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La prima volta del Papa in
Parlamento
Il discorso del Santo Padre
a Montecitorio. Nessuna ingerenza nella politica nazionale ma
un sentito appello all’Italia perché ricordi le sue radici cristiane
Il 14 novembre, giorno della visita del Santo Padre a Montecitorio,
entrerà negli annali della Storia patria: per la prima volta il
successore di San Pietro si è recato a rendere omaggio alle
Istituzioni italiane, accogliendo un invito del Parlamento, avanzato
nella precedente Legislatura dai Presidenti, Violante e Mancino, e
reiterato da Casini e Pera. Un incontro solenne, commovente e simbolico
per la valenza politica -
l'implicito riconoscimento della laicità del nostro Stato – e
per il discorso rivolto a tutta la Nazione, meglio, alla "diletta
Nazione italiana". L'ha ripetuta più volte questa
espressione, quasi a sottolineare l'affetto che ci porta, da "padre"
verso i figli, ma anche da uomo di fede e di cultura che sa valutare l'apporto
di un popolo all'arte, alle scienze, alla letteratura, alla
civilizzazione. Al quale popolo, però, va oggi ricordato che, se
può vantare "una civiltà ricca di valori universali e
una fioritura di mirabili opere d'arte", lo deve all'"annuncio
evangelico, qui giunto fin dai tempi apostolici".
Per questo Sua Santità rileva le "tracce gloriose che la
religione cristiana ha impresso nel costume e nella cultura del popolo
italiano", con ciò volendo dire che l'Italia o resta
cattolica o si annulla. Per questo ha sottolineato la necessità
di restare fedeli alle nostre tradizioni più antiche, comprese le
religiose, quelle che, nel bene e nel male, ci hanno forgiato come siamo
e dalle quali non possiamo separarci, pena l'annientamento di noi stessi.
Esse hanno alimentato la nostra cultura e la nostra arte, ma anche il
nostro modo di vivere, di rapportarci con il prossimo, di concepire la
famiglia, di coltivare quei valori, universali come la religione che li
ha annunciati, senza i quali "la democrazia si converte in un
totalitarismo".
Il Papa non poteva fare una lezione di catechismo né invadere le sfere
di competenza dello Stato; ma neppure rinunciare, stante il suo ruolo di
Capo della Chiesa, a sottolineare che, se lo Stato è laico, la
Nazione è cristiana, anzi cattolica. Perciò ha ricordato,
ad essa e ai suoi rappresentanti, il "rischio dell'alleanza tra
democrazia e relativismo etico", che equivale a dire che non si può
credere in Dio e contemporaneamente ritenere che tutto sia lecito; perciò
ha messo in risalto l'importanza della "formazione intellettuale ed
educazione morale" dei giovani, sottolineando così il ruolo
dei genitori e delle Istituzioni, nonché
l’influenza dei mezzi di comunicazione sul "clima morale".
Perciò ha invitato a porre rimedio "al calo delle nascite e
al progressivo invecchiamento della popolazione", con ciò
implicitamente condannando l’aborto e la mancanza di una politica a
favore della famiglia.
Nelle parole del Pontefice c'era l'invito a concepire la Politica –
con la maiuscola – come coniugazione della realtà contingente
con il contenuto trascendente della Rivelazione, senza il quale il
relativismo dei valori porta gli individui a rinchiudersi nella gabbia
dell'egoismo. Per riuscirci occorre fare riferimento alla Storia contro
la quale vanno la perdita dei valori fondanti, la scristianizzazione dei
costumi, la convulsa vita moderna. Essa va invece recuperata e trasmessa
"in un sano clima di libertà". Perché può
suggerirci più fiducia nel "patrimonio di virtù e di
valori trasmesso dagli avi". Perché ci rende memori di quell'esperienza
giuridica, "a partire dalla Roma pagana", sulla quale si basa
il rispetto dell'uomo, della sua dignità e dei suoi diritti.
Perché ci ha insegnato la necessità di una "coesione
interna", la sola che fa superare le inevitabili diversità
"sociali, culturali ed economiche che variamente configurano"
l'Italia. Perché sollecita gli uomini di buona volontà, "indipendentemente
dall'opzione politica di ciascuno", a tendere al bene comune. E che,
in ossequio al dantesco "Roma onde Cristo è romano", può
spingerci ad aiutare l'Europa "ad aprire ancora le porte" al
Redentore.
Ha usato, il Santo Padre, parole che possono essere condivise o meno. Ma
che non meritavano le stolide ripicche di chi ha risposto presentando un
disegno di legge che mira a "riattivare la festività del 20
settembre", data che ricorda la fine del Potere temporale del
Papato, o chiedendo di invitare "in futuro anche il capo della
comunità ebraica o un imam", come se Sua Santità
fosse il rappresentante di una religione qualunque e non il Capo dello
Stato del Vaticano. E come se la nostra identità nazionale, le
nostre radici più profonde non trovassero alimento nel
Cattolicesimo. Non meritavano neppure quel vergognoso alternarsi degli
applausi da destra o da sinistra, a seconda del suo dire, quel
trasformare in acqua per il proprio mulino ogni specifico riferimento
alla realtà attuale, sia esso il richiamo alla "famiglia
fondata sul matrimonio" o l'invito alla solidarietà. Non
è con il nostro mostrarci ancora guelfi e ghibellini (o sempre
seguaci di quel Cicero pro domo sua che abbiamo appreso dai
Latini) che dimostriamo la nostra fedeltà alla cultura degli avi.
Non meritavano neppure il silenzio quasi totale che presto ne è
seguito e che avrebbe ridimensionato "l'evento storico" a
fatto di cronaca se Giovanni Paolo II non avesse, tra l'altro, rinnovato
l'appello a che anche l'Italia sottoscriva un "atto di clemenza"
a favore dei carcerati. Tema che aleggiava già negli ambienti
politici, reso rilevante dalla situazione critica delle galere, dal
numero esorbitante di detenuti e dal bisogno di porre fine a
Tangentopoli e terrorismo; tema che è stato recepito, anzi
estrapolato dal discorso di Sua Santità, spingendo a discettare
di amnistia (che estingue il reato, quindi coinvolge chi è ancora
in attesa di sentenza definitiva) o di indulto (con il quale si condona
in tutto o in parte la pena a chi ha già una condanna), e a
ipotizzare persino una possibile convergenza tra maggioranza ed
opposizione. Ma è stata ipotesi che è durata quanto l'eco
del discorso del Papa. Per dirla con Beaudelaire, "lo spazio di un
mattino".
Egidio
Todeschini
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