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L’Italia: una patria o un condominio? Le incongruenze dei giudici, la sfiducia dei cittadini, la strumentalizzazione politica. Difficile chiudere il capitolo “anni di piombo”
Nelle ultime settimane, chi ha seguito i fatti italiani di cronaca giudiziaria ha avuto tanti motivi per sbigottirsi. Perché è successo di tutto. A Caltanissetta una suocera, ex nomade, accoltella la nuora ma se la cava, grazie al patteggiamento che declassa il reato da tentato omicidio a minacce (!), con un risarcimento di 30 euro. A Verona capita il contrario: i leghisti che raccolgono firme per far sloggiare gli zingari dalla città sono accusati di razzismo e condannati a 6 mesi di galera, più multa salatissima, più interdizione per 5 anni da ogni incarico pubblico. E non c’è rito abbreviato che tenga. A Lecco tre gitane tentano di rapire un pargoletto di pochi mesi. Arrestate, ottengono il declassamento del reato da “sequestro di persona” a “sottrazione di minore” e ritornano in libertà. Lo sconcerto è generale. Cresce ulteriormente quando si appura che allo sterminatore toscano della propria famiglia sono stati accordati gli arresti domiciliari per buona condotta, pur avendo scontato meno di un terzo della pena inflittagli. Senza contare la storia del marocchino accusato di reclutare kamikaze ed assolto dalla giudice di Milano in base ad un distinguo alquanto singolare: è un “guerrigliero”, non un “terrorista”. L’elenco, anche a voler prescindere dai tanti errori giudiziari, a volte ideologici, purtroppo è lungo. Ne consegue che le famiglie delle vittime s’indignano e chiedono giustizia, mentre gli Italiani perdono progressivamente fiducia nella Magistratura. Ma al politico che azzarda un commento poco lusinghiero, procuratori e giudici rispondono immancabilmente trincerandosi dietro la frase: abbiamo solo applicato la legge. Difficile sapere dove sia la verità, se si è a digiuno di codici, se non si sa che la legge prevede sì riti abbreviati, patteggiamenti, attenuanti varie, scarcerazioni preventive, arresti a domicilio, uso della condizionale e quant’altro, ma lascia al buon senso dei togati l’accordarli o meno. E quando il buon senso sembra proprio mancare, aumenta il sospetto che qualcuno o tutti mentano. Ciò vale per i reati comuni, a maggior ragione per quelli politici. Ne consegue che, in un clima nazionale già alquanto teso, che neppure la Giornata del Ricordo è riuscita a raffreddare, arriva la prescrizione della pena per i tre responsabili dell’incendio di Primavalle (in cui morirono i due fratelli Mattei, di 20 ed 8 anni). Il fattaccio risale a 32 anni fa, durante i famosi “anni di piombo”, quella specie di guerra civile che vedeva da una parte le Brigate rosse, dall’altra i giovani missini. Le prime erano divise in gruppi (Potere Operaio, Lotta Continua e altri) spesso antagonisti tra di loro ma uniti dall’odio nei confronti dei “fascisti”, uccidere i quali, dicevano, “non è reato”; i secondi usavano altrettanta virulenza e rispondevano alle bastonate, ai colpi di pistola o agli incendi dolosi. Come quello di Primavalle, appunto. Il Mattei era segretario della locale sezione del Msi. Qualcuno, di notte, gli appicca il fuoco alla casa. Poteva essere una strage, invece la famiglia si salva, tranne i due figli, imprigionati nella loro stanza e carbonizzati. Individuati i tre presunti colpevoli e fatto il processo, è comminata la pena: 18 anni a testa. A rigore, è quanto prevede la legge per i reati contestati: incendio doloso ed omicidio colposo. Come dire che il fuoco, sì, era stato acceso volutamente, ma la morte dei due ragazzi non era stata né prevista né voluta. Tant’è, i tre mascalzoni s’imboscano ed espatriano. Aiutati dai compagni, pare, con i quali stipulano un patto: mai fare nomi! Trascorrono gli anni e il fatto passa nel dimenticatoio. Ma, a rinfrescarne la memoria, arriva la prescrizione, anche questa prevista dalla legge, dato che la condanna è per omicidio, non per strage. Ora, volendo, gli assassini possono rientrare tranquillamente in Italia. Ed è proprio ciò a riaccendere gli animi: c’è chi contesta perché non è stata fatta giustizia e c’è chi coglie al volo l’occasione per suggerire un’amnistia per i reati compiuti durante gli anni di piombo. E nascono due nuovi fronti e relativi distinguo. Anche perché i “rossi” sfuggiti alla pena (170) sono più numerosi dei “neri” (30). Senza inconciliabili prese di posizione, però. Fin quando non arrivano le dichiarazioni di uno dei tre impuniti che prima coinvolge nell’ideazione dell’incendio tre compagni di Potere Operaio, per cui la Procura si riattiva, questa volta con l’imputazione di strage; poi osa dire che, ad appiccare il fuoco, sono stati gli stessi Mattei. Quanto basta perché rinascano aspre polemiche, si rilevino nuovi paradossi giudiziari, s’inabissi ogni buon proposito di riappacificazione nazionale. E la “memoria condivisa”, sempre auspicata dal Capo dello Stato, va a farsi benedire. Al suo posto, le tante “reminiscenze” delle molteplici schiere, quasi una lottizzazione dei ricordi. Dice bene Sergio Romano: “L’Italia non è più una patria. E’ un condominio in cui ogni inquilino è proprietario di una quota parte della memoria nazionale”. E’ diagnosi esatta, tuttavia angosciante. Per la quale suggerisce anche una terapia: distinguere chi ha, sia pure in parte e in qualche maniera, scontata la pena da quanti sono fuggiti all’estero. Amnistiare i primi (ma tutti, di destra o di sinistra che siano); prevedere un atto di clemenza nei confronti dei secondi, però solo a condizione che rientrino e confessino. Sembrerebbe soluzione logica, anche perché contribuirebbe ad illuminare molti buchi scuri della nostra storia. Vorremmo potercela augurare.
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