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Il dialogo con i musulmani continua L’incontro del Papa con i maomettani. Non per chiedere scusa ma per invitare al reciproco rispetto. Cosa distingue il Cristianesimo dall’Islam
Nell’articolo della scorsa settimana sul presunto “oltraggio” del Pontefice a Maometto ho accennato al fatto che Cristianesimo e Islamismo hanno alcuni punti in comune ma anche differenze sostanziali. Per motivi di spazio non ho potuto dilungarmi sull’argomento, che invece merita un approfondimento, anche per meglio comprendere l’invito al dialogo, sul quale Benedetto XVI insiste spesso. L’incontro che il Papa ha voluto il 25 scorso con i membri delle comunità islamiche presenti in Italia e gli ambasciatori dei Paesi arabi, non voleva essere un diplomatico modo di scusarsi del supposto “errore” commesso a Ratisbona. Piuttosto la continuazione del necessario dialogo tra religioni diverse “da cui dipende in gran parte il nostro futuro…fondato su una conoscenza reciproca…che, con gioia, riconosce i valori religiosi comuni e, con lealtà, prende atto e rispetta le differenze” (dal discorso del Santo Padre). Un invito alla tolleranza, quindi, che c’è da augurarsi non cada nel nulla. Obiettivo difficile, tuttavia, perché le differenze (tra le quali la mancanza di una figura sacerdotale e di un’autorità suprema equivalente al Papa) sono più numerose delle importanti affinità. Ne consegue che, non essendo “rappresentanti dell’Islam”, ma solo “funzionari”, i capi delle comunità islamiche e i diplomatici - è il musulmano Magdi Allam a rilevarlo su il Corriere della Sera del 25 settembre - non si ha alcuna certezza che sia accolto e condiviso l’approccio benevolo del Pontefice. Che pone l’accento sulla comune fede “nell’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso ed onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini”. Ma basta, tale fede, per convincere alla reciproca tolleranza, al riconoscimento della libertà religiosa, alla convivenza pacifica, al mutuo rispetto? Basta il riconoscere i comuni errori del passato o la convergenza di alcuni valori fondamentali per dissuadere i maomettani dal credere che solo l'Islam, tra le diverse religioni praticate dagli uomini, “è la vera religione divina alla quale tutti devono credere”, pena la caduta “nel numero dei perdenti” o, peggio, la conversione mediante “l’uso della spada” (i virgolettati sono presi dal Corano)? Possiamo trovare le risposte nel significato stesso della parola “Islam” che letteralmente significa “sottomissione ad Allah”, nella biografia di Maometto e nelle regole (in arabo “sure”) del Corano. Maometto, orfano di padre ed allevato dallo zio, sposa la ricca vedova Cadigia con la quale amministra l'attività commerciale. Nei suoi viaggi incontra nuove religioni ed altri popoli, compresi gli “hanif” che credevano in un Dio unico. Forse sull'esempio di questi, il profeta comincia ad appartarsi nella caverna di Hira. E qui, secondo la tradizione, ormai quarantenne gli apparve l'arcangelo Gabriele per rivelargli le prime sure (verità) di Allah, poi registrate nel Corano. Era il 27 del mese di Ramadan del 611 d.C. Le rivelazioni si susseguirono nei successivi ventitré anni ed indicarono al Profeta anche la via da seguire per difendersi dagli attacchi dei barbari e politeisti “Meccani” (primitivi abitanti della Mecca) che volevano sopraffare lui ed i suoi seguaci. Si spiega così il passaggio dall’iniziale tolleranza per tutti gli esseri umani e per ogni religione (“uomini e donne, ebrei, cristiani e chiunque prega il divino e compie il bene, quegli avrà il suo paradiso e non sarà leso da nulla") alla fase successiva dell’imposizione, mediante la forza, della fede islamica. E, forse, si deve all’incompetenza amministrativa delle altre due mogli se, alla morte di Cadigia, inizia la discriminazione delle donne. L’Islam, al pari del Cristianesimo, crede nell’immortalità, onnipotenza e misericordia del Dio Creatore che, tuttavia, non è “Padre” ma solo “Verità”; riconosce validità al “pentimento” dei propri peccati, in mancanza del quale, però, vige la legge del taglione; è certo dell’esistenza del Paradiso ove tuttavia vanno anche coloro che uccidono pur di convertire; riconosce l’esistenza dei profeti, primo fra tutti Abramo, che annunciano, appunto, la Verità del Signore; venera Maria, Madre di Gesù, tuttavia onorato solo come “profeta”. Anche l’Islam confida nella preghiera quotidiana, della quale però stabilisce categoricamente le ore ed il modo in cui va fatta; spinge all’elemosina, resa tuttavia obbligatoria sotto forma di “imposta coranica”: si caratterizza, quindi, più per le imposizioni che per le libere scelte individuali. Come il Cristianesimo, che si è diviso in confessioni diverse (cattolici, ortodossi, protestanti) anche l’Islam è diviso in gruppi diversi: in particolare i “Sunniti” (da “sunna” = pratica di vita), che imitano i modelli di comportamento di Maometto per vivere degnamente la “sottomissione”, e gli “Sciiti” (da shi' ah = partito), che invece optarono per un’interpretazione simbolica del Corano e credono che la guida dell’Islam spetti solo ai discendenti di Alì, unico erede del Profeta. E come il Cristianesimo (quello dell’Inquisizione, delle Crociate, delle Guerre di Religione, della strage degli Ugonotti, dell’imposizione forzata del Battesimo alle tribù indigene dell’America) l’Islam ha cercato - e cerca tuttora - d’imporsi con la forza, intendendo il “jihad” come "guerra santa" e non, piuttosto, nel significato reale di "sforzo" interiore, di lotta per raggiungere l’obiettivo di rimuovere il male da se stessi e l'ingiustizia e l'oppressione dalla società. Probabilmente anche l’Islam imparerà, con il tempo, a far propri quei concetti di libertà religiosa, di rispetto, di tolleranza che caratterizzano il Cristianesimo: in fondo è più “giovane” di oltre sei secoli e non ha ancora raggiunto la consapevolezza che Dio è Padre, non padrone, quindi ama e perdona; che “fede” significa accettare la sacralità della vita, la parità tra uomo e donna ed il libero arbitrio. Ci arriverà, purché nel frattempo il mondo occidentale e l’Europa rinuncino al relativismo e recuperino la propria identità cristiana. Egidio Todeschini |