Tante ipocrisie sulla fame nel mondo

Il Vertice della Fao a Roma e la tragedia dei 24mila morti al giorno per denutrizione. Polemiche e assurdità. Poi tutto ritorna nel dimenticatoio

Finito il Vertice di Roma, della Fao e della fame nel mondo i media non parlano più. Ora, mentre scrivo, fanno più notizia i mondiali di calcio, l'acqua santa di Trapattoni, gli arbitraggi sbagliati, le esultanze o le delusioni dei tifosi, le retribuzioni plurimiliardarie di molti giocatori e dei "mister". Le immagini di bimbi dai ventri gonfi, gli arti filiformi e gli occhi tristi, a ripetizione fatte correre sugli schermi durante la quattro giorni capitolina, non compaiono più a rattristare il nostro lauto pranzo; sono state riposte in archivio per il prossimo summit. Al loro posto arrivano quelle degli stadi gremiti.
  Cronache quotidiane e competizioni internazionali riempiono pagine di giornali, occupano spazi televisivi; non c'è tempo per pensare alla tragedia dei 24.000 morti al giorno per denutrizione, per partecipare alla sofferenza degli 800 milioni di umani condannati all'inedia. Per dimezzarli nei prossimi tredici anni occorrono 24mila milioni di dollari. I signori della Fao sono tornati a lavorare o, forse, solo a registrare fallimenti. A noi rimane un profondo senso di scoramento di fronte alle contraddizioni e, posso dirlo?, all'ipocrisia dei nostri tempi. Quella che fa giustamente applaudire al Governo che promette di azzerare il debito al Mozambico (600 milioni di euro), ma non lo spinge con forza a chiedere un rendiconto sui 1.200 miliardi di vecchie lire (fa sempre 600 milioni di euro) già da noi destinati a quello sfortunato Paese negli ultimi 20 anni.
  Avvilisce l'ipocrisia che suggerisce alla Fao - e non solo ad essa - il rassicurante programma di "garantire alle popolazioni indigenti l'accesso a cibo, acqua e terra" o di ottenere "il rispetto dei diritti umani e della democrazia", ma fa sorvolare sul "come" raggiungere l'obiettivo senza violare l'intoccabile sovranità statale di quelle lande ove, oltre alla miseria, regnano la corruzione, le leggi coraniche, le faide tribali, le mattanze religiose, l'analfabetismo, il fatalismo e la tirannia delle classi dirigenti. Anche in Sicilia c'è cronica carenza d'acqua  e nessuna amministrazione locale ha saputo farvi fronte, nonostante il sistema democratico e il recupero culturale: ciò basta per capire quanto sia lastricata di buoni propositi la strada dell'inferno. 
  Scoraggia l'impostura che permette alla Fao di far fuori, per mantenere 4.300 dipendenti e 3.600 consulenti, la metà dei suoi fondi, per poi, allo scadere di ogni cinque anni, riunirsi lussuosamente in Vertice per ammettere di aver fallito. E intanto sottrarre ai poveri anche le somme necessarie per organizzarlo e per garantire la sicurezza loro e dei cittadini. Deprime veder scorazzare per il mondo i no-global, così solleciti a parole nei confronti dei diseredati e così pronti a sperperare ricchezza, con la scusa della protesta, in viaggi-vacanza fatti per distruggere, non per distribuire. Tanto meno per produrre.
   Non sono un economista, uno scienziato o un sociologo. Leggo i pro e i contro alla globalizzazione ma non so dire, come la maggior parte dei cittadini, chi ha ragione e neppure se la biogenetica è, alla lunga, più pericolosa che vantaggiosa. Però mi scandalizzo, e non credo di essere il solo, a leggere i menu di quei signori che a Roma per tre ore parlano di fame altrui per poi alleviare la propria con aragosta e foie gras, filetto d'oca e brasato. Ed inorridisco nell'appurare che, solo a Roma, si gettano in discarica 40mila tonnellate di cibo al giorno, proveniente dai mercati generali e rionali, con le quali si potrebbero sfamare quotidianamente un milione di poveri.
E non va meglio nelle altre città d'Italia e del ricco Occidente, per cui viene spontaneo chiedersi a chi giova tanto spreco, quali norme, nazionali o internazionali, lo consentono, magari l'impongono, e perché mai quel ben di Dio  non è devoluto ai poveri, che esistono anche in Italia.
  Non è di facile soluzione il problema della fame nel mondo. Ci sono, ad ingigantirlo, fattori politici, culturali, economici, demografici, sanitari. Ci sono l'indifferenza o la presunta impotenza dei benestanti, le ferree regole del mercato, l'ingenerosità, in alcune zone, della natura, la "tirannia" delle multinazionali o di qualche capo tribù più interessato a crearsi un arsenale militare che a sfamare il suo popolo. Ma non è con lo sperpero, con le proteste rivoluzionarie e distruttive o con i pii propositi che lo si affronta. Tanto meno con le accuse rivolte al Vaticano di insistere con il suo "andate e prolificate", come se nell'Africa e nell'Asia tribolate il cristianesimo fosse dominante, e come se non fosse noto che l'alta natalità è direttamente proporzionale all'alta mortalità, all'ignoranza e alla miseria. 
  C'è una verità distorta e il missionario Piero Gheddo la rileva: si sa che "il 20% della popolazione mondiale gode dell'80% di ricchezza della Terra" e si sa anche che "quel 20% di fortunati produce quell'80% di beni che possiede". Come dire che, per vincere la fame, non basta "distribuire", occorre soprattutto "produrre". E non sprecare. Ma pure finalmente comprendere che "gli aiuti in denaro vengono spesso dirottati su altri obiettivi, e che gli aiuti in natura contribuiscono a deprimere la produzione agricola locale" (Vittorio Mathieu). E che serve poco azzerare un debito, se non si mettono gli indigenti in condizione di non contrarne più. Senza inutili "mea culpa"  ma con maggior determinazione.   

Egidio Todeschini