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Il
presepe racconta una storia di amore Per conformismo lo si vuole abolire. Ma il Babbo Natale e l’abete illuminato non trasmettono il messaggio religioso della Natività
Arriva l’autunno e subito s’incomincia a parlare di Natale: si fanno le prime stime di quanto si spenderà in doni; sugli scaffali dei supermercati arrivano i dolci tipici della ricorrenza; le strade brillano di scritte augurali e di lucenti stelle comete; in qualche giardino privato e nelle piazze si ergono gli abeti addobbati e luminosi. Già a novembre si sente aria di festa e di vacanza; a dicembre poi le code alle casse si allungano, sui carrelli abbondano i pacchi dono. La ricorrenza della Natività è diventata, da anni, fatto consumistico: si parla di ferie, di pranzi da allestire, di tradizioni da mantenere. Tutte, tranne l’unica che ricorda il divino evento ed aiuta a santificarlo: il presepe. Non è una novità, l’abbiamo rilevato più volte. Quest’anno se n’è aggiunta un’altra. La brillante idea è stata d’Ikea che ha esposto nei suoi negozi addobbi vari, tutti, salvo la capanna della Sacra Famiglia, l’asino e il bue, i pastori e i Re Magi, perché troppo “cattolici”. Abbondano, invece, le palline colorate ed i nastrini per l’albero natalizio, simbolo “trasversale che piace anche ai Musulmani”, secondo il parere dei gestori. Deve essere sembrata giusta, la trovata, se è stata subito adottata anche dai grandi magazzini italiani con la scusa, vera o inventata che sia, della “scarsità di domanda” di tali oggetti. Insomma, sarebbe la gente comune a non farne richiesta, ad adeguarsi alla mentalità corrente, a preferire il nordico Babbo Natale a quella che non è solo una tradizione italiana (ad inaugurarla fu San Francesco) ma - come ha rilevato Benedetto XVI - il modo più “semplice ed efficace di presentare la fede e trasmetterla ai propri figli”. Vere o false le giustificazioni addotte dai negozianti - molte commesse smentiscono - la cosa non stupisce. E’ lo strascico del rifiuto, da parte d’insegnanti o presidi di alcune scuole, di allestire il presepio, d’inse-gnare ai bambini le canzoni natalizie; è il frutto di un pregiudizio multiculturale che mette al bando il simbolo più significativo del dono che Dio ci ha fatto di suo Figlio. Scoraggiante! Un’assurda presa di posizione, sostenuta in nome della laicità e del multiculturalismo, addebitabile a mancanza di logica e di cultura, ad ipocrisia ed ideologia. E’ fenomeno che ormai travalica i confini della nostra Italia. Lo troviamo anche in altri Paesi europei, Svizzera compresa. Un esempio tra i tanti: il Consiglio Comunale di Chiasso ha dovuto far fronte alla protesta di una consigliera, certa Bruna Bernasconi, alla quale non è piaciuta l’iniziativa di una maestra, di far realizzare dai propri allievi il presepe in una casa per anziani. Una maniera per spingere i bambini a compiere, per l’occasione, una buona azione; ad offrire un dono di ricco valore umano; iniziativa che invece dalla suddetta consigliera è considerata “scorretta”, in quanto il Natale è “festa liturgica” che non “va imposta in una scuola pubblica e quindi laica”. Mentalità che va diffondendosi anche in Spagna: ho letto che a Saragozza i pubblici poteri hanno deciso di eliminare nelle scuole, da quest’anno, i riti tipici delle feste natalizie: niente presepe, niente recita scolastica, niente decorazioni nelle classi, nessun canto sacro. Due esempi, tra i tanti, importati dall’estero che però non tolgono all’Italia il primato di una prassi sempre più estesa e che spinge perfino ad alterare la verità. Cos’è, se non falsificazione, lo sceneggiato in due puntate, trasmesso su Canale 5, dal pomposo titolo “La sacra famiglia”? Di sacro ha ben poco, tranne i nomi dei personaggi. Si rifà ai vangeli apocrifi e mostra un Gesù che non vuole “più essere un bravo bambino”; che, per dispetto, trasforma in animali i compagni di gioco, che risuscita la piccola Maria Maddalena (per collegare al Codice da Vinci?). Una moda, quella della rimozione del presepe, che suggerisce a un nostro critico d’arte, che non cito per non fargli pubblicità, parole di una illogicità totale. E’ convinto che sia “un’idea laica ed eccelsa… il primo vero segno di rinascita intellettuale”, in quanto “tradizione che non ha nulla a che spartire con la nostra identità”. Non si rende conto che a contraddirlo è proprio la nostra storia, determinata anche dalla presenza della Chiesa sull’italico suolo. Come spiega, questo presunto conoscitore d’arte, la secolare tradizione del presepe, la sua presenza, fino a pochi anni fa, in tutte le case, la prevalenza di temi religiosi, Natività compresa, nelle maggiori opere artistiche del nostro Paese e lo splendore architettonico delle nostre chiese? O come spiega la fede che suggerisce a Dante quella splendida Preghiera alla Vergine citata recentemente dal Papa? Il Natale racconta una storia di amore e di pace, perché rinnova il ricordo di quell’evento meraviglioso che fu la nascita di Gesù, del Figlio di Dio inviato dal Padre per redimerci e farci fratelli. Il Natale, più d’ogni altro evento, sottolinea la sacralità della famiglia, che è tale solo se benedetta dal Signore ed unita e che invece attualmente anche il nostro Governo tenta di sfasciare con la proposta di riconoscere legalmente le coppie di fatto, comprese quelle omosessuali (pacs). Il Natale insegna ai bambini il valore del dono, da fare e ricevere, non perché “dovuto”, ma come segno di affetto e di gratitudine. Solo il presepe, ove la capanna esprime umiltà, i pastori manifestano gioia e i Re Magi offrono al Bambino i loro omaggi, aiuta a comprendere il dono della salvezza e la forza che viene dalla fede. Beni che il consumistico Babbo Natale e il nordico abete invece non possono offrire. Egidio Todeschini |