La crisi politica fa sognare una nuova DC

Ma un suo ritorno forse è poco auspicabile, senz’altro insufficiente a risolvere i problemi del Paese. Ed eliminerebbe l’alternanza

 

E’ innegabile che il motore della politica nazionale sia notevolmente inceppato. A renderlo tale hanno certo contribuito le polemiche, le incertezze, le altalenanti prese di posizione in seno all’attuale Governo e alla sua variopinta, risicata ed indisciplinata maggioranza, al Senato spesso vincolata o al voto di fiducia o a quello dei senatori a vita. Non è un caso che i sondaggi registrino un continuo calo di consensi nei confronti del centrosinistra. Nel quale i partiti “rossi”, minoritari in termini puramente matematici ma essenziali per la sopravvivenza dell’Esecutivo, ne hanno condizionato gli interventi, dal blocco delle infrastrutture più moderne alla sicurezza nazionale, dall’inasprimento dell’imposizione fiscale all’incremento costante della spesa pubblica e all’ambiguità della politica estera. Ne è conseguita una crisi della politica che l’attaccamento alla “poltrona” e al potere, l’antiberlusconismo e le lobby imperanti hanno ulteriormente aggravato.           

Ma è, o potrebbe essere, solo crisi congiunturale, legata all’eterogeneità dell’attuale maggioranza, perniciosa quanto vogliamo, ma sempre temporanea. Eterogeneità che però, sia pure in forma meno marcata, non mancava (e non manca) neppure nel centrodestra: nella Legislatura precedente, infatti, ha molte volte bloccato le necessarie riforme e spinge i “galletti” di questo o quel partito a far la voce grossa; oggi si manifesta in merito al referendum sulla legge elettorale; sul sì o no all’autorizzazione all’uso delle intercettazioni telefoniche a carico di esponenti DS; sul voto, favorevole o meno, alla riforma pensionistica, e su altro ancora.

In realtà, l’Italia vive un periodo di crisi strutturale del suo sistema politico caratterizzato dal numero smisurato di partiti, dalla mancanza di necessarie modifiche costituzionali, dal protagonismo di molti personaggi, dagli immancabili e numerosi voltagabbana, dall’incoerenza di certe prese di posizione. In effetti, morta la Prima Repubblica, nella Seconda non si è saputo aggiornare il sistema istituzionale, riequilibrare il potere, a volte ricattatorio, dei diversi gruppi politici, tanto meno creare le condizioni necessarie perché il Capo di Governo, se ne ha le capacità, possa essere leader forte ed autorevole. Soprattutto senza superati condizionamenti ideologici.

Da qui, le diverse interpretazioni dei fatti. Qualcuno, Angelo Panebianco, per esempio (Corriere della Sera), ritiene che la Seconda Repubblica non sia mai nata ma solo promessa o sognata, per cui l’Italia vive ancora “tra le macerie della Prima Repubblica, senza che ci siano in vista soluzioni”; altri, tra cui l’on. Giovanardi (Udc), sostengono che, almeno fino al 91, il bipolarismo tra DC e PCI esisteva già, ma dimenticano che non c’è mai stata una necessaria alternanza, ma anzi quel consociativismo che ha caratterizzato, dagli anni 80, la politica nazionale. Altri ancora imputano l’attuale degrado alla proliferazione di partiti, conseguenza diretta, dicono, della legge elettorale mista, maggioritario più proporzionale, che nel 93 sostituì il proporzionale puro.

Ovvio che a cause diverse si suggeriscano rimedi diversi. Su due dei quali in particolare (fusione in un partito delle forze “riformiste” di centrosinistra e in un altro partito di quelle di centrodestra; creazione di un “centro moderato” di stampo democristiano), conviene porre l’attenzione. Il primo, suggerito, anzi voluto da Prodi, è teoricamente già in atto con la dichiarata nascita del cosiddetto Partito Democratico (PD) che fonde – o dovrebbe fondere – Margherita e Quercia; il secondo, ancora in incubazione ma anelato da molti, sembra rispondere a vecchie nostalgie.

Sul futuro PD ci sono già molte incertezze: finora ha generato una scissione di quei diessini che hanno preferito seguire Mussi nell’ennesimo partitino di sinistra; ha già vissuto lo scontro con Pannella e Di Pietro autocandidatisi per le primarie ma poi esclusi (a torto o a ragione); ha visto scendere polemicamente in gara, contro Veltroni, una Rosy Bindi che evidentemente teme un nuovo partito colonizzato dagli ex comunisti, con il rischio, per i cattolici, di una contaminazione con culture politiche estremamente laiciste, in un periodo storico che vede messi a rischio i valori irrinunciabili della nostra fede. Pericolo che l’eventuale partito unico di centrodestra, auspicato da Fini, non correrebbe.

C’è da chiedersi, tuttavia, se la nascita di una nuova Democrazia Cristiana, sia pure sotto nome diverso, sarebbe soluzione ideale. Certo, in teoria significherebbe riunire i moderati cattolici; temperare il capitalismo con meccanismi di equità e solidarietà; armonizzare “la sfida della globalizzazione con la tutela dei più deboli”; tutelare la “sacralità della vita umana contro ogni forma di relativismo etico”; difendere la famiglia, nucleo essenziale della società, e lo spirito d'iniziativa e d'impresa” (i virgolettati sono presi dal Manifesto di Subiaco del 19-20 luglio scorso).

Propositi validi, che tuttavia la Casa delle Libertà già sostiene. Un nuovo “Centro”, invece, rischierebbe d’insabbiare nuovamente la necessaria e democratica valenza dell’alternanza. Senza contare i personalismi dei suoi leader, sostenitori di convinzioni politiche, e conseguenti strategie, spesso contrastanti, tanto da dividersi, ieri in “correnti” in lotta tra di loro, oggi in una miriade di partitini (dice niente il fatto che solo in Parlamento si contano 5 o 6 sigle, senza contare quelle esistenti a livello regionale ed europeo?), e non è un caso se i vari Casini, Follini, Franceschini, Mastella, Fiori, per non parlare di Prodi, siedono, nelle due Camere, in zone opposte.

Propositi eccellenti, certo, quelli espressi a Subiaco. Che tuttavia, pur esistendo anche nella DC della Prima Repubblica, non hanno impedito le innumerevoli crisi governative (una cinquantina in poco più di 50 anni) e relative sospensioni di ogni progetto riformistico; i lunghi mercanteggiamenti per le leggi finanziarie che spesso comportarono l’esercizio provvisorio; quei compromessi con l’opposizione comunista che diedero ossigeno al consociativismo e portarono ad un colossale debito pubblico; l’indecorosa corruzione generale e il consolidarsi delle tante lobby che nuocciono alla politica. Forse non sempre giova ritornare al passato.

         Egidio Todeschini

25.8.2007