Cittadinanza e diritto di voto agli immigrati

Suscita polemiche la proposta di Fini di darla a chi nasce in Italia, di ridurre gli anni di residenza e di ammetterli al voto amministrativo

 

  

In Italia basta che un politico esprima un’idea su un qualunque argomento e subito si alternano applausi ed apprezzamenti, critiche e menzogne. Mai che si riesca a ragionare su un problema nazionale con calma e buon senso, soppesando i pro e i contro di una soluzione e cercando di appianare contrasti e divergenze, magari riferendosi anche alle legislazioni estere, europee in particolare. No, sempre dispute che sfociano in polemiche inutili, in battibecchi ideologici. Un clima bellicoso che si è registrato anche quando il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha espresso il suo parere sull’integrazione degli immigrati, sulla necessità di rivedere le norme che regolano la concessione della cittadinanza, sull’opportunità di darla a chi nasce nella Penisola (ius soli) e di riconoscere agli stranieri il diritto di voto amministrativo.

Ne è sortito il solito battibecco, a partire dalla battuta ironica di Bossi: “Ciascuno è libero di suicidarsi come vuole”. Non sono mancati gli attacchi di alcuni parlamentari dell’attuale maggioranza, né le menzogne, come quella di Livia Turco: “Siamo il solo Paese nel quale prevale lo "ius sanguinis", dove occorrono dieci anni di permanenza per il solo avvio di spaventose procedure burocratiche”. Ci sono stati i battimani di esponenti dell’opposizione, delle Acli e di alcune gerarchie ecclesiastiche; le citazioni di opinioni diverse, espresse in merito dallo stesso Fini, tra l’altro nel 2002 cofirmatario con il segretario della Lega della legge sull’immigrazione (la Bossi-Fini).

Il cittadino non ha possibilità di valutare con obiettività, perché l’informazione spesso è falsata dal pregiudizio e risente dell’opinione di chi riferisce; perché non è necessariamente al corrente di come sia regolata in Europa la materia; perché si lascia trasportare dall’insicurezza, dalla fede religiosa o dalle proprie simpatie politiche. Indubbio, oggi Fini ha un approccio diverso al problema, più vicino a quello del testo Amato-Ferrero (2007) che prevedeva, per ottenere la cittadinanza, la firma “facoltativa di una Carta dei Valori sul rifiuto del ripudio e il riconoscimento dell’uguaglianza tra uomo e donna, e riconosceva il diritto di voto (attivo e passivo) alle amministrative dopo 5 anni passati in Italia. E, certo, sbaglia il Presidente della Camera a portare l’esempio di Nancy Pelosi, le cui “radici sono in un paese abruzzese”, per cui non si deve “aver paura dell'immigrazione e non dubitare sulle possibilità della vera integrazione”: la Pelosi, americana di seconda generazione e cattolica, è nata a Baltimora ed ha le origini italiane del nonno, emigrato negli Stati Uniti tra il 1890 e il 1891!      

Si contraddice, Fini, ma litigare serve a poco; meglio discutere e valutare, senza pregiudizi ma con oculatezza, i pro e i contro, anche in base alla realtà del momento, alle origini degli stranieri, alla loro cultura e fede religiosa. E sarebbe inoltre opportuno rifarsi agli Stati dell’UE o alla Svizzera ove la legge che regola l’acquisizione della cittadinanza è tra le più severe d’Europa, per cui registra una percentuale di naturalizzazione (1,6%) limitata. Anche nella Confederazione ha avuto numerose modifiche, dettate dai fatti storici (Prima e seconda Guerra Mondiale, per esempio) o da sovrappopolazione straniera, ma è sempre rimasta alquanto rigorosa: dal 1952 prevede 12 anni di residenza nel Paese; richiede la conoscenza della lingua del Comune di domicilio e l’adozione degli usi e costumi elvetici. E non ammette lo ius soli, essendo stato bocciato nel 2004 il referendum che lo avrebbe concesso ai nati di terza generazione.

Neppure in Inghilterra è facile naturalizzarsi, essendo necessario avere il permesso di residenza (che si ottiene per matrimonio o dopo 10 anni di domicilio); voler continuare a vivervi; conoscere le lingue locali (inglese, gallico o gallese); avere la fedina penale pulita. Dieci anni pure in Spagna ed in Austria ove si deve superare un esame di lingua, come in Germania che però chiede solo 8 di residenza. Più articolata la legge francese che riconosce lo ius soli (fu Napoleone ad introdurlo); concede la nazionalità dopo 5 anni di domicilio, ridotti a 2 se lo straniero ha preso in Francia un titolo universitario; ma lascia alle Autorità competenti una totale discrezionalità. In Norvegia, Danimarca, Spagna, Svezia è ammesso il voto degli stranieri alle amministrative; in Portogallo e in Gran Bretagna è consentito solo a qualche etnia.

Fini dice che “un concetto rigido di cittadinanza ostacola l'integrazione”: vero! Indubbio pure che gli immigrati svolgano lavori umili rifiutati dai connazionali; purtroppo, però, sono parecchi gli Islamici poco disposti a rinunciare alle loro tradizioni e alla servitù delle donne. Modifichiamola la legge sulla cittadinanza, ma rendiamo obbligatoria, e non facoltativa, la firma della “Carta dei Valori”. E se, come lo stesso Fini afferma, “l'integrazione è qualcosa di più che avere un lavoro, pagare le tasse, non prendere le multe, salutare educatamente”, in quel “qualcosa” c’è anche la conoscenza della lingua nazionale e l’adesione ai valori dello Stato: a sottoporre gli extraco­munitari, in Italia da 5 anni, ad un esame d’italiano, quanti lo passerebbero? Ed è irragione­vole chiedere, come prova dell’integrazione nella nostra so­cietà, la rinuncia alla cittadinanza di origine? E’ vero che “chi paga le tasse, chi parla l'italiano, chi rispetta la Costituzione e la bandiera, deve avere il diritto di rappresentanza” (Franco Frattini). Ma ciò impone non solo una modifica della Costituzione ma anche un controllo. Cioè più discrezionalità dello Stato e meno automaticità.

Egidio Todeschini
17.9.2009