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Immigrazione:
necessitano solidarietà e cautela
In
Italia non siamo razzisti ma accogliere senza garantire un futuro non
è lungimirante.
A dispetto delle apparenze, poche le analogie con la nostra esperienza
migratoria
"Quindicimila
clandestini in rotta verso l'Italia". Il titolo campeggia, a
tutta pagina, su un quotidiano nazionale e tradisce la psicosi di cui
ormai soffre il nostro Paese. Nell'articolo si legge di "quindici
carrette del mare", pronte a salpare in direzione dell’Italia,
segnalate al Ministero degli Interni dal responsabile turco per le
immigrazioni. La notizia a sera sarà smentita ma intanto ha
creato allarme anche nei cittadini che d'immigrati, condannati alla
clandestinità e quasi certamente alla criminalità, non
ne possono più. Non che noi Italiani si sia diventati razzisti.
Neanche xenofobi. Non temiamo il "diverso", la nostra Storia
attraverso i secoli ci ha insegnato a convivere con etnie diverse; il
nostro popolo è un puzzle i cui singoli pezzi (greci, latini,
arabi, longobardi, normanni, tedeschi, spagnoli, francesi, ecc.) si
sono perfettamente incastrati. La nostra religione, basata sull'amore
del prossimo, ha forgiato la nostra umanità e disponibilità.
Le nostre esperienze migratorie ci hanno rivelato il dramma dell'abbandono
del tetto natio, della famiglia, degli amici, degli usi, della lingua
di origine.
No, non temiamo il diverso. Temiamo piuttosto le conseguenze
funeste – rapine, furti, spaccio, prostituzione organizzata, guida
senza patente, ecc. – che la miseria, la fame, l'istinto di
sopravvivenza possono suggerire. Le cronache sono piene di episodi
criminosi che portano la firma non tanto di uno straniero, quanto di
un clandestino che, per sopravvivere, dà ascolto all'emergente
bestialità del suo essere. Non è un caso se il 50% dei
nostri carcerati è extracomunitario. Ha lasciato la sua terra,
ha venduto tutti i beni per pagarsi un passaggio via mare verso ciò
che credono l'Eldorado, ove finalmente vivere e lavorare, ove farsi
raggiungere dalla famiglia, ove riconquistare dignità. Ha
trovato invece le peripezie di un viaggio infernale, la "prigionia"
di un pur necessario Centro di prima accoglienza, le incertezze della
fuga e i bisogni irrefrenabili del corpo che ha fame e sete, caldo o
freddo. Non può stupire che alla fine mettano a tacere la
propria coscienza e si adattino a delinquere.
Capire, però, non vuol dire giustificare. La nostra esperienza
di emigrazione non può servire da paravento. Perché è
vero che per decenni a milioni abbiamo cercato altrove quella vita
dignitosa che il nostro Paese non riusciva a darci. Ma è
altrettanto vero che le direttrici del nostro esodo forzoso ci hanno
portato prima in terre dalla densità demografica ridotta e
dallo sviluppo emergente (Americhe del Nord e del Sud, Australia), poi
negli Stati europei ove il crescente benessere e la maggiore
diffusione di formazione professionale o scolastica rendeva
disponibili alcuni sbocchi lavorativi non più appetibili per
gli indigeni. Siamo arrivati in Paesi che, sia pure con le loro
differenze linguistiche e culturali, erano impregnati della stessa
fede cristiana e delle stesse conquiste sociali. Nelle nostre valigie
di cartone c'erano olio e pasta, ma anche tanta voglia di farcela e
magari d’integrarsi, anche se a volte si è assistito più
ad un fenomeno di assimilazione, con relativa perdita delle
caratteristiche nazionali, che di integrazione.
La situazione ora è diversa e a tale diversità si
aggiunge anche la paura del terrorismo. Indubbiamente l'Italia ha oggi
bisogno di manodopera. Ed è vero che la nostra denatalità
fa presupporre un fabbisogno sempre più alto. Ma non è
pensabile dire a tutti: "prego, accomodatevi", perché
è messaggio ingannevole, se non possiamo accoglierli, dar loro
una casa, istituire corsi scolastici integrativi, garantire ai figli
una vita professionalmente più soddisfacente. Il pane del
lavoro non basta, senza il companatico di una speranza per il futuro.
Tanto
meno si può cedere al ricatto dei "negrieri", di
quanti offrono un traghetto a pagamento da strozzini pieno di rischi e
di sofferenza, salvo, all'occorrenza, trasformarli in ostaggi e scudi
umani. Occorre maggiore fermezza, per bloccarli: sia ben chiaro,
fermezza non significa rifiutare l'aiuto che umanità e leggi
impongono in caso di pericolo. Vuol dire chiedere più
collaborazione dagli Stati di partenza; vuol dire non dover più
leggere, sui quotidiani, di traghettatori arrestati in Italia
cinque volte e cinque volte rilasciati; vuol dire persuadere chi
emigra clandestinamente che un comportamento diverso è più
sicuro, soprattutto più efficace. Vuol dire rivedere le norme
dell'asilo politico sotto il quale spesso si maschera un più
banale, anche se legittimo, bisogno di lavoro. E vuol dire far capire
a chi arriva che le leggi d'Italia non possono essere infrante o
aggirate solo perché in contrasto con le loro tradizioni (ciò
vale in primo luogo per la poligamia e l'infibulazione).
E' necessaria anche una maggiore unità politica tra i diversi
Paesi dell'Unione Europea. Il che significa una legge sull'immigrazione
che valga per tutti; un contributo, anche finanziario, per quegli
Stati che più di altri (Grecia, Spagna, Francia e, in
particolar modo, Italia) sono esposti alle ripetute ondate di questi
sventurati. Soprattutto occorre far piazza pulita di quel falso
complesso di colpa del colonialismo che ci impedisce di portare in
quelle lande di miseria e di disoccupazione, ma anche di corruzione
politica e di disprezzo dei diritti umani, nuove attività che
riescano a bloccare l'emigrazione di massa. Per dirla con Confucio: a
chi ha fame non offrire un pesce ma insegnagli a pescare. Non è
egoismo, è lungimiranza.
Egidio
Todeschini
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