Avanza una mentalità moderna e laica

I rapporti del Censis ed Eurispes. Le statistiche su abitudini e

religione smentiscono i sostenitori del “sì” al recente referendum

 

Troppo occupati e preoccupati ad approfondire le ragioni del sì, del no e dell’astensione al referendum sulla fecondazione assistita, i quotidiani nazionali hanno finito con il trascurare gli ultimi rapporti del Censis e dell’Eurispes su economia, abitudini ed evoluzione mentale, sociale e religiosa della Nazione Italia. Da essi esce un quadro in parte rassicurante, a volte contraddittorio, che però ci fa comprendere meglio il recente risultato referendario, senza aver bisogno di polemicamente arzigogolare sulla presunta remissività degli Italiani agli “ordini” della Chiesa.

Cosa ci dice il Censis? Che, dalla metà degli anni ’90 ad oggi, la ricchezza netta delle famiglie è cresciuta mediamente del 5% annuo, attestandosi a 7.700 miliardi di euro. Ciò non comporta, però, un’equa distribuzione delle fonti di reddito, dato che negli ultimi dieci anni la quota di patrimonio delle famiglie più ricche è passata dal 27% al 32% della ricchezza totale. Tra l’altro, la paura del domani influisce sui comportamenti degli Italiani, propensi a procrastinare le spese più impegnative e a risparmiare quanto più possibile. Di fatto il risparmio tende a crescere; ma cresce anche, sembra, l’evasione fiscale, di cui si rendono responsabili soprattutto i lavoratori autonomi, la cui entità risulta però difficile da valutare. E crescono gli acquisti immobiliari (nel 2004 si sono registrati circa 870.000 atti di compravendita, per un valore di 132 miliardi di euro, con un incremento, rispetto al 2003, del 36% in più di case per vacanza).

Un contesto economico che indubbiamente ha la sua influenza sul modo di vivere dei nostri concittadini. Specialmente dei giovani che preferiscono restare nella casa paterna: secondo il Censis, su 100 ragazzi dai 18 ai 34 anni, 98 vivono ancora con i o il genitore. La percentuale scende al 56,7% se si limita il calcolo a chi ha dai 26 ai 34 anni. Non basta: un quinto di coloro “che spiccano il volo tornano poi sui loro passi”. Un rientro nella famiglia di origine motivato da ristrettezze finanziarie, dalle difficoltà a trovare un’occupazione stabile ma anche dalla rottura del legame con il partner, sia esso coniuge o “convivente”.
   Aumentano i divorzi, infatti, ed anche le convivenze, a significare una progressiva perdita del concetto tradizionale di “famiglia” e di indissolubilità del matrimonio. Le coppie di fatto, che al censimento del 2001 erano 510.251, pari al 3,6% del totale (nel 92-93 erano solo l’1,8%), in due anni sono arrivate a quota 564mila, il 46,7% delle quali è costituito da almeno un membro reduce da un’esperienza coniugale conclusasi con una separazione o con un divorzio. Il 54% di esse restano senza figli, a causa proprio della transitorietà della convivenza. Per contro, diminuisce l’età nella quale si fanno le prime esperienze sessuali (tra i 13 e i 14 anni) o si fa uso per la prima volta di droga (a 11 anni). I “single” nel 1971 erano 2.061.978, pari al 12,9% del totale delle famiglie; vent’anni dopo arrivano a 4.099.970, con un incremento percentuale del 98,8%. Crescita che prosegue, se al censimento del 2001 le famiglie “unipersonali” risultarono 5.427.621, un quarto del totale delle coppie.

Forse sarà “moderna”, la nostra società italiana, ma tutt’altro che succube della Chiesa, se il Censis può scrivere: “Le donne fanno il primo figlio sempre più tardi, i figli lasciano più tardi la famiglia di origine, ci si sposa più tardi, di meno e sempre di meno in chiesa. Il fenomeno della posticipazione va di pari passo con quello della secolarizzazione del rito matrimoniale. L’erosione del matrimonio considerato tradizionale (in giovane età, benedetto dal sacramento e fecondo) è lenta ma costante”.

Vedo, in tutto ciò, ben poco di “cattolico” e di pedissequamente ligio agli insegnamenti della Chiesa. Sopraffatti da una mentalità moderna che, da una parte, consente ancora di distinguere tra “identità” cristiana e comportamenti personali; dall’altra si conforma passivamente alle mode, al rifiuto dei sacrifici, alla tendenza al “tutto e subito”, ad un concetto di libertà che spesso scivola nella licenza. E a quel “relativismo” che Papa Benedetto XVI ha condannato come “dittatura” dei nostri tempi.  

A conferma, ecco un’indagine su scala nazionale dell’Eurisko, commissionata dalla Chiesa evangelica valdese per esaminare la correlazione tra appartenenza religiosa degli Italiani e scelte etiche: il 70% dei nostri connazionali (gli astenuti al referendum sono stati il 74,1%!) ritiene che, nell’affrontare temi delicati quali fecondazione assistita, eutanasia, diritti delle coppie omosessuali e di fatto, lo Stato non debba tenere in considerazione le posizioni della Chiesa. Eppure l’83% degli intervistati si dichiara cattolico (per il Censis, i “cattolici” sono l’86,5%, dei quali il 28,7% non praticanti), l’8% non credente, il 3% genericamente cristiano, mentre è irrilevante la percentuale di persone appartenenti ad altre fedi religiose (buddisti, ebrei, musulmani, testimoni di Geova).

 Tuttavia registriamo un’evoluzione della mentalità e dei comportamenti che permette di affermare che, in materia di opinioni etiche e sociali, gli Italiani pensino con la propria testa. Infatti la maggioranza (il 67%) accetta le coppie di fatto; il 70% ammette l’eutanasia, anche se, tra i cattolici praticanti, c’è una spaccatura tra chi l’approva (55%) e chi la rifiuta sempre (41%); il 52% è favorevole all’accettazione dell’omosessualità.

E sulla fecondazione assistita? Il 54% degli intervistati dice di conoscerne poco o niente la tematica e, strano a dirsi, l’ignoranza pare più diffusa proprio tra le donne (il 62%). Che sono anche meno d’accordo sulla fecondazione eterologa: il 44% la rifiuta (sul campione la percentuale è del 34%). E basta ciò per tagliare la testa al toro di chi accusa la Chiesa di essere “reazionaria e medievale” e gli “astenuti” al recente referendum di “sudditanza stupida e cieca”.  

Egidio Todeschini

 

21.6.2005