Grandezza e pericoli dei mass-media

I mezzi di comunicazione sono un dono di Dio. Il loro uso però

richiede il rispetto di alcune regole

                                                                              

“Cose meravigliose” delle quali la Chiesa può e deve servirsi senza paura nella sua missione di annunciare il Vangelo a tutto il mondo. Giovanni Paolo II scrive così dei mezzi di comunicazione sociale, Internet compreso, nella lettera apostolica “Il rapido sviluppo” resa nota nei giorni scorsi, dedicata proprio agli effetti del progresso di tali strumenti. Il Papa li esalta ma ammonisce anche sui rischi che può presentare la globalizzazione della cultura prodotta da giornali e tv.

Lo sappiamo, è quasi impossibile sapere esattamente come stiano le cose in merito ad una certa notizia, soprattutto se investe il settore politico, economico o sociale. Non parlo della valutazione, legittimamente soggettiva, del fatto, ma della comunicazione di esso. Che spesso cambia nella sostanza in funzione di chi lo racconta. Prendiamo un giornale, guardiamo un programma televisivo e scopriamo che una certa vicenda, già letta su un altro quotidiano o appresa da un’altra rete, è narrata in maniera completamente diversa. Ma alterare significa non informare.  

Soggetti a critiche sono pure i programmi televisivi d’intrattenimento, film e telefilm compresi, o certi settimanali culturalmente non impegnati o a carattere, diciamo così, “distensivo”. Sembra incredibile, ma il più delle volte ci offrono solo pettegolezzi, volgarità, cafonaggine, nudità, violenza, erotismo e cretinerie varie. Il tutto giustificato in base all’audience o al numero di copie vendute. Tuttavia indulgere, anzi eccedere su tali licenze, vuol dire diseducare. Quando non addirittura suggerire comportamenti immorali o illegali. Lo stesso dicasi per la pubblicità, sia televisiva che su stampa, spesso mendace, a volte oscena, sovente illogica, in qualche caso perfino pregiudizievole, se esalta attitudini egoistiche o antifamiliari. Un conformismo ben poco formativo che troviamo ripetutamente anche al cinema, ove la visione di film diventa quasi sempre indigestione di angherie e sesso, di brutalità e sadismo. Né sfugge alla regola Internet dove si trova di tutto, dalla pedofilia all’istigazione all’odio.

Da che dipende tutto ciò? Dal fatto che, a mano a mano che il progresso ha perfezionato e globalizzato la comunicazione di massa, se n’è perduto lo scopo primario, che è quello di informare ed educare. Tanto da spingere le alte gerarchie ecclesiastiche a suonare il campanello d’allarme: “Gli strumenti della comunicazione possono certamente dare un grande apporto al rafforzamento delle relazioni umane: ma se la preparazione morale e intellettuale è deficitaria, oppure manca la buona volontà, il loro uso può raggiungere l'effetto contrario, creare cioè maggiori incomprensioni e maggiori dissensi fra gli uomini, con conseguenze deleterie”. (Communio et progressio, Paolo VI, 1971)

La Chiesa fa un opportuno distinguo tra i mezzi di comunicazione ed il loro uso. Stigmatizza quest’ultimo, se improprio o aberrante; benedice i primi in quanto dono di Dio. Perché permettono di “predicare sui tetti”, come disse Paolo VI; perché rappresentano la versione moderna del pulpito; perché aiutano – o possono aiutare – il colto ed il meno istruito a meglio comprendere i messaggi che vengono dal mondo, ad arricchirsi culturalmente, ad assumere, con maggiore cognizione di causa, le proprie responsabilità. Ecco perché Papa Montini affermava che “la Chiesa si sentirebbe colpevole di fronte al Suo Signore”, se non li adoperasse.

Dal canto suo la Chiesa ha fatto grandi passi per adeguarsi a questa realtà, da quando nel 1963 il Concilio Vaticano II scrive il decreto “Inter mirifica” dedicato ai mezzi di comunicazione sociale e al quale l’attuale lettera apostolica fa riferimento. Oggi la Chiesa usa questi strumenti e deve usare i nuovi che si propongono per comunicare al suo interno e al mondo. Ma, rileva il Papa, è una comunicazione che richiede il rispetto di alcune regole. Se la comunicazione non rispetta i requisiti fondamentali che la elevano, la sincerità, la morale, la decenza, l’afflato pedagogico, la buona educazione, il pluralismo ed il rispetto delle altrui opinioni, allora – e cito dal messaggio di Giovanni Paolo II per la 39° giornata mondiale delle comunicazioni – “può fare un male incalcolabile, dando origine al pregiudizio, all’incomprensione, addirittura al conflitto”. E alle cattive abitudini, specialmente fra i giovani, diffondendo, con la potenza della memoria visiva, modelli di comportamento svianti, dannosi, irresponsabili.

E’ un fatto che assistiamo oggi ad un crollo delle norme morali, che i mezzi di comunicazione mettono notevolmente in evidenza. E che siamo confrontati quotidianamente con episodi di violenza e di sangue, individuali o collettivi, che incrinano il rapporto di fratellanza. Qualcuno asserisce che televisione e stampa si limitano a rispecchiare abitudini e trasgressioni già in atto nella società; altri imputano loro la responsabilità di esaltare e propagandare tali nuove tendenze. Probabilmente hanno ragione entrambi, in quanto, insistendo nel presentare come attitudini “comuni” e diffuse l’aggressività e le licenze, si finisce con l’introdurle nel costume sociale.

Ma se la società odierna è minata dal vizio e dall’odio, occorre porvi efficace rimedio. I mezzi di comunicazione possono contribuire, e non poco, a restaurare un clima più etico e più pacifico. Ma devono trovare il coraggio di andare contro corrente. Per questo il Papa, da quel grande comunicatore che è sempre stato, invita i giornalisti “a non aver paura” a dare la preferenza alle parole che uniscono, non a quelle che dividono. Ed a patrocinare i modelli che rappacificano e non offendono morale e pudore. Speriamo che lo ascoltino.       

 

 28.2.2005                                                                                                                                            Egidio Todeschini