L’italica passione per il proprio orticello

La proliferazione dei partiti va di pari passo con l’indifferenza dei cittadini per l’interesse nazionale. Manchiamo di senso civico

 

Confesso che, più passano i mesi, più mi deprimo a seguire le cronache italiane. Tutte, quelle politiche o economiche e le altre, le “spicciole” che parlano delle furbizie, dei sotterfugi, della criminalità di tutti i giorni. E, più passa il tempo, più mi rendo conto che Paese reale e Paese istituzionale hanno la stessa caratteristica negativa: pensano solo a se stessi. Mancano cioè di senso civico. 

Mi spiego con due fatti esemplari. Uno riguarda il mondo politico e l’ho trovato scorrendo i quotidiani; l’altro, attinente alla mentalità corrente, mi è stato raccontato da una signora, una connazionale che vive in Svizzera. Due storie, vere purtroppo, che, all’apparenza, non hanno nulla in comune, tranne quell’amore sviscerato per il proprio “orticello” che non permette di ragionare in termini d’interesse generale.

Incomincio dalla prima. Una “notiziola” che, tra tante altre più drammatiche dell’estate, è passata sotto tono, sfuggendo così a molti. Dunque: per effetto di una convinzione più o meno realistica ma parzialmente confermata dai sondaggi che danno l’attuale maggioranza come sconfitta alle prossime elezioni, si registra un rapido e continuo mutar di casacca politica. Si contano ormai a decine i personaggi che, investiti di una carica pubblica a livello comunale, provinciale, regionale o statale, abbandonano il partito del centrodestra per il quale erano stati eletti e premono per entrare in uno qualunque del centrosinistra. Poco importa se ideologicamente lontano da quello di partenza.

Sono talmente tanti, pare, coloro che tentano di salire, in tempo utile, sul carro del vincitore, da costringere – si fa per dire – i numerosi segretari dell’opposizione a bloccare le iscrizioni. O a scandagliare nel tempo le candidature. Naturalmente le banderuole si giustificano. Chi pretendendo un “civile atto di coraggio di fronte alle inadempienze e agli errori della maggioranza”; chi ribadendo che “solo gli idioti non cambiano mai parere”; chi sostenendo di esservi spinti “dall’ansia di sostenere principi e valori non eludibili”. Sarà, ma non convincono. Danno anzi la netta impressione che, pur di mantenere i privilegi e le prebende dei quali hanno fin qui goduto, sono disposti a tutto. A conoscerne in tempo i nomi, i cittadini potrebbero regolarsi. E non votarli.

Il condizionale però s’impone. Perché anche molti, troppi elettori scelgono più in base ad un calcolo di convenienza personale che non di beneficio collettivo. E qui, a darcene la prova, s’innesta la seconda storiella di cui vi parlavo. La riassumo in breve: la signora che me la racconta s’incontra, durante le ferie, con un’amica. Parlano e scoprono che prendono quotidianamente la stessa medicina. “Quanto costa in Svizzera” chiede l’amica. Saputone il prezzo, s’impegna a regalarne una scatola alla connazionale qui residente: “Tanto, io non la pago”.

Parte il botta e risposta: “Bè, qualcuno paga al posto tuo”. “No, ti dico, è gratuito. Qui, nelle Marche, non paghiamo neppure il ticket. In Lombardia invece sì”. “Così aumentano le ricette fasulle. Di conseguenza, anche le tasse. Da qualche parte “Pantalone” deve pure prendere i soldi!”. “E chi se ne frega! Io non le pago (le tasse), risulto disoccupata”. Lo è, infatti, ma non nullatenente. 

Un caso sporadico che non fa regola? Non credo. E non lo credono neppure i responsabili dei tanti partiti italiani – francamente troppi - che nascono come funghi. Che trovano una ragione di essere e di finanziarsi proprio nel dilagare degli egoismi dei vari ceti sociali. Che spesso non hanno neppure un preciso programma politico e vivono alla giornata; che magari sparano contro l’assistenzialismo ed il conseguente parassitismo ma intanto fanno generiche promesse di aiuti e di tutele in nome di un’altrettanto generica “solidarietà” sotto la quale nascondere il voto di scambio: io difendo il tuo portafoglio, tu mi eleggi.

Partiti che si definiscono “riformisti” ma che, appena si prospetta una riforma per dare slancio al progresso sociale, culturale ed economico dell’Italia, oppongono un’infinità di ostacoli. Che parlano di “sovranità del popolo” ma che poi aggirano impunemente i responsi referendari. Che cambiano opinione, su problemi concreti ed anche su personaggi istituzionali, in funzione del vantaggio momentaneo che possono ricavarne. Che si rifanno continuamente a modelli stranieri, pretendendo però di adattarli alle loro convenienze.

Gli esempi sono infiniti ed elencarli impossibile. Ma che cosa è, se non un “solleticare” i singoli egoismi, l’abolizione del ticket sanitario, il continuo assicurare elargizioni a chiunque punta sullo Stato, il non dar corso alla meritocrazia, il chiudere un occhio sulle invalidità fasulle, il promettere il voto ai non cittadini, l’auspicare un riconoscimento delle coppie omosessuali, il sostenere a spada tratta la fecondazione assistita, il puntare regolarmente sull’ideologia, sulla buona fede o sull’ignoranza politica degli elettori per trasformare l’avversario in criminale?

Che cosa, se non stupidità amministrativa che però rende in termini di voti, lo spendere 500.000 euro al giorno per spedire in Germania i rifiuti della Campania, invece di educare alla raccolta differenziata? Che cosa, se non finzione capace d’incantare solo gli sprovveduti, il promettere un taglio alle retribuzioni e ai privilegi dei politici ed intanto intascare non so più quanti milioni di euro a titolo di “rimborso elettorale”?  E cosa, se non obbedire al nostro egoismo, il cedere facilmente a tali lusinghe? Lascio alla coscienza dei lettori la risposta a tali domande.      

           Egidio Todeschini

 

20.9..2005