Acceso dibattito sulla riforma scolastica

Proteste ma anche falsità. Due concezioni di scuola a confronto: quella liberale della Moratti e quella statalista dell'opposizione   

  Le bombe di Madrid hanno messo la sordina alla riforma della scuola, elaborata da Letizia Moratti ed operativa, dal prossimo autunno, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale (2 marzo) del decreto attuativo. E' comprensibile che, di fronte al dramma spagnolo che ha colpito l'opinione pubblica e politica dell’Occidente, calasse il silenzio sul nuovo sistema scolastico nazionale. Ma si può immaginare che, quanto prima, si riaccenderanno le polemiche, con l'immancabile accompagnamento di scioperi, manifestazioni, dibattiti ed anche menzogne. Fin qui infatti ci sono stati.
  C'è stato anche di peggio. Abbiamo assistito all'indegna strumentalizzazione dei bambini delle elementari, portati nelle piazze, cartelloni con slogan denigratori al collo e cori battaglieri sulle labbra. Cori e slogan dei quali non potevano comprendere il significato: che ne sanno i bambini del tutor, del precariato, della Snal, degli indirizzi scolastici e dei "ricercatori", dell'impronta liberale da contrapporre a quella napoleonica?
  Forse non ne siamo al corrente neanche noi adulti e magari ci dichiariamo pro o contro senza conoscere a fondo gli aspetti innovativi della riforma. E senza renderci conto di quanto essa sia necessaria ed urgente, per ridurre quel 33% di analfabetismo di ritorno denunciato a suo tempo da De Mauro, precedente Ministro della Pubblica Istruzione, ed uscire da quel ventesimo (o ventiseiesimo, dipende dalle materie) posto assegnato ai nostri studenti nella classifica Ue (su 31 Paesi dell'Ocse). E pensare che fino al '68 erano considerati tra i migliori del vecchio Continente!
   Per ritornare a quel livello ed essere in grado di affrontare la competitività dei tempi moderni occorre una scuola, dalle elementari all'Università, che istruisca e responsabilizzi, che aiuti i meno dotati ed assecondi i più capaci, che premi il merito, dei docenti e degli studenti, che riduca gli abbandoni, offrendo varietà d'indirizzi, ampia libertà di scelta e la possibilità di cambiare tipo di scuola, qualora inadeguata. E' quanto tenta di realizzare il Ministro Moratti il cui progetto ha il pregio di valorizzare il compito educativo della famiglia.
  Saranno infatti i genitori, con l'eventuale aiuto dei docenti e del "tutor", a decidere se i propri figli siano o meno in grado di affrontare, prima dei sei anni d'età, l'onere delle elementari; a optare se avvalersi o meno del "tempo scuola aggiunto" (doposcuola) che rimane gratuito e garantito; a scegliere, nelle classi superiori, le materie facoltative che ritengono più idonee agli interessi e capacità dei figli; a stabilire, in autonomia o con l'aiuto dei docenti, l'indirizzo scolastico preferibile - liceale, tecnico o di formazione professionale - salvo cambiare, se occorre. Alle istituzioni rimane il dovere di offrire un corpo docente preparato; il compito di istruire gli allievi, di coadiuvare le famiglie nelle scelte e nei recuperi; ed anche di educare, mediante il ripristino del voto, determinante, di condotta.
  Stando così le cose, perché tanta ostilità dall'opposizione? Perché inventare i tagli di finanze (che sono invece cresciute di oltre il 40%), negare gli aumenti degli stipendi (147 euro mensili) o le nuove assunzioni (quasi 100.000 in tre anni)? Perché prospettare una scuola "per i ricchi" che l'esperimento di Trento smentisce? Intendiamoci, non voglio dire che la riforma Moratti sia esente da pecche. Anche perché non elimina il "valore legale" del titolo di studio che sopravvive solo in Italia. Non è perfetta, ma è tra le migliori – e lo ammette anche qualche "riformista" moderato – ideate negli ultimi 35 anni. Ed è paradossale constatare ogni giorno che proprio i più euroentusiasti tendano a rifiutare per l’Italia i modelli già sperimentati in Europa. Sempre, sia che si parli di pensioni, di Giustizia, di riforme istituzionali o scolastiche.
  In Europa esistono le "selezioni", le scuole d'apprendistato, le materie facoltative, le promozioni per merito e non per "credito scolastico", la scelta di indirizzo alle superiori dopo la scuola media, i contratti a termine per i ricercatori universitari, i corsi di aggiornamento dei professori, il passaggio a "ruolo" non per concorso ma sulla base di un giudizio di idoneità rilasciato dopo almeno due anni d'insegnamento.
  Da noi, invece, si vorrebbe mantenere il rigido sistema napoleonico  - tutti studiano la stessa materia nello stesso momento - già criticato a suo tempo da Luigi Einaudi, anche se esso ha portato a risultati deludenti, a scapito della liberalizzazione degli studi che è sinonimo di responsabilità; si vorrebbe ancora la centralità dello Stato, a danno di quella della famiglia, nell'assurda pretesa che essa non sia mai in grado di valutare e decidere; si tenderebbe a salvaguardare il "posto" in nome della sicurezza sociale, trascurando il "merito" che sta alla base della competizione.
  Posizione legittima, certo: ognuno è libero di pensarla come meglio crede. Ed anche di discutere ed, eventualmente, suggerire miglioramenti. Senza però offendere, senza alterare i dati di fatto, senza scivolare dall'argomentazione sui contenuti alle aggressioni verbali o alle falsità. Disinformare ed insolentire non è civile. Ed è anche il modo più errato di condurre una battaglia, se veramente la si crede opportuna.

19.3.2004

Egidio Todeschini