La difficile posizione dei cristiani di fronte alla guerra
Improvvisamente tutti papisti. Tutti vogliamo la pace, ma basta pregare?
Al terrorismo bisogna reagire

"La pace sia con voi". Era questo il saluto abituale del Cristo ai discepoli. Ma è anche un imperativo per i suoi seguaci: vivere in armonia con il prossimo, amare il fratello, conciliarsi con lui, comprenderlo. E pure condurlo sulla retta via, se sbaglia, salvo affidalo al giudizio di Dio, se persevera. Nel Nuovo Testamento non si parla di guerra, s'insegna la carità ed il dialogo, la comprensione ed il perdono. E la preghiera, l'invocazione dell'aiuto del Signore che, solo, può risolvere i contrasti, quando essi sono più grandi delle umane capacità. Il che non ha impedito le guerre di religione, l'Inquisizione, la Notte di San Bartolomeo, lo sterminio degli aborigeni americani, l'ignominia della Valdea, ai nostri giorni il terrorismo dell'Ira irlandese e tante altre pagine della storia del Cristianesimo che parlano di crudeltà e di sangue, di intolleranza e di evangelizzazione forzata. Oggi le sintetizziamo nel nome Torquemada, che fa venire i brividi, e le respingiamo, come errori di un passato che non possiamo cancellare ma di cui sentiamo orrore. Errori dei quali la Chiesa ha riconosciuto le responsabilità e chiesto perdono. E' stato un lungo, secolare cammino al termine del quale abbiamo scoperto il valore della tolleranza, della solidarietà, del rispetto degli altri. E vorremmo non perderlo più, non doverci ancora macchiare del sangue e della violenza di un'altra guerra.
Che invece è in atto e di fronte alla quale il cristiano si dichiara pacifista. Condanna gli attentati di Manhattan e di New York, chiede giustizia ma non la vede nella risposta bellica che sembra vendetta, opta per il dialogo ed ipotizza un "processo a Bin Laden" con conseguente pena giudiziaria. Non è il solo. Anche nella Perugia-Assisi di qualche giorno fa, tra i credenti che pregavano e sfilavano in nome della pace, c'erano i no-global che predicano bene ma razzolano male, c'erano gli esponenti di una certa sinistra che non hanno invocato la pace nel 76 quando l'Urss ha invaso l'Afganistan, e c'erano tanti giovani che in chiesa non vanno e tanti adulti che, tra gli insegnamenti del Signore, distinguono tra quelli che fanno comodo e gli altri. Tutti là, a dichiararsi pacifisti. "Come il Papa", dicevano, improvvisamente papisti, anche quelli che lo attaccano quando, invece della guerra, il Pontefice condanna il divorzio, l'aborto, la convivenza, la pillola, l'omosessualità, la mancanza di fede e di speranza che spinge le sue "pecorelle" ad uscire dal gregge in nome della libertà. Che spesso diventa licenza.
Da questi pacifisti ideologicizzati il vero cristiano deve distinguersi. Riconoscendo che il terrorismo talebano è, come ha detto il Santo Padre, "profanazione del nome di Dio", alla quale occorre reagire, "anche con mezzi aggressivi, se necessario". Non basta pregare ed invocare il dialogo e l'amore. Occorre anche chiedersi se davvero è possibile un dialogo con Bin Laden o chi per lui, e con quanti hanno esultato di gioia alla notizia del buon (per loro) risultato ottenuto dagli "assassini volanti". E domandarsi come instaurarlo, questo dialogo, se dall'altra parte del tavolo c'è una foto ed una voce, ma non un uomo o un popolo o uno Stato; c'è un fanatismo religioso senza volto che rifiuta il progresso, l'elettricità o la televisione, solo perché nel Corano non sono citati; che nega il diritto allo studio alle donne e le condanna alla schiavitù, che obbliga i bambini ad assistere alle esecuzioni capitali eseguite ogni venerdì nello stadio di Kabul (un bel modo davvero di santificare il giorno di Allah!); che istiga all'odio e non conosce le regole della democrazia; che dissipa le sue ricchezze non per aiutare la sua gente ma per effettuare attentati in America. E che si arricchisce con la produzione dell'oppio, speculando – proprio come fanno i ricchi capitalisti dell'Occidente! - sul divario tra i quattro soldi che danno ai contadini che lo coltivano e le migliaia di dollari che guadagnano vendendone la ricavata eroina. Senza contare che ogni dialogo, per avere successo, necessita di compromessi: a cosa siamo disposti a rinunciare, per ottenere la pace o almeno vivere senza l'incubo del terrore, ai nostri diritti civili e politici, alla nostra libertà di movimento, alla nostra fede cristiana, al nostro vivere come più ci aggrada, salvo renderne conto al Signore?
Bisogna capire che, se le preghiere servono, dobbiamo chiedere all'Onnipotente non tanto di illuminare i nostri governanti quanto l'animo ed il cervello dello stesso Osama e dei suoi barbuti compari, a che comprendano in modo giusto i precetti del Corano. Solo Lui può, noi possiamo soltanto tentare di renderli inoffensivi, dopo aver scovato e preso, con i mezzi che abbiamo a disposizione, il fanatico che li aizza. Ma, sia ben chiaro, catturarlo non significa affatto mettere fine al terrorismo, per debellare il quale occorre una soluzione politica adeguata per riportare l'Afghanistan alla pace interna e alla convivenza. Non si è ancora trovata: comunque, per applicarla, occorre prima aver vinto le resistenze del terrorismo talebano. Senza trincerarci dietro un pacifismo di parte: i profughi afgani premevano sulle frontiere del Pakistan prima ancora che iniziassero i bombardamenti. Sfuggivano ad una guerra civile: solo perché è civile, non c'interessa?
Ed è necessario riflettere sul rischio che corriamo, ben più reale di quanto ci si immagini, di veder rispondere all'amore dell'Occidente con l'islamizzazione del nostro mondo. Che non vuol dire soltanto rinunciare alle conquiste della nostra società, compreso il mea culpa per gli errori commessi, ma abiurare al Signore nel nome del quale chiediamo la pace. Forse non è questo che Egli vuole da noi.

Egidio Todeschini