La Pasqua
è invito a cambiare
La Passione
di Cristo secondo Mel Gibson. Dal film alla vita: il messaggio della
Risurrezione che rischiamo di non comprendere
Non
ho visto il film di Mel Gibson "La passione di Cristo" e non
andrò a vederlo. Non per l'accusa di antisemitismo che lo ha
accompagnato ben prima della sua uscita nelle sale americane e neppure
per la crudezza di alcune sue scene delle quali noi cristiani non
dovremmo aver bisogno per sapere e ricordare come e con quali sofferenze
sia morto per noi il Figlio di Dio. Ci bastano – o dovrebbero bastarci
- le testimonianze degli evangelisti e l'immagine della Sacra Sindone
per immaginare le ferite delle frustate, la tortura della corona di
spine, l'umiliazione delle cadute sotto il peso della croce, i fori dei
chiodi nelle mani e nei piedi, l'arsura della sete, la lenta e dolorosa
fine per dissanguamento. Con quell'urlo disperato "Padre mio, perché
mi hai abbandonato?", che di Gesù rivela la divinità
ma anche tutta l'umanità. E la nobiltà del Suo sacrificio.
No, non ci andrò. Quello che ho letto al riguardo – in
particolare le proteste delle comunità ebraiche e la
strumentalizzazione da parte degli islamici -
me ne ha tolta la voglia. Perché la corsa al botteghino o l'incremento
turistico in quel di Matera (ove sono state girate le scene più
truculente) seguiti alle dispute sorte intorno alla pellicola, mi
disturbano alquanto. Perché un film che, per parlare dell'Amore di Dio,
usa un linguaggio scenografico capace di suscitare polemiche – si badi
bene, polemiche, non semplici e legittime critiche – e perfino di
contribuire ad alimentare l'odio dell'integralismo musulmano nei
confronti di Israele, mi sembra quasi una bestemmia. E perché reputo
che il puntare, per riportare il cristiano sulla retta via (è
questo, per ammissione dello stesso Gibson, lo scopo del suo film),
sulla sofferenza umana di Cristo, condannato, flagellato, irriso ed
appeso alla croce, piuttosto che sulla straordinarietà divina
della Sua Risurrezione, stia a significare una scarsa o nulla
comprensione del significato della Pasqua.
C'è però una frase, nell'intervista rilasciata da
Gibson, sulla quale dovremmo riflettere: "Cristo - ha detto -
continuiamo a martoriarlo ed ucciderlo ancora, anche noi che ci
definiamo cristiani". E' vero. Di "poveri cristi" che
soffrono, che muoiono da innocenti, che subiscono violenze fisiche o
psichiche, che pagano per colpe altrui, che patiscono la fame o la sete,
che diventano vittime dell'ideologia, del fanatismo o semplicemente
della delinquenza, che portano una croce appesantita dalla miseria e
dalla disperazione o che periscono in nome della fede che professano ne
vediamo o leggiamo ogni giorno, anche nel nostro mondo cosiddetto
civile. Ma non per questo ci ravvediamo dei nostri errori, controlliamo
le nostre debolezze, correggiamo i nostri difetti o, peggio, ci
asteniamo da quei comportamenti che la morale cristiana condanna. Invece
li giustifichiamo appellandoci al laicismo piuttosto che al progresso
scientifico o alla mutevolezza dei costumi.
Certo, siamo laici e figli dei nostri tempi, ma non cristiani,
quando applaudiamo alla clonazione o alla inseminazione artificiale, che
offendono il principio del dono divino della creazione. Quando ci
abbandoniamo a soddisfare i nostri capricci da benestanti. Quando
chiediamo allo Stato la laicità delle legislazioni sul divorzio,
sull'aborto, sulle coppie di fatto o omosessuali. Non siamo cristiani quando
viviamo con indifferenza il crescente divario tra ricchezza materiale e
povertà morale; quando trasformiamo le festività religiose,
Pasqua compresa, in occasione di svago, di viaggi, di spese futili,
magari di bagordi. Salvo tacitare la coscienza andando a guardare, nel
film di Gibson, il volto sfigurato e sanguinante del Cristo inchiodato
alla Croce.
La
Pasqua
è invito alla speranza, è sicurezza di perdono, è
promessa di salvezza. Ma dobbiamo volerla, la salvezza, e seguire il
Cristo Dio che risorge e che vince il male e la morte, non solo
compatire "l'uomo" Gesù che soffre e muore per mano di
chi "non sa quello che fa". Se, per imboccare e percorrere la
strada della vita eterna, senza perderci nei viottoli dell'egoismo e del
piacere, del materialismo e del potere; se, per ritrovare l'Eden dal
quale l'ambizione dei nostri progenitori ci ha scacciati, bastasse la
visione degli errori e degli orrori umani, non assisteremmo ancora,
duemila anni dopo
la Passione
di Cristo, a tutte le brutture, gli scempi, le mascalzonate, le
intolleranze e le licenze dei tempi correnti.
E'
triste pensare che tra qualche giorno sarà Pasqua e che a
Gerusalemme, ove il Cristo è risorto, c'è ancora il
deserto creato dall'odio, dalla voglia di prevalere a tutti i costi. Da
molti anni non è cambiato nulla. Però neppure noi
occidentali siamo migliorati, nel frattempo, se in nome della libertà
e del diritto ad una vita migliore, dimentichiamo il dovere di vincere
malcostumi, intemperanze, egoismi, ambizioni, invidie e smanie di potere.
Non continuiamo ad ucciderlo, il Figlio di Dio, soprattutto non rendiamo
vano il Suo sacrificio!
Egidio Todeschini
2.4.2004 |