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Non serve la Fao se la fame aumenta Il vertice romano conclusosi senza serie soluzioni conferma l’inutilità di un Ente che affronta la denutrizione nel mondo a parole e banchetti
Il vertice Fao, tenutosi nei giorni scorsi a Roma, si è concluso, per dirla con il Ministro Frattini, “in modo deludente”. Al solito, anzi peggio del solito, se perfino il Vaticano si è espresso, tramite L'Osservatore Romano, in termini estremamente critici: "Hanno prevalso le divisioni e gli interessi particolari, sono state spese molte parole, ma dopo tre giorni di lavoro nessuna soluzione è stata proposta sulla sicurezza alimentare" di quei 5 milioni di bambini che annualmente perdono la vita per mancanza di cibo; dei 20 milioni di neonati che nascono sottopeso; degli 852 milioni di persone che non hanno di che nutrirsi o che, per poter mangiare, spendono il 90% dei loro miseri redditi (quando li hanno), a scapito della sanità e dell’istruzione dei figli. Esito deprimente. Anzi scandaloso, anche se questa volta i funzionari Fao convenuti a Roma non si sono abbuffati di fois gras ed aragosta ma si sono accontentati di pasta asciutta e stufato: forse si sono resi conto che produrre, come nel 2002 a Johannesburg, 70 tonnellate di spazzatura e spendere 50 milioni di euro, è uno schiaffo alla miseria e a quella fame che dicono di voler combattere. Un “sacrificio culinario” che tuttavia nulla toglie alla vergogna di un Ente che conta 3600 dipendenti, 1600 dei quali “dirigenti”; che vanta un bilancio di 784 milioni di dollari ma ne spende solo 90, meno del 12%, per alleviare la denutrizione del mondo, gli altri andando in retribuzioni, rimborsi spese, hotel di lusso e pranzi luculliani; e che non riesce a prendere decisioni valide, tanto meno provvedimenti utili. Una struttura che conta 192 Stati membri, molti dei quali non sanno cosa sia democrazia e tutela dei diritti umani; che quest’anno ha offerto un palcoscenico al tirannico presidente dello Zimbabwe, Mugabe, quello che distribuisce il cibo solo in cambio di voti, e che fa picchiare, incarcerare, torturare ed uccidere gli oppositori. Un’istituzione che ha consegnato il microfono all’iraniano Ahmadinejad che ne ha approfittato per esprimere il suo parere su Israele che “deve sparire”. Un Ente che conclude il summit romano con l’impegnativa promessa finale di “eliminare la fame e fornire cibo a tutti, oggi e domani”, ma resta vago sul come raggiungere l'obiettivo nei Paesi ove, oltre all’indigenza, si registrano corruzione, faide tribali, mattanze religiose, analfabetismo e la prepotenza delle classi dirigenti. E che rinvia a “studi più approfonditi” il rapporto tra produzione di biocarburanti e diminuzione dei prodotti agricoli destinati ai più poveri. Lo sappiamo, l’abbiamo più volte letto e scritto, quanto sia di difficile soluzione il dramma della fame nel mondo e quali ne siano le cause (tra le altre, i crescenti consumi nei Paesi emergenti, l’aumento del costo dei trasporti, la politica dei Paesi ricchi); quanto vi contribuiscano i nostri sprechi (recente la notizia che gran parte del cibo prodotto in Gran Bretagna finisce in pattumiera!); quanto influiscano il mancato controllo sul dove vanno a finire i fondi elargiti e il protezionismo agricolo dei Paesi Ue. Uno stato di fatto di cui siamo tutti, più o meno, responsabili: non a caso, nel 2005, l’allora Capo di Stato, Ciampi, disse, riferendosi soprattutto al nostro Occidente, che “una società che spende centinaia di miliardi in armamenti e consente che ogni anno muoiano di fame cinque milioni di bambini è una società malata di egoismo”. Ha ragione. Ma dimenticò di rilevare – o correttezza istituzionale glielo impedì - che l’egoismo maggiore aleggia in quel carrozzone di burocrati strapagati e felici di partecipare a Vertici inconcludenti. Da 60 anni i signori della Fao affermano che “il problema della denutrizione è drammatico”. Sessant’anni durante i quali hanno speso miliardi di dollari, con scarsissimi risultati, se oggi, nel mondo, i denutriti sono cento milioni in più rispetto all’anno scorso. E’ lo stesso direttore dell'organizzazione, Diouf, ad ammetterlo: “Abbiamo fallito, la fame nel mondo non si riduce”. Ma chiede più soldi e li ottiene: 1,2 miliardi di dollari stanziati dalla Banca mondiale, altrettanti dai donatori, pubblici e privati. Più soldi per cosa, per conservare il carrozzone, per continuare con le spese assurde, per offrire una vita da nababbo a se stesso e a quel 70% di dipendenti residenti a Roma, per permettere altri viaggi lussuosi alle delegazioni? Uno sperpero di denaro, miliardi di dollari, pagati dai contribuenti e sottratti alla lotta ad altre emergenze sanitarie del pianeta, che fa venir voglia di chiedersi se abbia ancora senso la sopravvivenza dell’Ente e dei suoi Vertici annuali. Che suggerì a Gino Strada, il fondatore di Emergency, la pessimistica frase: “Comincio a pensare che la Fao sia l’organizzazione per mantenere la fame nel mondo”. “Dà da mangiare a colui che è moribondo per la fame, perché, se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso”: con questo monito si è concluso il messaggio, letto dal Card. Bertone, di Benedetto XVI al recente Vertice. Un messaggio con il quale il Papa sottolinea il problema etico della denutrizione nel mondo, la cui causa principale è “quella chiusura dell'essere umano nei confronti dei propri simili che dissolve la solidarietà, giustifica i modelli di vita consumistici e disgrega il tessuto sociale, preservando, se non addirittura approfondendo, il solco d’ingiusti equilibri”. Egidio Todeschini |