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La mafia è la prima azienda italiana Sono quattro le associazioni e totalizzano un fatturato superiore a quello della Fiat. L’evoluzione nel tempo ed i pregiudizi che le accompagnano
Il 22 ottobre scorso è uscito, su diversi quotidiani nazionali, il rapporto ufficiale della Confesercenti sul fatturato annuo delle organizzazioni mafiose; in contemporanea, un lettore mi ha chiesto, quando se ne fosse prestata l’occasione, di parlare di mafia. Lo spunto c’è e ci provo. Secondo il citato testo (dall’eloquente titolo «SOS impresa»), “la mafia è la prima azienda italiana”, registra un introito di 90 miliardi di euro, pari al 7% del Prodotto Interno Lordo o a “cinque manovre finanziarie”, dei quali 40 derivano da usura e racket, 50 “da estorsioni, furti, rapine, contrabbando, contraffazione, imposizione della merce e controllo degli appalti”. Nel rapporto si legge che “dalla filiera alimentare al turismo, dai servizi alle imprese a quelli alla persona, dagli appalti alle forniture pubbliche, al settore immobiliare e finanziario, la presenza della criminalità organizzata si consolida in ogni attività economica”. Come dire, una piovra che, ogni ora, “stritola 50 commercianti e imprenditori”; che oggi si mostra più interessata a imporre merci, servizi, manodopera o a eliminare la concorrenza. Una piovra che trova “la propria forza nella scarsa esposizione che permette il consolidamento degli insediamenti territoriali tradizionali; che sfrutta forze politiche, economiche, soprattutto imprenditoriali. Marco Venturi, presidente della Confesercenti, scrive nel rapporto che “la grande impresa italiana, soprattutto quella impegnata nei grandi lavori pubblici, preferisce venire a patti con la mafia piuttosto che denunciarne i ricatti, perché la connivenza rende più forti rispetto alla concorrenza, perché per stare dentro certi mercati bisogna fare così, o semplicemente perché è più conveniente”. Nel rapporto – o solo nel riassunto fatto dalla stampa? – non si dice però che le tante mafie hanno avuto un notevole aumento della cifra d’affari rispetto agli anni passati: nel 2002 era solo (si fa per dire) di 43 miliardi di euro (dati Eurispes allestiti per la Commissione Antimafia). E’ questa, invece, la notizia più sconvolgente che spinge Beppe Severgnini ad affermare sul Corriere: “Il problema è che in Italia mancano - nell'ordine - il coraggio, la voglia, la forza e i mezzi per combatterle”. Ma che dovrebbe anche convincerci a piantarla con l’ideologica convinzione che la connivenza di politici, magistrati, poliziotti ed imprenditori con tali attività criminali sia strettamente legata al loro orientamento partitico. Indubbio, le mafie ricevono a volte forza e protezione da personaggi pubblici e privati, per debolezza o per amore di potere e di denaro; tra l’altro l’accanimento di alcuni magistrati nei confronti di qualche notabile (si pensi ad Andreotti, all’accusa di favoreggiamento nei confronti di Berlusconi, poi archiviata “perché il fatto non sussiste”, e ad altri casi simili) ha comportato lentezza e inadeguatezza della risposta giudiziaria ai veri mafiosi. Ma la storia, le cronache e le statistiche confermano che ciò avviene indipendentemente dal colore politico. Nata nella seconda metà dell'800 in una Regione economicamente fragile, la Ndrangheta calabrese vive, attualmente, il suo più florido periodo di attività; è quella che fa più paura, come rilevano i cronisti – di sinistra - Fierro e Oliva, “la più potente, ricca, violenta e protetta”. Ma pure “la meno combattuta, la più sottovalutata, la più sanguinosa e spietata. Quella dove non ci sono pentiti perché gli affiliati sono tutti uniti da vincoli di parentela… Quella che si sostituisce e irride allo Stato”. Conta 155 cosche e circa 6.000 affiliati, come dire il 2,7% della popolazione, contro l’1,2% della Campania, l’1% della Sicilia e il 2% della Puglia: sarebbe da sciocchi dare la colpa di tutto ciò alla maggioranza di centrosinistra della Regione, ai tanti sindaci sinistrorsi, a qualche procuratore progressista? Anche in Campania la Camorra, che risale al 1700, si sgretola in una guerra infinita ma mantiene intatto quel potere con cui i boss, latitanti, governano i grandi affari, sfuggendo alle ricerche di polizia e carabinieri. Sfruttano “le situazioni di povertà, di carenza di alloggio, di disoccupazione o sottoccupazione, di mancanza di prospettive future” – l’elenco, recente, è del Papa –, le cause, cioè, che inducono molti giovani ad offrire le proprie braccia, pur di guadagnare, all'esercito camorristico che approfitta pure della cronica e sempre irrisolta emergenza spazzatura e del precariato. Ne imputiamo la responsabilità solo all’ex comunista Bassolino, alla ex democristiana Rosa Russo Iervolino? Non sarebbe giusto. E che dire della pugliese Sacra Corona Unita? Un insolito nome per la più giovane organizzazione criminale, nata nel 1981. Prese piede nel Foggiano grazie a contatti preesistenti tra esponenti della malavita locale e la Ndrangheta. Subito vista con sospetto dai malavitosi di altre zone della Puglia, si spezzettò in diversi clan rivali, legati a Ndrangheta, Mafia o Camorra; oggi conta circa 1.500 affiliati ed incrementa la propria attività, firmando ripetuti omicidi ed azioni gravemente delittuose: anche qui, vorremmo responsabilizzare solo il rifondarolo Vendola? Viceversa, nella Sicilia dell’Udc Cuffaro, imputato di favoreggiamento a Cosa Nostra e punibile con 8 anni di detenzione ma tuttora Presidente di Regione, la lotta alla Mafia sembra dare ora buoni risultati. Per la cronaca: il 23 ottobre scorso è stata bloccata una transazione finanziaria italo-canadese che avrebbe permesso al clan Rizzuto di riciclare 600 milioni di dollari; è stato anche recentemente arrestato il boss Giuseppe Lipari, 72 anni, geometra, fedelissimo del capomafia Provenzano e uno dei più fedeli favoreggiatori di Totò Riina, nonché amministratore dei beni dei corleonesi. Merito del centrodestra che governa la Regione? No, sarebbe una falsità dettata dallo stesso pregiudizio ideologico grazie al quale, in senso opposto, nessuno osa ricordare che, durante il fascismo, la Mafia e la Camorra furono, se non del tutto debellate, quanto meno messe in condizione di non agire. Forse, non si andò alla radice se, con la caduta del Duce, rinacquero immediatamente; forse non ci si chiese allora, come non ci si chiede oggi, perché queste organizzazioni criminali siano sorte tutte nel Mezzogiorno d’Italia, ove lo Stato unitario non era riuscito a spegnere il plurisecolare sentimento di ribellione dei poveracci meridionali nei confronti di ogni forma di potere statale. Ove l’Unità comportò un’emigrazione di massa, al Nord d’Italia o all’estero. Oggi il “mafioso”, a qualunque Regione appartenga, è un affarista, un imprenditore; è legato a banche e ad agenzie finanziarie o turistiche. Funge da Stato nello Stato: alle elezioni manovra grossi pacchetti di voti, di destra o di sinistra che siano, influisce sulle nomine politiche, ottiene grossi finanziamenti pubblici; sfrutta a proprio vantaggio il basso reddito medio pro-capite di quelle zone e l’altissimo numero di persone senza lavoro. C’è solo un modo per ridurlo all’impotenza: abbattere i pregiudizi e ridare prestigio alla Politica e alla Giustizia. Egidio Todeschini |