Piangi
che ben hai donde, Italia mia
Spontanei
i ricordi letterari sull’Italia divisa. In tutte le democrazie
il voto
divide. Ma noi siamo disuniti dalla Storia e da antichi rancori
Paradossale: Prodi ha vinto grazie ad un premio di
maggioranza che la sinistra ha sempre contestato (dal 1953, quando
definirono “truffa” la degasperiana legge che lo prevedeva), e
nonostante il nuovo sistema elettorale che la sua coalizione ha con
violenza criticato. Non solo: ha ottenuto una risicata maggioranza al
Senato grazie agli Italiani all’estero ai quali proprio i partiti che
oggi militano con lui hanno imposto, per decenni, il rimpatrio forzato,
se volevano votare. E’ tuttavia inutile, a questo punto, elucubrare se,
con il vecchio “mattarellum” (75% maggioritario a turno unico, 25%
proporzionale con scorporo), i risultati sarebbero stati diversi.
Superfluo anche chiedersi se i “vincitori” manterranno ora la promessa
di modificare la legge elettorale e, in caso affermativo, come.
La Storia e la politica non si scrivono
con i “se”. Sul “come”, poi, non c’è molto da sperare, visto che in
entrambi gli schieramenti le opinioni in merito sono molto difformi, per
non dire agli antipodi. Spesso e volentieri si fa riferimento ai sistemi
stranieri, il tedesco piuttosto che il francese o l’inglese, “da
imitare”, salvo poi pretendere di aggirare, per “adeguare alla nostra
mentalità”, le norme che li rendono efficaci.
Si è parlato molto, per esempio, del
“proporzionale alla tedesca”, ma si è sempre omesso di dire che in
Germania il sistema è misto; che lo sbarramento è al 5% (in Francia al
10%); soprattutto, che una norma costituzionale impone il divieto di
“alleanze puramente elettorali” che, nella Penisola, sono invece di
regola. E che il Partito socialista germanico ha preferito allearsi con
il Cdu (democratici cristiani), piuttosto che governare subendo il
ricatto degli ex partiti comunisti.
In Italia, al contrario, nella coalizione
vincente ci sono il cattolico Mastella, l’irriducibile Diliberto, il
no-global Caruso e la laicissima Bonino; ci sono partiti che vantano
idee e programmi del tutto inconciliabili. Dove e come troveranno
l’accordo, quando, a Camere rinnovate e a Governo formato, dovranno
decidere sul rinnovo del finanziamento della nostra missione di pace in
Iraq, che scade a giugno? O stilare il documento di programmazione
economico-finanziaria (DPEF) che detta gli obiettivi e i mezzi per
realizzarli? Anche l’elezione del Capo dello Stato sembra creare
disaccordi per evitare i quali, da tempo, si prospetta il rinnovo del
mandato a Ciampi.
Intanto si continua a polemizzare. Sull’autogol
della Legge Tremaglia, sulla quale soprassiedo per non ripetere tutte le
perplessità che essa mi ha sempre suscitate, non ultime l’enorme ritardo
con cui è arrivata, quando ormai le seconde e terze generazioni si
disinteressano alla vita politica del Paese d’origine, come dimostra la
percentuale dei votanti tra i quali ci sono anche i funzionari consolari
e di Ambasciata e i militari in missione di pace. Ma c’è pure
l’inevitabile scarsa conoscenza della lingua e delle Istituzioni
nazionali dei nostri emigrati, eletti compresi. Aggiungiamoci la
lontananza fisica da Roma dei neo parlamentari che comporterà o
un’assenza abituale o un costo notevole per l’erario. C’è solo da
augurarsi che, prima o poi, la si cambi!
Si polemizza anche sulla povera “l’Italia
divisa in due”, come quasi tutti i quotidiani nazionali hanno titolato
l’11 aprile scorso. Certo, si riferivano all’incertezza dei risultati,
durata fino a notte inoltrata, quando i giornali erano già in stampa; ma
si è colta anche l’occasione per rilevare il clima di “discordia” e di
disunità che il Governo in carica avrebbe (il condizionale s’impone)
creato, in 5 anni, nel Paese. Tanto evidente ed esplicita, tale
interpretazione, da verosimilmente suggerire a Prodi, nel primo
intervento a vittoria ottenuta, la promessa di riconciliare gli animi e
“di governare in nome di tutti gli Italiani, anche quelli che hanno
votato contro”.
Belle parole, indubbio. Peccato che non
tengano conto di due realtà, una specificatamente italiana, l’altra
comune a tutti i Paesi democratici. In tutte le democrazie il voto
divide la popolazione in due o più parti. E’ stato così negli Stati
Uniti, per le due elezioni del presidente Bush; ed anche nella vicina
Germania, lo scorso settembre, o nella Spagna di Zapatero, dopo la
strage di Madrid, nella Francia di Chirac, e potrei continuare. Fa parte
del concetto di democrazia, è la conseguenza di quel progresso civile
dell’Occidente, che riconosce libertà d’opinione, quindi di scelta – o
di bocciatura - del rappresentante politico.
In Italia, purtroppo, è diverso. Da noi il
voto non divide, rende faziosi. Non mette a confronto due o più
avversari, crea nemici da abbattere. Ce la portiamo dietro, da secoli,
tale incapacità di pensare soprattutto al bene del Paese, e non
solamente all’interesse di una parte. E ci portiamo dentro anche la
rivalità che ci fa “l’un contro l’altro armato”, per dirla con Manzoni;
che ha ispirato i nostri poeti, da Dante ad Alfieri, da Foscolo al
Petrarca al Leopardi, di cui cito nel titolo il verso: “Piangi che
ben hai donde, Italia mia” (Canto all’Italia).
Una rivalità che si è espressa, nella
recente campagna elettorale, con violenze verbali, manifestazioni,
scontri; che ha permesso di mettere a fuoco macchine e negozi, di
esprimere minacce (qualcuno auspica perfino un nuovo “Piazzale Loreto”
per il Presidente del Consiglio uscente!), di coprire d’insulti chi non
la pensa nello stesso modo, di farsi ragione sparando un’infinità di
menzogne. Un antagonismo che certo non aiuterà a costruire il nostro
futuro, da non concepire solo in termini di benessere economico ma anche
di valori morali e culturali.
A chi ha vinto - ammesso che sopravviva a
lungo, stanti le discordie interne e la risicata maggioranza al Senato -
tocca il compito, non lieve, di attuare cambiamenti profondi che
finalmente eliminino tale nefasta eredità del passato. Sembra però
incombenza impossibile, anche perché la fetta “riformista” della
coalizione non ha i numeri sufficienti per spuntarla. Il trio
Prodi-Rutelli-Fassino dovrà vedersela con il consistente 31% alla Camera
e il 27% al Senato di sinistra “massimalista”, pacifica e patriottica
solo a parole. Ed il rifiuto di Prodi alla “Grande Coalizione” proposta
da Berlusconi, preceduto dal no di Bertinotti, ha tutto il sapore di un
primo cedimento. Che Dio ce la mandi buona.
Egidio Todeschini
20.4.2006