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L’Italia è fatta ma gli Italiani dove sono? Nel nostro popolo mancano amor patrio e senso civico. Sopravvivono nepotismo, clientelismo, provincialismo e dannose furbizie
Sono sconcertato! Più seguo le vicende sociali e politiche del nostro Paese e più mi convinco che la nobile aspirazione di Massimo D’Azeglio, quella di “fare gli Italiani” dopo aver “fatta l’Italia”, sia ancora soltanto un auspicio. Essere Italiani vuol dire avere quel senso civico che spesso e volentieri elogiamo in altri popoli. Ne vedo poco, in giro. Sì, certo, abbiamo il passaporto nazionale, partecipiamo (non sempre e non tutti) alle elezioni, ci esaltiamo se, alle Olimpiadi o nelle partite internazionali di calcio, è un concittadino o la squadra azzurra a spuntarla, ci esprimiamo nella nostra lingua, magari conosciamo anche (ma non è detto) l’Inno nazionale. Però qui finisce il nostro senso d’italianità. Per il resto, alla Nazione continuiamo ad anteporre il Comune o, bene che vada, la Regione; intendiamo in genere lo Stato come pozzo di San Patrizio dal quale arraffare soldi e benefici; il “tengo famiglia” prevale ancora sull’interesse nazionale; non sappiamo cosa sia l’orgoglio di appartenere ad un Paese che ha notevolmente contribuito alla civilizzazione del mondo; malati come siamo di esterofilia, tendiamo sempre a vedere il “meglio” altrove, salvo rifiutarci poi di adottarlo in Italia; e siamo capaci di tutto, anche di raccontar menzogne, pur di prevalere sull’avversario. Esagero? Non mi pare, alla luce degli ultimi fatti registrati in Italia e degli articoli che leggo sui giornali. Leggo, per esempio, che il principale motivo per il quale l’apparato universitario, studenti compresi, è contrario alla riforma Moratti della scuola e dell’Università sta proprio nella “meritocrazia” che il Ministro dell’Istruzione ha inteso reinserirvi. La meritocrazia impone fatica e sacrifici: vuol dire essere promossi solo se si è studiato e far carriera esclusivamente quando lo si merita, non perché “figli di papà” e/o per anzianità di servizio; vuol dire effettuare ricerche sovvenzionate dallo Stato solamente se utili allo sviluppo economico, sociale, politico, culturale dell’Italia. Troppo impegnativo: meglio non adottarlo ed abrogare la Riforma Moratti. Chi se ne frega, poi, se continua la fuga dei cervelli. Veramente, un po’ di meritocrazia servirebbe anche a livello politico. Però appuro che, nelle liste (bloccate!) dei candidati per le prossime politiche abbondano mogli, figli/e, “compagne”, congiunti vari e portaborse dei parlamentari uscenti. Come dire che il nepotismo ed il clientelismo esistono ancora. E meritocrazia servirebbe a livello giudiziario. E invece abbiamo registrato tutte le ribellioni, scioperi compresi, che i magistrati hanno opposto alla riforma della Giustizia, in particolare per la modifica apportata ai passaggi di grado, non più per “anzianità di servizio”, bensì per comprovata efficienza. E questo che cos’è, se non forma nascosta e dannosa di parassitismo? E cosa è, se non ottusità campanilistica e sprezzo del prestigio nazionale, il coro della sinistra per l’intervento di Berlusconi al Congresso degli USA? Vuol dire non riconoscere che, quando è in visita ufficiale all'estero, il Presidente del Consiglio, a qualunque partito appartenga, rappresenta gli Italiani e l'Italia, non il suo gruppo politico o la sua coalizione. A maggior ragione se l’evento è straordinario (in 60 anni di Repubblica, solo tre Capi del Governo, dopo De Gasperi, Craxi ed Andreotti, hanno avuto lo stesso onore) e se il discorso pronunciato ottiene il convinto applauso dei parlamentari americani, repubblicani o democratici che siano. “Siamo sotto campagna elettorale e Berlusconi ne ricava un vantaggio”, si è detto. Impossibile trovare in tali critiche un minimo di amor patrio; piuttosto denotano solo un tirar l’acqua al proprio mulino. E l’infamante affermazione di Diliberto, segretario del Partito dei Comunisti Italiani (Pdci), per il quale l’incontro tra Bush e Berlusconi si riduce ad una “stretta di mani insanguinate” è sinonimo d’italica nobiltà o, invece, solo uno spregevole tentativo di sfruttare la situazione? Lo spirito di parte impera, da noi, e tutto è sempre politicizzato all’eccesso. Pensiamo allo “sceneggiato” andato in onda quando si è saputo dell’udienza accordata da Benedetto XVI ai 200 rappresentanti del Partito Popolare Europeo, Berlusconi, Casini e Mastella compresi. Il Ppe, ben prima che fosse stabilita la data delle nostre elezioni, aveva scelto Roma per il suo congresso e chiesto, come d’abitudine, l’incontro con il Pontefice: in fondo, è il partito dei cattolici europei. E non è colpa della Santa Sede se la Margherita ha preferito uscirsene. Ma è bastato per far gridare allo scandalo, per dare forza alla voce dei radicali che rilevano la “inaccettabile” ingerenza della Chiesa nella politica nazionale, perfino per accusare il Presidente del Consiglio di violazione della par condicio. Ma come, lo dipingono come un furfante che ha fatto perdere onore e rispettabilità al Paese, e poi avrebbe il potere di imporre al Papa (o al Presidente degli USA) la data per un incontro? Immagino le obiezioni: ma noi, gente comune, che c’entriamo con tale andazzo antipatriottico, opportunista, clientelare? C’entriamo, eccome. O abbiamo dimenticato le manifestazioni in Val di Susa, contro la Tav, e quelle della Campania, contro gli inceneritori delle immondizie, o il nostro voto contro le centrali nucleari, che oggi ci rende dipendenti da terzi, o le evasioni fiscali? O l’europeismo che professiamo a parole, salvo poi ribellarci se qualcuno, in conformità con le regole europee, tenta di allungare l’età lavorativa o di liberalizzare i servizi? Gli Italiani non sanno ancora dire: “Torto o ragione, è il mio Paese”. E, per dirla ancora con il D’Azeglio, sono “i più pericolosi nemici d’Italia”. Egidio Todeschini11.3 |