Stati democratici e libertà di opinione
Criticabile il progetto di legge francese che vuole reato la negazione
del genocidio degli Armeni. Non c’è democrazia se vige la censura
La Francia non finisce mai di stupire. Prima imita
l’Austria decidendo di considerare reato la negazione della Shoà; poi
ipotizza di punire chi esprime giudizi vagamente positivi sul
colonialismo; adesso s’imbarca su un'altra presa di posizione alquanto
discutibile. Mi riferisco alla legge, approvata per ora solo
dall’Assemblea Nazionale, che condanna ad una pena amministrativa fino a
45.000 euro e ad un anno di galera chi osa negare il genocidio degli
Armeni, compiuto in Turchia nel 1915.
Il provvedimento, se passerà anche al Senato, metterà
alquanto in crisi Chirac che può promulgarla, inimicandosi così la
Turchia, o, più probabilmente, rimandarla alle Camere per una seconda
discussione. Intanto, fedele alla propria linea filoturca, esprime
“rincrescimento e solidarietà” al Primo Ministro turco, Erdogan (notizia
trapelata da Ankara ma non confermata dall’Eliseo), e si trincera nel
silenzio.
Intanto divampano, specialmente fuori di Francia, le
critiche, comprese quelle della Commissione europea e di Orhan Pamuk,
processato in Turchia proprio per il suo libro sulla questione armena,
che gli ha meritato il premio Nobel. Il disegno di legge, presentato da
un gruppo di deputati dell’opposizione socialista, non convince. Anche
perché tradisce lo scopo ultimo, che è quello di conquistarsi, alle
prossime elezioni presidenziali, i voti della comunità armena in
Francia, e di ostacolare il sì all’ingresso della Turchia nell’Unione
Europea.
Un’astuzia alquanto vergognosa, tuttavia ricorrente
quando è in ballo la politica internazionale, e resa ancora più ignobile
dal favore che ha trovato anche in una parte dei deputati di
maggioranza. Che non si sono resi conto, così, di approvare una legge
non solo inutile, come la definisce il quotidiano francese Libération,
ma addirittura liberticida. Alla faccia dello slogan rivoluzionario
“Liberté, égalité, fraternité” in nome del quale i francesi sconfissero,
con la Rivoluzione del 1789, lo Stato assoluto.
Dove va a finire la libertà, se si proibisce a qualcuno
di esprimere le proprie opinioni? E’ vero, alcuni giudizi possono essere
carichi di odio e possono incitare alla violenza: in questo caso è
giusto che la Giustizia intervenga. Ed è anche vero che le parole non
sono sempre “innocenti”: tuttavia, è compito della famiglia, della
scuola, degli opinionisti educare e correggere; non compete allo Stato
il dovere di punire e condannare.
La libertà di opinione è un valore che caratterizza – o
dovrebbe caratterizzare – la democrazia. Purtroppo lo vediamo, in
Europa, sempre più spesso misconosciuto, per non dire tradito, per amore
del quieto vivere, per un errato concetto di perbenismo, per la ricerca,
spasmodica e spesso vile, di un linguaggio “politicamente corretto”. O,
semplicemente, per paura. Un valore che, per la sua stessa natura,
consente – o dovrebbe consentire - di esprimere giudizi anche aberranti
o chiaramente falsi, nei confronti dei quali sono ammissibili la messa
in berlina, la critica incondizionata, perfino il disprezzo. Ma non
certo la violenza, in questo caso presente sotto forma di condanna
sancita dalla legge.
E’ valore che gli Stati europei stanno perdendo, se in
Austria hanno potuto mettere in galera lo scrittore Irving solo perché
negava l'Olocausto; se in Francia si può indire un processo nei
confronti di Oriana Fallaci o licenziare il professor Redeker, solo per
i loro giudizi negativi sull’Islam (perché nessuna reazione contro
l’autore del Codice da Vinci? Mistificare il Cristianesimo non è reato,
criticare l’Islamismo sì?); se in Inghilterra è stata licenziata
un’assistente di volo solo perché non nascondeva con una sciarpa la
microscopica Croce appesa al collo; se in Italia molti politici hanno
condannato alla solitudine e “a farsi difendere dalle sue guardie”
(parole di Prodi!) il Papa, minacciato di morte perché, in una lezione
di teologia, si è permesso di dire, riferendosi alla religione
musulmana, che “il divorzio tra fede e ragione rischia di giustificare
la violenza”.
Sono incontestabili, anche se poco divulgate, le tragiche
pagine che narrano del genocidio degli Armeni – un milione e mezzo di
morti in poco più di un anno! - perpetrato dall'Impero Ottomano prima,
dal movimento rivoluzionario dei “Giovani Turchi” poi e continuato con
Ataturk. Negarle è da stupidi o da incolti, così com’è da ignoranti o
faziosi il non ammettere le stragi dei gulag sovietici e dei lager
nazisti; o il giustificare e misconoscere gli eccidi compiuti in nome
del fondamentalismo islamico.
Chi lo fa può essere corretto, magari beffeggiato, al
limite disprezzato, non colpito da censura o, peggio, da condanna
penale. Il fatto che Ankara continui a negare tale verità storica non
giustifica lo zelo giustizialista di cui la Francia rischia di
macchiarsi. Chi è contrario all’ammissione della Turchia nell’Unione
Europea ha diritto di difendere le proprie convinzioni. Ha, però, anche
il dovere di non censurare le opinioni altrui e di non violare quelle
libertà che rendono “democratico” un Paese.
Gli Stati, democratici nei fatti e non solo a parole, non
possono mettersi allo stesso livello delle organizzazioni criminali o
terroristiche che deliberano una condanna a morte nei confronti di chi
si permette di metterne in luce le nefandezze: vedasi, tra i tanti, il
musulmano Magdi Allam, sotto scorta per aver contestato il
fondamentalismo islamico; o il giornalista Roberto Saviano, incappato
nelle ire della camorra per averne raccontato fatti e misfatti nel libro
“Gomorra”, ed ora sotto protezione della polizia.
Soprattutto se a tali comportamenti censori e
intimidatori si accompagna il silenzio di fronte ad altri fatti ben più
gravi. Quel silenzio che, per esempio, copre i continui assassini di
religiosi o laici cristiani nei Paesi musulmani, sui quali l’Occidente
tace per una forma di prudenza che sa molto di viltà e di
autolesionismo.
Egidio Todeschini
25.10.2006