La lingua italiana a rischio

Abolite in Svizzera alcune cattedre universitarie di italiano. Il  predominio dell’inglese. Ma è anche colpa nostra

 

L’allarme è suonato all’inizio dell’anno e quasi simultaneamente in Svizzera ed in Italia: l’italiano è a rischio. Diversi i segnali. Nella Confederazione si era registrato, a livello scolastico inferiore e superiore, un calo di studenti tale da spingere alla riduzione dei corsi e all’abolizione, totale o parziale, delle cattedre d’Italianistica nel Politecnico federale di Zurigo e nelle Università di Neuchâtel e Basilea. Nella Penisola era arrivato, allarmante, l’annuncio che la Commissione europea aveva abolito la nostra lingua dalle conferenze stampa quotidiane, tranne i mercoledì. 

La reazione fu immediata, benché accompagnata da qualche, immancabile, spunto polemico. In terra elvetica, o meglio, in Ticino, si diede vita a tutta una serie di manifestazioni e di prese di posizioni che però ebbero un risultato relativo - potremmo definirlo nullo - visto che non si arrivò né ad interpellanze né a proposte realizzabili. E forse anche perché, come fu denunciato a suo tempo, si trascurò, per un malinteso spirito nazionalistico, l’apporto che dà alla diffusione e al mantenimento del nostro idioma la comunità italiana residente in Svizzera. A favore della quale il nostro Stato devolve, per i corsi di lingua e cultura nazionale, qualcosa come 10 milioni euro.

Sta di fatto che riduzioni e soppressioni di cattedre universitarie sono rimaste; a livello scolastico inferiore continuano a decrescere le iscrizioni ai corsi di italiano (sembra che stia prendendo piede lo spagnolo, oltre all’inglese); perfino nel Governo federale, nel 2005, non è stata rispettata la regola, fin qui seguita, di tutelare le minoranze linguistiche nella Cancelleria del Consiglio, alla cui direzione ora figurano solo personaggi di origine e lingua svizzero-tedesca. Il che, sia detto per inciso, ha scatenato, per fortuna, le proteste del ministro Couchepin.   

In Italia le cose sono andate lievemente meglio. Per una volta, le polemiche non sono state sterili e le proteste della Farnesina hanno sortito l’effetto voluto, cioè il ritorno dell’italiano nelle conferenze stampa di Bruxelles. Si è dato da fare anche il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), supportando l’Accademia della Crusca (alla quale si deve, tra l’altro, il primo Vocabolario edito in Europa. Era il lontanissimo 1612 e nessun’altra nazione aveva uno “strumento” linguistico del genere!). Il CNR ha stanziato anche un milione e mezzo di euro per finanziare 139 progetti di studio sul valore storico e culturale della nostra lingua. 

Un esito positivo si è registrato pure in Svizzera ove, per la prima volta dopo 10 anni, siamo tornati ad essere “Ospiti d’onore” al Salone Internazionale del Libro, tenutosi nel marzo scorso a Ginevra. Senza contare l’imponente mostra “La dolce lingua”, trasferita per tre mesi da Firenze a Zurigo (al Landesmuseum), con l’intento di mettere in evidenza e far meglio conoscere, anche ai nostri connazionali, l’apporto culturale dell’italiano nella letteratura, nella lirica, nel commercio, nel diritto, nelle istituzioni bancarie, perfino nell’arte culinaria.  

Tanto attivismo e poi il problema è stato comunque rimosso, come se il nostro idioma fosse ormai fuori pericolo. Invece, purtroppo, non è così. E la colpa è anche nostra, oltre che delle Istituzioni, delle burocrazie internazionali e dell’Unione Europea. Certo, possiamo contestare a Berlusconi la sua famosa frase con la quale sostenne, anni fa, che “il futuro dell’Italia poggia su tre “I”: inglese, internet ed industria”. Aveva dimenticato la quarta, forse la più importante, l’italiano, certamente il migliore interprete della nostra identità nazionale, della italica cultura, della storia, della religione e dell’influenza su altri popoli, europei e non.

Certo, dobbiamo chinare il capo di fronte all’espandersi dell’inglese, particolarmente sintetico e sempre più diffuso che, sia pure a ritmi più lenti, sta declassando anche il francese ed il tedesco. Certo, una lingua vive se sa assimilare e far propri quei termini lessicali che rispondono all’evoluzione dei tempi e della società, che esprimono concetti, idee e beni nuovi, che meglio si adeguano alle esigenze di sintesi e d’internazionalizzazione imposte dalla globalizzazione.

Ma ascoltiamoci parlare. O prendiamo un giornale e sfogliamolo. Nel nostro linguaggio, scritto e parlato, troviamo di tutto, dall’abuso di parole straniere, facilmente sostituibili con termini italici, ad ogni sorta di storture fonetiche spesso dettate solo da incuranza. Vi reperiamo una noiosa ripetizione di vocaboli, che contrasta con la ricchezza del nostro idioma; una sfilza di errori grammaticali e sintattici da fare inorridire. Perfino inesattezze di battitura che un banale correttore può farci evitare. Vi leggiamo segni di punteggiatura messi giù, come si suol dire, con il colabrodo, dove vanno vanno; e neologismi, magari insulsi, che ubbidiscono solo alle leggi del conformismo e del protagonismo.

In altre parole, continuiamo a bistrattare la nostra lingua, forse per ignoranza, di certo per mancanza di senso civico. Il che avviene nelle comunità italiane all’estero, ed è comprensibile, anche se non sempre giustificabile, ma pure in Italia, per bocca o negli articoli dei cosiddetti “intellettuali”. Gli stessi che, 5 anni or sono, non pensarono di dover divulgare la notizia, apparsa solo su giornali stranieri, di due riconoscimenti elargiti all’Italia: uno da Londra, ove si proclamò Dante Alighieri “poeta del millennio”; l’altro da Parigi, ove si riconobbe alla nostra lingua il merito di essere “la più classica e la più universale”. E ciò dovrebbe bastare ad indurci a rispettarla di più.

            Egidio Todeschini

 

20.5..2005