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speranza e meno presunzione Da IV Convegno della Chiesa italiana un invito a riflettere sul valore insostituibile della fede. E ad essere cristiani di fatto non a parole
Facendo seguito ai tre precedenti (svoltisi a Roma nel 1976, a Loreto nel 1985, a Palermo nel 1995), il IV Convegno della Chiesa italiana si è tenuto a Verona dal 16 al 20 ottobre e si poneva l’obiettivo di come stimolare i cattolici italiani ad essere di nuovo “testimoni di speranza”. A leggerne i resoconti però si nota una cosa: ciascun opinionista ha colto, nei discorsi pronunciati dai Vescovi e dal Papa, ciò che voleva trovarci. Ne sono risultate interpretazioni a volte contraddittorie che non aiutano a comprendere le finalità del Convegno ed alimentano nei credenti la convinzione di una disunità teologica e pastorale da parte della gerarchia ecclesiastica. Non c’è da meravigliarsi. Basta pensare alle diverse letture che sono state fatte – e continuano a farsi – del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962 - 8 dicembre 1965), da qualcuno considerato come “una frattura nella storia della Chiesa”, da altri semplicemente come “una tappa, particolarmente luminosa, di un cammino continuo ed omogeneo”. In realtà, sia nel Concilio Vaticano sia nel recente Convegno si è soprattutto voluto sottolineare la centralità dell’uomo, la cui coscienza é il sacrario ove egli si trova solo con Dio. E’ alla coscienza del singolo, quindi, che deve rivolgersi il magistero ecclesiale, per far comprendere che aderire alla fede cristiana non significa affatto rinunciare alle proprie libertà, bensì cogliere il senso del creato e fruirne con responsabilità e rispetto. A tale fine, servono “speranze credibili e degne dell’uomo, perché solo queste possono aiutare a portare il peso della vita e delle fatiche quotidiane”. Certo, attualmente sembra difficile nutrire speranze: le cronache quotidiane trasmettono l’immagine di un mondo sempre più “marcio” nel quale i valori più tipicamente cristiani, carità, giustizia, libertà, pace, paiono vieppiù soccombere davanti agli egoismi dei singoli e delle società. Ma la vita senza speranza è triste e sconfortante: solo essa riesce a dare la forza di resistere alle tentazioni ma anche di restituire dignità all’uomo e di affrontare le inevitabili sfide della cultura del momento ed i sacrifici del vivere. Questo è il compito della Chiesa di oggi: trasmettere alle comunità tale speranza, la sola che può spingere ad uno “stile di vita” caratterizzato dall’amore che viene dal Signore. In tal senso va interpretato l’auspicio del Card. Tettamanzi di una gerarchia ecclesiale capace, nei prossimi anni, di suggerire “incoraggianti rimedi” e “messaggi di fiducia”, invece di insistere su “deprimenti diagnosi” e “funesti presagi”. Capace, cioè, di testimoniare l’amore infinito di Dio che perdona e salva. E non per nulla il cardinale cita Sant’Ignazio di Antiochia: “E’ meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo”. Il che non è solo, come qualcuno ha interpretato, una presa di distanza dall’uso politico della fede, bensì un invito a dimostrare con i fatti, non solo a parole, di avere acquisito appieno il senso dell’insegnamento di Gesù. Occorre coerenza, dice Tettamanzi nel giorno di apertura del Convegno, e lo ribadisce, tre giorni dopo, il Santo Padre. Non si può assecondare la cultura moderna, relativista e laicista, e, al contempo, dirsi cristiani. E’ da incoerenti accettare il divorzio, l’aborto e i Pacs o quanto è ottenibile grazie ai progressi della scienza (fecondazione assistita, clonazione, ecc.), e ritenersi ubbidienti alle leggi della Natura e di Dio; è da presuntuosi erigere la “libertà personale a valore fondamentale”, escludendo il Signore dalla propria cultura, e pretendere di non contraddire, così, i principi fondamentali dell’etica; è illogico proclamarsi cristiano e negare alla Chiesa “un ruolo guida e un’efficacia trainante” (parole di Papa Wojtyla al Convegno di Loreto del 1985) nella vita del Paese. Il segno principale della secolarizzazione in atto, in Italia e in Occidente, lo troviamo nella crisi della famiglia. Sotto tutti i profili, dalla perdita del suo valore alla carenza di educazione cristiana ai figli. Ed è soprattutto sulle cause di tale crisi che, con realismo ma anche con speranza, si sofferma Benedetto XVI nel suo discorso al Convegno. La Penisola è sensibile alla “cultura moderna che vorrebbe porsi come universale ed autosufficiente”, dice, ma dimostra anche di “avere ancora tradizioni cristiane radicate”. Accogliere, però, “gli autentici valori della cultura del nostro tempo, la conoscenza scientifica, lo sviluppo tecnologico, i diritti dell’Uomo, la libertà religiosa e la democrazia”, non deve impedire di rispettare le leggi della Natura e della morale, nonché i limiti dell’intelligenza umana, inconfrontabile con l’Intelligenza originaria di Chi ci ha creati. Certo, è allettante pensare di essere in grado di sostituirsi a Dio, di poter fare a meno di Lui, di godere di tutte le libertà, di soddisfare tutti i nostri desideri, pure i più egoistici. Anche Adamo ed Eva s’inebriarono con l’illusione di possedere la potenza e la sapienza del Creatore ma persero la letizia del Paradiso e precipitarono negli affanni della Terra. Ricordare tale episodio della Genesi non è insistere su “funesti presagi”, piuttosto riconoscere che occorre affidarsi di più alla gioia della fede e alla speranza che da essa ci viene. E peccare meno di presunzione! Altrimenti rischiamo di fare la fine dei nostri progenitori o quella di Icaro, ricordata dal Papa all’inaugurazione dell’anno accademico della Pontificia Università: il mitologico “uomo alato”, esaltato dalla velocità che le grandi ali imprimevano al suo corpo, s’innalzò troppo verso il sole, che sciolse la cera di cui erano impregnate, facendolo precipitare nel mare. Egidio Todeschini |