La Consulta boccia il lodo AlfanoUna decisione che fa discutere per le novità con le quali s’impone l’annullamento della legge. E che suscita una violenta polemicaIl lodo Alfano, che sospendeva i processi penali al Presidente della Repubblica, al Capo del Governo e ai Presidenti di Camera e Senato, secondo un verdetto preso a maggioranza dalla Corte Costituzionale, non è conforme alla Costituzione. Perché ne viola il principio dell’art. 3, secondo il quale “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”; e perché è necessaria una legge costituzionale, con i suoi tempi lunghi e con il referendum confermativo, se l’Esecutivo non ha gli indispensabili due terzi di voti favorevoli. Questi i motivi della bocciatura esposti nel breve comunicato diffuso dall’Alta Corte che, a detta di qualche suo membro, con tale pronuncia, “ha voluto rivendicare la propria autonomia rispetto a qualunque pressione o tentativo di influenzarla”. Per saperne di più, comunque, occorrerà attendere le motivazioni della sentenza.In effetti la legge non annullava - come qualcuno ha detto o scritto - ma sospendeva, all’assunzione delle 4 mansioni istituzionali, tutti i processi penali, per tutelare il diritto di difesa di un “cittadino che si trova ad essere imputato e, contemporaneamente, a rivestire un’alta carica dello Stato”. Sospensione (alla quale il diretto interessato poteva rinunciare) valida solo per la durata del mandato istituzionale ed estesa anche alla prescrizione. Niente di straordinario: leggi similari esistono in molti Paesi d’Europa. Ma è bastato non ammetterla per surriscaldare ulteriormente il già bellicoso clima politico nazionale. Ne hanno approfittato D’Alema e Di Pietro per chiedere le dimissioni di Berlusconi a carico del quale si riaprono i due processi milanesi, sospesi per effetto del Lodo (caso David Mills e reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset), e quello romano, per presunta corruzione di alcuni senatori eletti all’estero nella scorsa Legislatura. E ne è sortito il solito scontro tra delusi e soddisfatti, dai quali si è sentito di tutto ed il contrario di tutto. A chi ha ricordato che, quando nel 2004 fu bocciato il lodo Schifani, non si era fatto cenno alla necessità di una procedura costituzionale, si è ribattuto che nella motivazione di quella sentenza c'era un'aggiunta: “Resta assorbito ogni altro profilo d’illegittimità costituzionale”. E coloro (Feltri de il Giornale, in particolare) che hanno visto nella decisione un attacco soprattutto a Napolitano che aveva promulgato il Lodo (perché corretto secondo le indicazioni precedentemente pervenute dall’Alta Corte), si sono sentiti accusare di oltraggio al Capo dello Stato, soprattutto da chi, a suo tempo, non ebbe remore ad obbligare alle dimissioni anticipate il Presidente Leone o ad ingiuriare Cossiga. Tralascio, per brevità, di riportare altri insulti sparati da destra e da manca. Ovvio che in merito ciascuno può avere pareri diversi, benché sarebbe auspicabile che fossero espressi in termini meno brutali ed offensivi; scontato pure che gli ex comunisti sperino in una prossima condanna di Berlusconi che lo obblighi alle dimissioni e ad abbandonare la politica. E che a questi si associno i giustizialisti alla Di Pietro o i doppiopesisti alla D’Alema che predicano bene ma razzolano male, essendosi, a suo tempo, avvalsi dell’immunità europarlamentare. Ma la libertà di opinione, tuttavia, deve accompagnarsi ad un’informazione corretta e completa, altrimenti scivola inevitabilmente nel pregiudizio. Mi domando quanti, tra i miei lettori e gli stessi Italiani che vivono nella Penisola, sono al corrente o ricordino alcune realtà nazionali indiscutibili. Per esempio che un Premier non si dimette perché una legge del suo Governo è definita incostituzionale: la Costituzione non lo impone ed infatti non esiste nessun precedente in tal senso. O il “non ci sto” di Scalfaro all’accusa di avere intascato, quando era al Governo, quindi precedentemente al suo incarico presidenziale, 100 milioni al mese dai servizi segreti ed il silenzio (praticamente imposto da alcuni giudici di Magistratura democratica, ala sinistra delle Toghe) che ne seguì. E che, a dispetto del motivo (uguaglianza dei cittadini) per cui la Consulta ha affossato il lodo Alfano, c’è, in Italia, una “casta” che non risponde mai delle proprie colpe: la Magistratura. A pagare per i suoi errori è sempre lo Stato, cioè i contribuenti, benché il referendum del 1987 avesse sancito, con l’86,70% di sì, la responsabilità civile dei togati. Responso che la legge del 1988 - che nessuna Alta Corte bocciò - annullò, stabilendo che il cittadino vessato da un giudice o da un pm fosse risarcito dal Governo. Ma un altro fattore contribuisce a rendere verosimile la critica di chi vede, nella decisione della Consulta, per due terzi composta da giuristi di sinistra, un obiettivo politico. A rilevarlo è Paolo Armaroli, docente di diritto pubblico comparato e diritto parlamentare all’Università di Genova, il quale afferma che la Consulta ha trascurato l’articolo costituzionale, il 51, che avrebbe salvato il lodo Alfano perché riconosce a “chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive il diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento”. Il professore in questione, ricordando che tale “disposizione fu approvata, praticamente senza discussione, dall’Assemblea costituente” continua: “Berlusconi non ha il dono dell’ubiquità. Se costretto a seguire i processi che gli piovono addosso (ne ha già subiti 26, NdR), rischia di non poter assolvere al meglio le delicate funzioni di Presidente del Consiglio. Tanto più onerose in periodo di vacche magre come questo. Ma i giudici costituzionali hanno inspiegabilmente sorvolato su questo numeretto. La Corte dovrebbe essere popolata da giuristi non … indifferenti alle conseguenze delle proprie pronunce”. E soprattutto, aggiungo io, per non togliere al popolo quella “sovranità” che la Costituzione gli riconosce.Egidio Todeschini
15.10.2009 |