Crimini veri e solidarietà di comodo

La grazia da concedere o meno. Analogie e differenze per giudicare senza pregiudizi. Le incongruenze della Francia

 Tra le polemiche che quotidianamente fioriscono in Italia prende spazio ora quella sulla "grazia" da concedere o meno ad Adriano Sofri, ad Erich Priebke e a Cesare Battisti. Li conosciamo bene, questi personaggi macchiatisi di delitti compiuti per ideologia. Su ciascuno di essi pende una condanna definitiva che Priebke e Sofri scontano da anni, mentre l'omonimo (per caso) del nostro eroe risorgimentale se la spassa da libero cittadino a Parigi, ove soggiorna dopo essere scappato di prigione.
  A Sofri, il brigatista condannato a 22 anni di carcere in quanto mandante dell'omicidio Calabresi, va la solidarietà trasversale di molti. Sul novantatreenne nazista, agli arresti domiciliari per l'eccidio delle Fosse Ardeatine, pesa invece l'antifascismo in nome del quale il sindaco di Roma, Veltroni, nega l'autorizzazione ad una manifestazione in suo favore. Battisti, il terrorista rosso cui la nostra Giustizia ha comminato due ergastoli per quattro omicidi, gode dell'appoggio degli intellettuali francesi (ai quali si affiancano i nostri massimalisti di sinistra) che pretendono il rifiuto all'estradizione che vale come una grazia accordata da uno Stato straniero!
  C'è quanto basta per polemizzare con tanta abbondanza di retorica buonista, di distinguo concettuali, che sanno di doppiopesismo. Nel blabla corrente, però, si rilevano alcune incongruenze che vale la pena esaminare, per arrivare a prendere posizione con obiettività di giudizio, cioè senza propendere per il sì o per il no solo in funzione del "colore" politico del personaggio.
  Esaminiamo analogie e disuguaglianze. I tre protagonisti hanno sulla coscienza uno o più morti. Sul terzetto pende una condanna definitiva. Ed il trio ha ubbidito a motivi ideologici. Tutti e tre sono diventati scrittori, anche se non con uguale fama mediatica. Le analogie finiscono qua. Vediamo le differenze. Sofri non ha mai cercato di sottrarsi alla Giustizia, ma continua a proclamarsi innocente. Ha subìto cinque processi e la sentenza finale poggia sulla testimonianza di un "pentito". Non intende chiedere la grazia. Però è "cambiato": non è più il fanatico che brindò alla morte di Calabresi e si dimostra, nelle interviste che gli fanno o negli articoli che scrive, corretto ed equilibrato. Se la pena è recupero, oltre che punizione, bisogna ammettere che essa ha raggiunto lo scopo.
  Per Battisti il discorso è diverso. Gli omicidi dei quali deve rispondere sono quattro. Arrestato, si sottrasse (con l'aiuto di chi?) alla Giustizia fuggendo in America Latina, da qui in Francia. Ancora oggi esalta arrogantemente i suoi atti di violenza con l'alone della rivoluzione, della "resistenza" al capitalismo e della lotta di classe, trasformandoli in legittime azioni di guerra civile. Sostiene anche di essere stato condannato da una sorta di "tribunali speciali del terrorismo di Stato".
  Priebke è caso a parte. Tenente all'epoca dell'attentato di via Rasella, partecipò all'eccidio delle Ardeatine uccidendo – è sua ammissione – due innocenti. Sfuggì al processo del 48. Cinquant'anni dopo, estradato in Italia, fu assolto per effetto delle tante attenuanti riconosciutegli, tra le quali l'età e il ripudio totale del nazismo. La sentenza non piacque, il tribunale venne assalito, il Ministro di Giustizia di allora, Flick, "inventò" una richiesta di estradizione dalla Germania per rimetterlo in galera. Riprocessato, fu condannato all'ergastolo. Non ha chiesto perdono ai familiari delle vittime perché, dice, "non posso scusarmi per aver eseguito un ordine militare", ma sa che "ne risponderò a Dio".
  Questi i fatti. Ai quali vanno aggiunte alcune riflessioni, giuridiche e politiche, importanti. Per quanto riguarda Priebke, va sottolineato che la rappresaglia, in guerra, purtroppo è legittima (Trattato di Ginevra); che quando fu compiuta non esisteva il reato, imprescrittibile, di "crimini contro l'umanità" (un principio del Diritto afferma che non c'è delitto, quindi pena, senza legge!); che nel processo del 48 furono assolti i soldati coinvolti nell'eccidio perché "avevano ubbidito ad ordini militari"; che l'unica condanna, a Kappler che guidava il plotone di esecuzione, fu emanata esclusivamente per i cinque morti eccedenti il calcolo previsto per le rappresaglie.
 
Riguardo a Sofri, a rendere problematica la grazia è il suo rifiuto a chiederla, pretendendo la propria innocenza. Concedergliela, secondo qualcuno, equivarrebbe a smentire i giudici che gli hanno inflitto la condanna. Quanto a Battisti, non c'è solo la sua permanente arroganza. C'è anche, in chi lo difende, la pretesa di un diritto inesistente, quello di poter guerreggiare contro uno Stato democratico (e verrebbe da chiedersi perché la Francia , che l'assolve, ha condannato al carcere duro i suoi terroristi!); c'è l'appiglio del patto con i terroristi (l'asilo politico) di Mitterand, che non ha valore di trattato tra Stati sovrani. E c'è soprattutto la contraddizione con l'istituto del "mandato europeo di arresto" che proprio la Francia sostiene con maggior vigore. 
  Forse, con i problemi economici, sociali e politici che oggi attanagliano l'Europa e l'Italia, la disputa su una grazia o un'estradizione da concedere o meno è, a dir poco, futile. Ma il giudizio, qualunque esso sia, deve essere obiettivo. E tener conto, soprattutto, che la guerra, almeno in Europa, non c'è più, mentre il terrorismo ideologico, rosso, nero o islamico che sia, permane. E l'attentato dell'11 marzo in Spagna, con le sue centinaia di morti e di feriti, sta lì a ribadirlo.

  13.3.2004                                                                                                                                EgidioTodeschini