L’Italia tra impunità e leggi sbagliate

Aumenta la criminalità ma anche l’incertezza della pena. Contrariamente agli altri Stati europei da noi il detto “chi sbaglia paga” non vale più

 

 L’Italia non finisce di sorprendere. Non bastassero le cronache politiche a deprimere, ci si mette ora anche il quotidiano susseguirsi d’incidenti stradali, provocati da ragazzini incoscienti e da autisti ubriachi, nonché il registrarsi di stupri (quattro in una settimana solo a Bologna!) e di furti che, spesso, si concludono con la morte di un innocente. Ne consegue inevitabilmente l’insicurezza dei cittadini, consapevoli di non essere più sicuri né a casa né per strada.

Certo, la criminalità non esiste solo nello Stivale. Resta il fatto, però, che altrove si cerca, in vari modi, di limitarne le cause, soprattutto usando maggiore severità nel punire i colpevoli. Esattamente il contrario di quanto avviene in Italia ove cresce l’incertezza della pena: per le lungaggini giudiziarie, che spesso portano alla prescrizione del reato; per l’interpretazione, a volte illogica, dei testi legislativi operata dai magistrati; o per alcuni discutibili provvedimenti politici, come il condono approvato lo scorso anno.

Anche l’abuso di alcolici è diffuso all’estero: si calcola che, nell’Europa settentrionale ed orientale, se ne consumino annualmente 11 litri a testa. Meno dei 15 registrati a metà degli anni 70 ma è diminuzione che sembra essersi arrestata, mentre scende l’età media alla quale s’incomincia a bere birra, vino o liquori, ed aumenta il numero delle donne, anche giovanissime, che si ubriacano. Non è un caso che, nella sola Unione Europea, il 25% degli annuali incidenti stradali sia correlato all’alcol. E che, sempre nell’UE, il 33% di questi siano causati da giovani di età compresa tra i 15 e i 25 anni, 32 mila dei quali vi trovano la morte.

Le statistiche dicono anche che l’Italia, pur essendo in fondo alla graduatoria del consumo di alcolici, sale al nono posto per numero di morti causati da infortuni dovuti ad ubriachezza. E che il tasso nazionale di riduzione della mortalità per incidente stradale, pari al 15%, risulta nettamente inferiore alla media europea che si aggira sul 26,8%. Le cause sono molteplici, legate alla scarsa informazione (solo il 58,7% degli Italiani conosce il limite di alcolemia consentito alla guida); alla legislazione (il Decreto sicurezza”, emanato quest’anno, è insufficiente); alla convinzione, sempre più diffusa anche per effetto di alcune decisioni giudiziarie, che chi sbaglia non paga: raramente gli ubriachi che hanno ucciso passano più di qualche giorno in carcere; altrettanto raramente sono condannati. E, quando lo sono arriva un indulto e sono rilasciati. O godono degli arresti domiciliari, come recentemente avvenuto con il rom Marco Ahmetovic, condannato a soli 6 anni e mezzo di carcere, nonostante avesse ucciso, da sbronzo, 4 ragazzi, benché la legge preveda, in caso di morte di più persone, una sanzione più pesante, fino un massimo di 12 anni.

Certo, il Codice Penale consente punizioni meno gravi, anche perché l’uccisione per stato di ebbrezza (o casuale, in caso di rapine che finiscono con un morto) è considerato “colposo”, cioè non volontario, tanto meno premeditato; ne consegue una pena ridotta, abbreviata ulteriormente in caso di patteggiamento, per un reato che entra in prescrizione dopo 5 anni, a relativa procedura giudiziaria quasi mai conclusa. Sta di fatto che spesso tali pene sono “virtuali. Non vengono scontate e, quindi, non sono di monito, non incidono sulla mentalità corrente”; a dirlo è Fabio Roia, Consigliere del Csm, ancora sgomento per la condanna a soli 6 mesi, con la condizionale, inflitta 11 anni fa all’autista che gli ammazzò il padre sulle strisce pedonali.

Non solo. Alla quotidiana notizia d’incidenti provocati da ubriachi, con relative vittime e l’immancabile mancanza di soccorso, non segue, in genere, una sufficiente informazione, che servirebbe da deterrente, sull’esito del relativo processo, a meno che essa sia sconcertante per eccessivo buonismo e lievità della pena. Lo stesso dicasi per gli stupri a donne o bambini o per i furti in villa o negozio, spesso conclusi con la morte delle vittime. Il che alimenta nei malintenzionati la convinzione di poter fare quel che vogliono.

Ora, dopo il susseguirsi di delitti registrati negli ultimi mesi, dalle alte sfere si promette maggiore rigidità. Ma, lo sappiamo, nel mondo politico e giudiziario le lacrime sono spesso di coccodrillo: c’è ed è ancora irrisolto, per esempio, il problema degli organici, sempre insufficienti, anzi, ulteriormente ridotti, sul quale i sindacati di polizia da anni combattono una dura ma inutile battaglia. C’è l’esiguità delle pene: in Italia non esiste una gradazione intermedia tra l’omicidio volontario, punito severamente, e quello colposo, colpito con estrema blandizia. C’è una pregiudiziale benevolenza nei confronti degli immigrati ai quali peraltro si devono il 45% delle rapine, il 68% dei borseggi, il 51% dei furti nelle abitazioni, il 39% delle violenze sessuali.

C’è anche la carenza, dicono, di carceri cui l’indulto non ha portato rimedio se, dei 26.752 usciti, il 22,7% è rientrato in galera per recidiva. Oggi, nei 231 penitenziari in funzione, ci sono 46.118 detenuti, quasi 3000 in più della capienza regolamentare, benché, per tanti motivi, la media di permanenza sia piuttosto bassa. Mastella si preoccupa e, per far fronte al rinnovato problema, ne inventa un’altra: concedere maggiori benefici ai prigionieri per farli uscire dal carcere e ridurre, così, il sovraffollamento. Come dire, un altro indulto camuffato, visto che costruire nuove galere è lungo e dispendioso. “L’importante”, dice, “è garantire la certezza della pena”. Lasciando in libertà, sia pure vigilata?

Non si è interessato più di tanto, invece, alle 50 prigioni realizzate e mai aperte; o chiuse perché in teoria costruite su sabbie mobili (a Gragnano di Napoli, 20 milioni di euro buttati via); oppure adibite a stalle, delle quali è stata recentemente rivelata l’esistenza. Si è solo limitato, venutone a conoscenza, a chiedere all’amministrazione penitenziaria una relazione in materia.

Il già citato Roia ed il procuratore torinese Bruno Tinti lo ammettono: la situazione è grave, i Codici, penale e di procedura, andrebbero modificati e la Magistratura dovrebbe agire con più raziocinio e maggiore celerità. Ma augurarsi che ciò avvenga in tempi brevi pare utopia, a dispetto dei proclami di linea dura, perennemente contraddetti dai fatti. Rimane una speranza, almeno per quanto riguarda gli ubriachi in macchina: sembra che la giapponese Toyota stia studiando un meccanismo da installare sul volante dell'auto che, attraverso speciali sensori, spegne automaticamente il motore, quando rileva odore di alcol, e ne impedisce l'accensione se esso è consistente. Per gli altri reati, resta per ora l’unica pena che lo Stato fa pagare davvero: l’ergastolo del dolore senza giustizia ai familiari di chi muore.

Egidio Todeschini

20.10.2007