, di per sé, impediva ogni forma di debolezza dello Stato nei confronti di assassini. Né più né meno dei rapitori di Mastrogiacomo, che non hanno esitato a sgozzarne l’autista, e dei cinque prigionieri rilasciati. Che significa, tale omissione, che per loro è giusto applicare due principi diversi, uno remissivo quando è in ballo la vita di un politico (o di un giornalista, specialmente se di sinistra, come la Sgrena o Mastrogiacomo), l’altro inflessibile se a correre rischi è un cittadino qualunque o in divisa?

Da qui l’altra domanda: perché, per legge, è obbligatorio il sequestro dei beni in caso di rapimento, da parte di bande criminali, di un privato, anche a rischio di prolungargli la prigionia e procurargli magari la morte, mentre si ritiene ammissibile, anzi preferibile, negoziare e magari pagare, con soldi o con lo scambio di prigionieri, se, a sequestrare e forse ad uccidere, è un nemico esterno che mira ad imporre le sue regole sociali e religiose? C’è forse una differenza tra gli esseri umani, per cui vanno salvati a tutti i costi solo coloro che contano o recano un vantaggio politico?

C’è anche da chiedersi quanto ci sia di vero nell’interpretazione che lo stesso Sergio Romano - che scrive per un Corriere della Sera favorevole all’attuale maggioranza di centrosinistra - fa di tale ripensamento fassiniano. Che serve - e cito testualmente dal suo editoriale del 1 aprile - “a chi lo pronuncia per sbarazzarsi di un fardello ingombrante e avanzare più leggero verso gli obiettivi che gli sembrano in quel momento desiderabili. Fassino ritiene che invitare i talebani a una conferenza internazionale sia il modo migliore per aiutare il governo Prodi a uscire senza troppi danni dall'imbroglio afgano”.

Un imbroglio che rischia di diventare sempre più gravoso e pericoloso. A pensarlo sono in tanti, a dirlo in pochi. Tra questi, Ahmed Rashid, il giornalista e scrittore pakistano che esprime a Famiglia Cristiana i suoi timori in merito. “I segnali sono preoccupanti: i Talebani sono tornati, il governo Karzai è debole e il vicino Pakistan vive giorni turbolenti”, dice, anche “perché in Afghanistan la Nato non ha mandato abbastanza soldati, soprattutto nelle regioni meridionali del Paese. Per quattro anni in tre province del Sud non c’è stata alcuna presenza militare alleata e i Talebani hanno avuto campo libero”. E’ qui che oggi “Al Qaida è più forte. I suoi membri continuano a fare avanti e indietro lungo il confine tra i due Paesi” (ibidem).

Lo sanno anche la Nato e l’Onu che la minaccia di una nuova guerra diventa sempre più reale: non per nulla hanno chiesto ripetutamente all’Italia di impegnarsi di più, con uomini e mezzi militari. Ma l’Italia, per motivi di politica interna, ha fatto orecchi da mercanti fin quando, giorni fa, il Consiglio Supremo di Difesa (Csd), presieduto dal Capo dello Stato, pur senza affrontare il grave problema delle regole d’ingaggio, ha deciso d’inviare al nostro contingente in Afghanistan, per rinforzarlo, 4 o 5 elicotteri particolari ed altri mezzi corazzati. Decisione accolta con grida di protesta dall’estrema sinistra. In nome di un presunto pacifismo che sa tanto d’ipocrisia e d’irresponsabilità. Staremo a vedere come andrà a finire.        

 Egidio Todeschini

8.4.2007