Se e' guerra di civiltà dobbiamo vincerla
Di
fronte alla Jihad talebana bando ai pregiudizi ed alle
ideologie. Sono a rischio le nostre conquiste civili e
religiose
Che siamo in guerra non ci sono dubbi. Gli attentati
dell'11 settembre sono un atto bellico al quale è stato
risposto con un'azione di guerra. Questo è un dato di
fatto e dobbiamo rassegnarci ad accettarlo, anche se non
piace, senza cercare false illusioni in altri termini,
come azione di polizia internazionale o lotta al
terrorismo, meno drammatici, forse, ma più pericolosi
perché creano uno stato d'animo particolare, che può
diventare anticamera del disfattismo.
Dunque, è guerra, anomala quanto vogliamo, ma guerra.
Alla quale i posteri daranno un nome, come per la
"Grande" (1914-1918) e la "Mondiale"
(1939-1945), che potrà essere "Globale", dalla
sua caratteristica preminente che è quella di
coinvolgere tutto il globo. Una guerra che non vede
eserciti schierati e non adopera armi tradizionali; che
non ha un "nemico" ben definito, sia esso
Stato, popolo o religione, perché non s'identifica con
l'Afghanistan, con gli Afgani o con l'Islam, piuttosto
con un uomo, Bin Laden, la sua gente, i Talebani, e
un'associazione fanatica ed integralista, Al Qaeda, che
ha proseliti ovunque, sulle montagne afgane e nelle sue
grotte ma anche tra di noi, mascherati con finte vesti da
immigrati o da studenti. Una guerra che si serve della
tecnologia e al contempo sfrutta l'altissima
vulnerabilità della società tecnologica vedasi
l'antrace - e che possiamo definire disumana, perché
colpisce a caso, senza limiti neppure alla ferocia.
Ammettere di trovarci nella prima guerra del terzo
millennio non significa volerla, né goderne, né essere
guerrafondai, piuttosto essere realisti. Ma non basta:
occorre decidere da che parte stare, riconoscendo la
validità di quei valori occidentali, religiosi, sociali,
etici e politici, che abbiamo faticosamente conquistati e
rafforzati nell'arco di secoli. Solo con tale sforzo
concettuale si riesce a capire che in atto non c'è
scontro tra civiltà, ma di civiltà. Non c'è
l'Occidente contro l'Oriente, né il Cristianesimo contro
l'Islamismo, ma la civilizzazione contro la barbarie di
un fanatismo che gli stessi musulmani moderati
definiscono tale. E non siamo noi occidentali a volere la
guerra, è la guerra che ci è cascata addosso, con le
sue nefandezze, le sue ingiustizie, i suoi profughi e le
sue vittime.
Un recente sondaggio d'opinione ha rivelato che un
Italiano su quattro, se non giustifica Bin Laden, quanto
meno lo comprende, convinto com'è che gli avvenimenti
siano la conseguenza delle colpe, antiche ed attuali,
dell'Occidente capitalista e sfruttatore. Liberi di
pensarla come vogliono, ma hanno ragione? E se sì,
perché gli imam, i mullah e lo stesso Osama parlano di
"guerra santa"? E cosa comporta uscirne
sconfitti? Proviamo a rispondere alla prima domanda,
premettendo che l'espressione "guerra santa" è
nostra, il termine arabo, Jihad, uguale in tutte le
lingue e dialetti dell'Islam, significando "sforzo
sulla strada di Dio". Di essa si parla nel Corano, e
non una volta o due, bensì 75 volte. Ed essa
"obbliga" il musulmano, pena la morte per
apostasia
.
Però l'Islam, contrariamente al Cattolicesimo e
all'Ortodossia, non ha un'autorità dottrinale e morale,
nessun Papa o Pope che specifichi in modo univoco come,
quando, e contro chi va fatta: l'interpretazione è
affidata all'opinione della comunità e dei
"dotti" o saggi. Ne consegue che varia
l'ampiezza del versetto coranico che suona
"combattete coloro che vi combattono, ma non
oltrepassate i limiti, che Dio non ama gli
eccessivi" (II,90): per i moderati significa, per
esempio, porre freni, anche a costo della non
reciprocità, all'evangelizzazione; per Bin Laden ed il
suo mullah Omar la frontiera dell'eccesso va ben oltre.
Ciò spiega le divisioni interne dello stesso Afganistan
nel quale, e non dall'11 settembre, è in atto la lotta
armata tra gli integralisti Talebani, o "studenti
del Corano", e i mujaheddin soldati ,
la cosiddetta "Alleanza del Nord", che optano
per un Islamismo più moderato. Per i primi siamo tutti
"nemici da combattere e sterminare" per il solo
fatto di essere "infedeli", per gli altri siamo
"alleati" che aiutano a sterminare la barbarie
di una interpretazione fallace del Corano. I primi
tendono alla islamizzazione del mondo, i secondi a poter
vivere la loro religione, con i suoi precetti, la sua
predominanza sulla politica, ma senza eccessi, senza
schiavitù e senza il rifiuto delle conquiste tecniche.
Da ciò deriva la risposta alla seconda domanda. Non
essendoci conflitto tra Stati, come nelle guerre
precedenti, non rischiamo la perdita della sovranità,
l'occupazione militare, la divisione territoriale, lo
sconvolgimento istituzionale: Bin Laden punta
eventualmente ai territori sacri del Corano, per portarvi
quello che ritengono essere il vero Islam e per poter
disporre di quella ricchezza enorme rappresentata dal
petrolio, con la quale può condizionare la vita
dell'Occidente. E non essendo neppure lotta di
liberazione dall'Hitler o dallo Stalin di turno, non
corriamo il pericolo di essere schiacciati da una
dittatura politica. Ma da una sopraffazione religiosa
sì, con conseguente smarrimento della nostra identità
storica e della nostra fede, oltre che di quel benessere
e di quelle libertà di cui andiamo tanto fieri. Una
sopraffazione resa più facile dalla scristianizzazione
materialista dell'Occidente, che per di più spesso si
accompagna a quella liberalità che ci distingue, che ci
fa aprire le porte al "diverso", che lo fa
accogliere riconoscendogli il diritto di aprire i Centri
islamici, di costruire le loro moschee anzi, diamo
denaro pubblico per erigerle - di macellare ritualmente
la loro carne (per dissanguamento), di indossare il
chador anche nelle foto d'identità e nelle scuole, di
effettuare il congiungimento familiare pure in caso di
poligamia, di godere delle pause dedicate alla preghiera.
Il card. Biffi l'anno scorso diede l'allarme contro
questo pericolo e fu sopraffatto dalle polemiche. Ma esso
esiste e mette a rischio la nostra civiltà. Veramente
vogliamo permettere a Bin Laden di cantarle, in arabo
s'intende, il De profundis?
Egidio Todeschini
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